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Creato il 29/06/2026, 08:44 · Aggiornato il 29/06/2026, 08:51

Capitolo 9: Dieci anni

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
  • Sangue
  • Violenza
  • Violenza Esplicita
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Francesca è già lontana. Cammina con quella furia che conosco fin troppo bene: spalle tese, piedi nudi che pestano l’asfalto come se volesse spaccarlo. Un fulmine nero nel buio della via.

Mi giro verso il sedile posteriore. Sabrina non c’è più. Dev’essere scesa mentre litigavano. Poco male. Meglio per lei. Che ci fa una come lei con un caso clinico come me? Alla fine mi ha pure chiamato cane. Non ho detto niente ma non mi è piaciuto. Solo io mi posso insultare!

Apro la portiera, afferro gli anfibi di Francesca rimasti sul tappetino e inizio a correre.

Lascio la macchina lì aperta.

La sento irrigidirsi quando capisce che le sto andando dietro. Non si volta.

«Cazzo, Fra, davvero?!»

La voce le esce rauca, stanca. Continua a camminare.

«Vai a casa da bravo… o vai da lei, fa lo stesso. Basta che ti levi dai coglioni!»

È fiacca. Leggera. Quasi senza forze. E questo mi fa più male di uno schiaffo.

Dieci anni.

Ci conosciamo da dieci anni e non abbiamo mai litigato. Mai discusso davvero. Io sono sempre stato la sedia, il tassista, il porto sicuro.

Adesso basta!

«Quindi è così che molli i tuoi passatempi giornalieri?» urlo, continuando a correrle dietro. «È così che fai? Li usi finché non si rompono e poi li butti via come Marco, come…Juri, come tutti gli altri?»

Si blocca di colpo.

Si gira lentamente.

Non sta piangendo.

Speravo quasi che piangesse, invece i suoi occhi sono duri, di pietra nera. Ha le mani strette a pugno lungo i fianchi.

«Come?» sibila. «Cosa cazzo hai appena detto?»

Faccio ancora due passi. Sono a pochi metri da lei.

«Hai visto cosa è successo o ti sei rimbambito di colpo?» ringhia, la voce che sale di tono. «Se non mi allontanavo io, ti scopavi me lì davanti a Sabrina, ti rendi conto? Davanti a lei!»

I pugni sono ancora stretti lungo i fianchi.

«Sei sicura?»

La mia voce esce calma.

Troppo calma.

Mi avvicino.

«Non avvicinarti!» Ringhia.

Continuo ad avanzare.

«Fra, non te lo dico più.»

Sono davanti a lei. A un palmo dal suo viso.

Mi colpisce.

Una sberla forte, piena, che mi gira la faccia. Il suono secco rimbalza nella via deserta.

Ne arriva una seconda. Poi una terza. Mi sta picchiando con tutta la rabbia che ha dentro, con le unghie che mi graffiano la guancia e il collo. Sento il sangue caldo scivolare sulla pelle.

Non mi muovo. Non indietreggio di un centimetro.

Lei respira affannata, gli occhi lucidi di furia e di qualcosa che non vuole ammettere. Ha il labbro ancora spaccato dalla rissa con Sabrina, il graffio sulla guancia.

«Perché non te ne vai?» urla, la voce che si incrina per la prima volta. «Perché cazzo non te ne vai mai, Fra?!»La guardo dritto negli occhi. Il cuore mi batte così forte che sembra volermi spaccare le costole.

«Perché sono dieci anni che ti aspetto. E stasera ho finito di fare la sedia.»

Lei resta immobile, il respiro corto, i pugni ancora stretti. Per un secondo infinito sembra sul punto di colpirmi di nuovo… o di crollare.​

Invece, spalanca gli occhi così tanto che per un secondo penso che le possano uscire le pupille dalle orbite. Faccio cadere gli anfibi sull'asfalto e le prendo le mani.

«Fra...» sussurra.

«Sì?» rispondo.

«Non farlo, ti prego», mi prega.

«Non stasera», rispondo.

E la bacio.

Non chiudo gli occhi. Lei non li chiude.

Mi restituisce il bacio per due secondi, disperata, quasi affamata. Le sue labbra sanno di sangue, di sigaretta spenta e di rabbia. Poi mi spinge via con una violenza brutale, le mani piantate sul mio petto come se volesse spaccarmi lo sterno.

«Non voglio, cazzo! Non posso farti questo! Non a te!» urla, la voce rotta e animalesco. Si colpisce il petto con il palmo aperto, forte, ripetutamente, un suono sordo di carne contro ossa. «Lo sai chi cazzo sono! Pensi davvero di poter riempire questo buco nero che mi mangia viva da anni? Io sono veleno, Fra! Io distruggo tutto quello che tocco, cazzo!»

La guardo mentre il suo respiro si frammenta in rantoli spezzati, un suono rotto che sembra voler graffiare la notte stessa. Il suo petto si alza e si abbassa in modo convulso. La pelle scotta sotto le mie dita, bollente di febbre e di panico, o forse sono io che sto bruciando dall’interno.

«Non voglio riempire il tuo buco, Francesca», dico, e la mia voce esce bassa, rauca, appartenente a un uomo che non sono mai stato prima. «Voglio solo buttarmici dentro insieme a te. Fino in fondo. Fino a soffocare.»

Lei indietreggia barcollando, gli occhi spalancati dal terrore puro. Inciampa sul bordo del marciapiede e cade pesantemente all’indietro, crollando sull’asfalto con un tonfo secco. Le ginocchia battono contro il cemento sporco. Non muovo un dito. Non le porgo la mano. Resto in piedi sopra di lei, torreggiante, il sangue che mi cola dal collo e dalla guancia graffiata.

«Alzati», dico freddo, la voce dura come pietra. «Alzati e guardami in faccia, cazzo. Per una volta nella vita non scappare come fai con tutti gli altri.»

Francesca resta a terra, le mani tremanti piantate sull’asfalto lurido, le ginocchia sbucciate. Respira a bocca aperta come un animale ferito, i capelli neri appiccicati alla faccia sudata. Sembra piccola, distrutta, ma ancora pericolosa. Il trucco le cola in rivoli neri sulle guance, mescolandosi al mio sangue che le ho lasciato addosso. Siamo uno scempio, due relitti sanguinanti in mezzo alla strada deserta.

«Sei un pazzo del cazzo», sibila, portandosi le mani al viso, le dita che tremano. «Sei arrivato dieci anni in ritardo. Dieci anni di troppo.»

«Meglio tardi che mai», rispondo, «se è questo che serve per tirarti fuori da questa merda in cui ti stai annegando.»

Si guarda intorno con occhi selvaggi, come se cercasse una via di fuga che non esiste, come se il palazzo alle sue spalle fosse una prigione da cui non può più scappare. Poi torna a fissarmi. La sua voce, stavolta, non è recita: è pura, gelida, esausta stanchezza.

«Non sai cosa rischi, Fra. Io ti mangerò vivo.»

«Allora mostramelo. Adesso. Senza più copioni, senza più Marco, senza più Juri, senza più cazzate.»

Glielo dico sulle labbra, chino su di lei.

Lei resta in silenzio per lunghi secondi. Il motore della Yaris, poco più in là, sembra l’unico battito cardiaco rimasto in questa città morta.

Poi, con un movimento lento, quasi doloroso, Francesca alza lo sguardo. I suoi occhi sono due pozzi neri pieni di terrore, di fame e di odio. All’improvviso afferra la mia maglietta con entrambe le mani, le nocche bianche per la forza, e mi tira giù verso di sé con una disperazione feroce.

Mi attira a terra, sopra di lei, sul catrame caldo dell’asfalto.

«Allora vieni, stronzo», sussurra contro la mia bocca, la voce spezzata e velenosa. «Vieni nel catrame con me. Ma non dire che non ti avevo avvertito.»

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