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Il divano di Sabrina sa di pulito. Di ammorbidente costoso e candele alla lavanda comprate in qualche boutique di lusso del centro. Siamo tornati dalla pizzeria da mezz'ora, le luci della sala sono soffuse e tutto dovrebbe scivolare verso quella normalità rassicurante e geometrica che ho inseguito per settimane. Dovrei essere felice. Ho di fianco una ragazza splendida, colta ed elegante, che mi accarezza dolcemente il collo mentre parla.
Solo che parla. Parla tantissimo.
«...e la cosa affascinante, Fra, è come abbiano strutturato il worldbuilding di questo Super Mario Bros 2. Alice – povera stella, ha otto anni, era completamente ipnotizzata dai pop-corn – non poteva certo coglierlo, ma c'è una chiara satira del tardo-capitalismo nella gestione delle monete d’oro.»
Adesso ti chiederai: chi è Alice?
Beh, è la cuginetta di Sabrina, la figlia di sua sorella, ma non distrarmi adesso, ti prego, sennò perdo il filo del discorso.
«Bowser non è più il cattivo piatto del folklore videoludico,» continua Sabrina, del tutto ignara dei miei battibecchi mentali e immersa nella sua disamina del film sull'immortale icona della Nintendo, «diventa una metafora della bulimia patriarcale. Capisci l'iper-citazionismo chic di certe sequenze cinematografiche?»
La guardo. Sabrina muove le mani nell'aria, leggera, con quel modo di fare da intellettuale radical chic che rende filosofico persino un idraulico coi baffi che salta sulle tartarughe. È carina, davvero. È l'iperuranio della civiltà borghese.
Ma… è un po' grassottella, un po' troppo truccata e un po' troppo vestita bene per i miei gusti complicati.
Poi così, di botto, mentre l’ascolto decostruire con foga la fenomenologia di Yoshi, nella mia testa si accende un cortocircuito.
Penso a Francesca.
Non guardarmi così, è più forte di me.
Cristo, se Francesca fosse stata qui, seduta su questo divano immacolato con le sue dita sempre fredde e le unghie perennemente mangiate. Immagino perfettamente la scena.
Francesca avrebbe acceso una Camel Blue senza chiedere il permesso, avrebbe guardato Sabrina con quegli occhi da rettile venuto dal gelo e le avrebbe sputato il fumo denso dritto in faccia. «Ma che cazzo stai dicendo!?», le avrebbe detto, stroncando ogni sua velleità accademica con una sola, brutale frase. Francesca avrebbe disprezzato ogni singola parola uscita da quella bocca perfetta. Francesca non decostruisce il patriarcato; Francesca ti tira una sberla secca sulla spalla se solo provi a farle un discorso del genere. Lei odia le parole. Cerca il rumore, la carne viva, il fango del rock a tutto volume sparato nelle orecchie.
«Tu che ne pensi, Fra? Sei d'accordo sulla valenza antropologica del Regno dei Funghi?» mi chiede Sabrina, voltandosi improvvisamente verso di me con un sorriso radioso.
Sto per risponderle una stronzata qualunque, quando sul tavolino di cristallo il mio telefono comincia a vibrare. Lo schermo si illumina nel buio della stanza. Nessun nome. Solo quel numero maledetto che conosco perfettamente a memoria.
Sabrina, colta da un'intuizione fulminea di quelle che può avere solo una donna gelosa, mi sfila il telefono dalle mani e risponde lei, visibilmente stizzita.
È Francesca, ti chiedi?
Chi altri potrebbe essere a quest'ora?
Ti dico io come va a finire...
Poi, dopo un breve e gelido scambio di battute, mi passa lo smartphone ancora più infastidita. Senza emettere un solo suono, muovendo appena le labbra, mi dice: «Vado in bagno», indicando con un cenno duro del mento la porta di legno bianca alle mie spalle.
Prendo in mano il telefono con le dita che già scottano. Dall'altro capo del filo sento la classica voce da gattina bagnata di Francesca: «Juri mi ha buttata fuori... ho freddo... vieni».
Ci penso per un interminabile, logorante minuto.
«Fra...», insiste, con quella voce che adesso sembra aver perso tutta la sua solita forza. «Non lasciarmi qui da sola».
Un sospiro lungo, profondo, che sembra trascinarsi dietro tutta la fatica del mondo, mi esce in un colpo solo, svuotandomi completamente i polmoni. Poi, totalmente sconfitto, mormoro: «Arrivo, Francesca». E riattacco.
Il silenzio che crolla nella stanza è puramente radioattivo.
"Perché lo sto facendo? Perché rovino sempre tutto con Sabrina per andare da lei?", mi chiedo. Sento la tua voce, sai? Sento la tua totale approvazione per Sabrina e il tuo profondo disprezzo per me. Pensi che io sia solo un tappetino.
Forse credi che Francesca mi abbia chiamato perché ha davvero bisogno di me?
No, la verità è che lei non ha bisogno di nessuno, mai. Scommetto che ha litigato con Marco al Wanda, o che semplicemente si è annoiata, e adesso vuole solo il suo autista personale per mettere in scena l'ennesimo dramma melodrammatico.
Non c'è nessuna emergenza, fidati.
È solo Francesca che fa la Francesca.
Il clic metallico della maniglia del bagno sembra lo scatto preciso di un detonatore. La porta di legno bianca si apre di colpo e il silenzio radioattivo della stanza viene tagliato nettamente in due.
Sabrina esce. Non ha più la faccia rilassata di prima, quella da saggio accademico sul Regno dei Funghi. Ha gli occhi stretti, lo sguardo lucido di chi ha già preso una decisione irrevocabile e le labbra serrate in una linea sottile che non ammette repliche. Mentre era dentro non ha solo usato il bagno; si è infilata la giacca e ha recuperato la sua borsa di pelle costosa dal corridoio. La stringe forte contro il fianco, quasi fosse uno scudo.
«Quindi? Stai andando da lei, vero, Fra?», dice. La sua voce è ferma, stranamente calma. Ha perso ogni traccia di flessibilità intellettuale. È diventata puro d'acciaio.
«Sabi, dai, ascoltami...» provo a imbastire, alzandomi di scatto dal divano con le mani avanti, nel disperato tentativo di calmarla e fare l'uomo tutto d'un pezzo. «Resta qui. Faccio solo un salto, vedo che cazzo vuole e torno subito. Ci metto venti minuti, promesso».
Lei mi guarda e mi scortica letteralmente vivo con gli occhi. «Io non resto certo qui a fare la parte della fidanzata comprensiva mentre tu corri nella notte da quella sociopatica. Non se ne parla, Francesco. Vengo con te. Saliamo in macchina, andiamo a vedere se la tua splendida amica è davvero in mezzo a una strada o se ha solo bisogno di un palcoscenico per il suo ego, e poi mi riaccompagni qui. Chiaro?»
Mi volto verso di te, che mi guardi fisso dall'altra parte della pagina. Sgrano gli occhi. Lo vedi il casino in cui mi trovo? Purtroppo non puoi rispondermi, ma scommetto che te la stai ridendo sotto i baffi. Sabrina pensa che questa sia una specie di guerra di territorio. Pensa che Francesca sia la ex pericolosa che cerca di portarle via il giocattolo, e vuole marcare la sua posizione. Non ha capito un cazzo. Non sa che per Francesca io sono solo un pezzo di arredamento con le ruote. Una sedia che guida.
«Va bene», dico, infilando stancamente le mani in tasca per cercare il portachiavi. Sconfitto due volte nel giro di cinque minuti.
Scendiamo le scale in un silenzio che pesa molto più del cemento. Usciamo nell'aria umida e soffocante di giugno, che dopo l'aria condizionata perfetta dell'appartamento ti schiaffeggia la faccia senza pietà. Sabrina cammina un passo avanti a me, con i tacchi che battono secchi sul marciapiede come un conto alla rovescia. Apre la portiera del passeggero della mia vecchia Yaris prima ancora che io riesca a premere il telecomando, salendo a bordo come se stesse occupando una trincea nemica.
Giro la chiave nel cruscotto. Il motore della Yaris borbotta stancamente. Se potessi voltarti verso di me in questo momento, vedresti le mie mani che tremano leggermente sul volante. Ma non puoi farlo, e soprattutto non può accorgersene Sabrina, che è seduta immobile sul sedile del passeggero e mi fissa di profilo come se fossi un vegetale da studiare in laboratorio. Ha le braccia strettamente incrociate sul petto. Non ha più pronunciato una singola parola da quando ho spento il telefono. Tu che mi leggi lo capisci il peso opprimente di questo silenzio, vero? È esattamente quel genere di silenzio sospeso che precede i disastri aerei.
L'atmosfera nell'abitacolo è così densa che potrei tagliarla con un coltello da cucina. Non mi sono nemmeno azzardato ad accendere la radio. Avrei tanto voluto mettere su uno di quei pezzi metal che ti spaccano i timpani — magari "Toxicity" dei System of a Down, giusto per anestetizzarmi il cervello — e bloccare sul nascere tutti i pensieri molesti che mi girano per la testa. Ma con Sabrina seduta di fianco, immobile e rigida come una statua di sale, il massimo del rumore concesso è il debole e fastidioso sibilo del condizionatore della Yaris.
Sento già la tua obiezione, sento già che vuoi spiegarmi con fare saputo come stanno andando davvero le cose: «Francesco, non capisci proprio un cazzo! Pensi davvero che sia solo un semplice capriccio? Guarda il quadro completo. Forse Francesca vorrebbe solo essere al posto di Sabrina. Forse vorrebbe essere lei quella seduta lì di fianco a te, su quel sedile, al sicuro dal freddo».
Sgrano gli occhi, vedendomi riflesso sul parabrezza scuro. Ma che cazzo stai dicendo? Davvero, tu che stai leggendo questa storia, a volte mi chiedo seriamente se siamo dentro la stessa macchina. Francesca al posto di Sabrina? Ma se è stata lei stessa, appena poche ore fa, a intimarmi esplicitamente di fare il bravo con Sabrina! Mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto: «Non fare lo stronzo con Sabrina, intesi? Buona serata con lei». Mi ha dato un ordine ben preciso, come una linea guida militare da seguire per non romperle i coglioni.
E adesso che sto disperatamente cercando di fare il mio dovere, adesso che sono seduto su un divano pulito a sorbirmi i monologhi sul cinema radical chic, lei che fa? Alza il telefono, fa la parte della gattina bagnata e mi distrugge la serata. Ti sembra logico? Ti sembra davvero il comportamento di una che mi vuole? Mi ordina di fare il bravo fidanzato perfetto e cinque minuti dopo mi usa senza ritegno come un cane da riporto. No, fidati di me, ti sbagli di grosso. A lei piace il fango. Le piacciono i tipi palestrati e tatuati sulle moto stradali o i palazzinari del Padel.
No, fidati, io per lei sono solo la sedia con le ruote che corre a raccoglierla quando il suo giocattolo preferito si rompe.
Do un'occhiata millimetrica a Sabrina. Ha le labbra così serrate che sono diventate completamente bianche. Guardo le indicazioni luminose di Google Maps sullo schermo: manca poco al lampione giallo in fondo alla via. Io continuo a non capire la sua mossa, e tu continui a guardarmi dalle pagine di questo libro come se fossi il re indiscusso degli idioti.
Ma la verità, quella vera, la so soltanto io.
Ed eccola lì.
Francesca è accucciata a terra, in bilico sulle punte dei piedi, una posizione che solo lei riesce a mantenere senza perdere l'equilibrio. Indossa i suoi immancabili anfibi neri, e ha una sigaretta stretta tra le dita.
Il fumo sale lento, illuminato dal riflesso giallo e malato della luce stradale.
Mi sarei aspettato di vedere la sua solita espressione annoiata, quella da femme fatale distaccata che ha appena finito di fare a pezzi la vita di qualcuno e adesso aspetta solo che le si apra la portiera. Invece, quando i fari la illuminano in faccia, rimango congelato. I suoi occhi sono strani. Non saprei dirti in che modo, non riesco a decifrarli, ma c'è qualcosa di rotto là dentro. Qualcosa che non le ho mai visto addosso.
Al mio fianco, sento Sabrina avere un sussulto. Un piccolo scatto del corpo, il respiro che le si blocca in gola. Sabrina sa benissimo chi è Francesca. Conosce la sua fama, la sua scia di distruzione, sa cosa ha fatto e cosa continua a fare. Eppure, nonostante la odi con tutta se stessa — e credimi, la odia da morire —, Sabrina non mi ha mai parlato troppo male di lei. Mantiene quel suo maledetto aplomb da ragazza borghese e colta, una maschera di dignità che si rifiuta di cedere al fango.
Un aplomb che, di certo, Francesca non ha.
Non appena la macchina accosta, lei si alza in piedi con uno scatto fluido. Butta la sigaretta sul catrame. Cammina dritta verso la Yaris e, senza la minima esitazione, afferra la maniglia della portiera del passeggero. La spalanca di colpo.
Il silenzio dentro l'abitacolo si spacca. Francesca si sporge verso l'interno e inchioda gli occhi su Sabrina. Non dice una parola, ma la squadra dall'alto in basso con un'intensità devastante, distruggendo ogni sua barriera difensiva. La guarda con un disgusto così freddo e assoluto che sembra quasi volerla cancellare dalla faccia della terra. La fissa come se Sabrina non fosse nemmeno una persona, ma solo una di quelle macchie fastidiose sul sedile su cui non hai nessuna intenzione di sederti.
Poi, così, di botto. Dal nulla. Senza neanche un briciolo di educazione, senza un «ciao», senza un «voi tutto bene stasera?». Niente di niente. Come se fosse la cosa più normale del mondo farsi raccogliere in mezzo alla strada all'una di notte dopo aver fatto saltare in aria la serata di tutti.
Con una calma che fa quasi paura, si mette a posto una ciocca ribelle di capelli che le era scesa davanti agli occhi, scostandola con due dita fredde. Poi, piantando quegli occhi strani e indecifrabili dritti in quelli di Sabrina, si rivolge direttamente a lei.
«Beh, ti alzi e mi fai entrare in macchina o rimaniamo a fissarci tutta sera?»