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Il muro freddo alle mie spalle è l’unica cosa che mi impedisce di cadere, ma la pressione del corpo di Francesco mi schiaccia, togliendomi anche l'aria per respirare. Vuole venire all' Inferno con me, ho fatto tutto quello che potevo per salvarlo, ma ora siamo qui. Il nostro bacio non è una transizione, è un urto. Ha il sapore ferroso, aspro e inconfondibile del sangue: quello che gli rigurgita dal labbro spaccato che io stessa gli ho colpito solo pochi istanti prima.
Ho ancora la mano che brucia per la violenza di quello schiaffo, eppure, quando la sua bocca si avventa sulla mia, quel sapore di carne ferita non mi disgusta. Diventa benzina. È il sapore della verità che ci siamo sputati in faccia, della rabbia che ha finalmente squarciato la superficie. In quel bacio disperato si mischiano il dolore fisico e le nostre personalità disfunzionali che si scontrano come due corpi celesti in rotta di collisione. Francesco sanguina, ma mi stringe con una forza che sa di preghiera e di condanna; io l'ho colpito per difendermi, per difenderlo, e ora mi aggrappo a lui, il mio pilastro.
In quel momento, dal pub all'angolo della strada, i bassi distorti e metallici di Feuer frei! iniziano a risuonare nell'aria, spaccando il silenzio della notte. Quel ritmo industriale, marziale e ossessivo dei Rammstein sembra dare una cadenza brutale alla nostra fretta.
Francesco mi trascina via, quasi di peso, dentro la penombra di un vicolo cieco a pochi passi dalla strada. Un’impasse. Il pensiero mi attraversa la mente con una lucidità tagliente mentre la chitarra elettrica morde l'aria in sottofondo: è la perfetta, spietata metafora di ciò che siamo. Due anime bloccate, senza via d'uscita, capaci solo di farsi del male per sentirsi vive. Ma lì, in quell'angolo buio, l'assurdità del nostro destino si azzera. Non c'è tempo per curarsi le ferite. "Bang bang!" urla la traccia oltre il muro, e quel comando a bruciare diventa l'unica legge del nostro momento.
Lui mi spinge di nuovo contro la pietra, ma il gelo della notte scompare. Per la prima volta, non sento il solito catrame. Quella sostanza densa, nera e soffocante che da sempre mi abita il petto, quel senso di colpa paralizzante che mi mozza il fiato, stavolta è evaporato. Al suo posto c'è fuoco. Un fuoco vero, vivo, purissimo, che risponde alle note incendiarie della canzone e divampa direttamente dalle sue dita.
Le mani di Francesco sono ovunque, instancabili, febbrili. Si infilano sotto i miei vestiti, cercano la pelle nuda con una frenesia che rasenta la disperazione. Sento quelle dita rese ruvide dagli allenamenti, che mi percorrono la schiena e mi stringono i fianchi; ogni tocco è una fiammata che si propaga sopra e sotto la mia pelle, un calore che guarisce e distrugge nello stesso momento.
Senza una parola, assecondando quel ritmo marziale che sembra scandire il battito cardiaco di entrambi, Francesco mi fa scivolare gli short per terra. La sua forza da tennista, quella potenza esplosiva e controllata dei muscoli, gli permette di sollevarmi da terra con una facilità disarmante. Io, mossa da un istinto primordiale, gli avvolgo le gambe attorno ai fianchi, stringendomi a lui, incastrando la mia debolezza nella sua forza.
C'è una sgraziata, bellissima urgenza in tutto questo: i vestiti non tolti, la cerniera abbassata in fretta, l'attrito aspro dei tessuti prima del contatto totale. Quando lui entra in me, l'impatto mi strappa un gemito che va a morire direttamente contro il collo di Francesco, mentre la musica tocca il picco del ritornello. Feuer frei! Fuoco a volontà.
Lui mi tiene sospesa contro il muro, muovendosi in piedi con un ritmo serrato, ma i suoi occhi – quando incrociano i miei nel buio – sono pieni di una vulnerabilità che fa tremare. C'è tutta la paura di non sapere come gestire un disastro, e tutto il mio bisogno di una donna che ha passato la vita a mettersi in mostra per nascondersi. Le sue mani continuano a bruciarmi, tracciando linee invisibili sul mio petto, sul collo, ovunque, estendendo quell'incendio interiore. Getto la testa all'indietro, le mie unghie sbeccate conficcate nelle sue spalle robuste, assaporando ancora quel retrogusto di sangue che mi stringe la gola.
Per la prima volta, in quella splendida e disperata impasse, non mi sento morire. Sotto i colpi di quel fuoco, mi sento finalmente viva.
Dopo la tempesta, il silenzio del vicolo sembra quasi irreale, spezzato solo dai bassi di Feuer frei! che ormai arrivano come un'eco sorda dal locale.
I nostri corpi si separano lentamente. Le mie gambe tornano a toccare l'asfalto freddo, ma le ginocchia mi tremano così tanto che scivolare a terra è l'unica scelta possibile. Ci accovacciamo sul marciapiede, uno accanto all'altra, con la schiena appoggiata alla pietra ruvida del muro. Abbiamo i vestiti in disordine, i respiri pesanti che si stemperano nell'aria della notte. Siamo vulnerabili, spogliati di ogni difesa, con le nostre rispettive fragilità esposte nel buio.
Allungo la mano tremante verso la borsa lasciata a terra, tiro fuori un pacchetto di Camel Blue e ne sfilo una. Accendo la fiamma. Per un secondo, la luce dell'accendino illumina il labbro spaccato di Francesco, ancora lucido di sangue, e le mie nocche arrossate.
Aspiro a fondo, lasciando che il fumo denso mi riempia i polmoni prima di liberarlo verso il cielo nero del vicolo. Francesco è seduto accanto a me, i gomiti puntati sulle ginocchia e lo sguardo fisso nel vuoto. Ha il labbro gonfio, un taglio netto che continua a mandare giù quel sapore di ferro che ho ancora impresso sulla lingua.
Gli porgo la sigaretta, un'offerta di pace silenziosa. Lui la prende, fa un tiro lungo e me la restituisce senza dire una parola, lui è uno sportivo e non fuma.
Il silenzio tra noi è denso, pesante, carico di tutto quello che abbiamo appena fatto e che, fino a un'ora prima, sembrava impossibile. Mezzi nudi su quell'asfalto sporco, con la pelle che comincia a reagire al freddo della notte, sembriamo i sopravvissuti a un incidente stradale.
«Fa male?» chiedo, sfiorando con lo sguardo la ferita sulla sua bocca. Il segno del mio schiaffo.
Francesco accenna un sorriso amaro, un riflesso che gli fa contrarre il viso per il dolore. «Niente che un po' di ghiaccio non possa sistemare. Tu piuttosto... stai bene?»
Guardo la punta della sigaretta che brucia nel buio. Quel fuoco sottopelle non si è ancora spento del tutto, ma il catrame sta già tornando a galla, reclamando il suo spazio.
«No, Francesco. Io non sto bene per niente», dico, e la mia voce suona terribilmente ferma, priva di quella frenesia che ci ha travolti contro il muro.
Lui si volta a guardarmi. Negli occhi ha ancora quella luce disperata, la vulnerabilità di chi ha appena consegnato tutto se stesso a qualcuno. «Francesca, quello che è successo qui dentro...»
«Quello che è successo qui dentro è la prova che siamo un disastro», lo interrompo, voltandomi verso di lui. Prendo l'ultimo tiro, lasciando che la brace illumini i miei occhi prima di gettare il mozzicone sull'asfalto. «Guardaci. Ti ho picchiato. Ti ho fatto sanguinare. E cinque minuti dopo mi hai sbattuta contro un muro in mezzo alla spazzatura di un vicolo cieco.»
«Non mi importa dove siamo», ribatte lui, e la sua voce da atleta, di solito così sicura, per la prima volta trema. Fa per allungare una mano verso la mia coscia nuda, ma io mi ritraggo, stringendo le ginocchia al petto.
«Dovrebbe importarti, invece. Perché questo è il massimo che posso darti. Questa spazzatura, questa fretta, questo bisogno malato di distruggersi per sentire qualcosa.» Lo fisso dritto negli occhi, costringendolo a vedere tutta la nebbia che ho dentro. «Tu sei pulito, Francesco. Hai una vita, hai la tua terra battuta, le tue regole, le tue traiettorie precise. Io non ho niente di tutto questo. Io sono questa impasse.»
«Posso gestirlo», dice, stringendo i denti. Ma è la spavalderia di un ragazzo che non sa contro cosa sta giocando.
Sorrido, un movimento cinico che mi fa male al petto. Mi sporgo verso di lui, respirando il suo odore mischiato al fumo della Camel e al mio profumo economico.
«No che non puoi. Io non sono la ragazza che ti porti ai tornei. Non sono quella che ti aspetta in tribuna, che ti stringe la mano davanti ai tuoi amici o che ti bacia alla luce del sole. Se resti con me, resti qui. Nel buio. A farti spaccare il labbro e a prendermi senza nemmeno toglierti i vestiti.»
Gli accarezzo la guancia con le dita ancora sporche del suo sangue, sentendo i muscoli della sua mascella contrarsi sotto il mio tocco.
«Benvenuto nel mio inferno, Francesco», sussurro, mentre l'ultima eco di Feuer frei! muore oltre l'angolo del vicolo. «Adesso lo sai come funziona. Ma non azzardarti mai a pensare che io p
ossa essere la tua ragazza.»