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I want to fuck you like an animal.
Il battito industriale e sporco dei Nine Inch Nails mi rimbalza nelle orecchie anche se non ho
gli auricolari. È un loop nella mia testa, un ritmo d’acciaio e fango che ha preso il tempo fin
da quando sono salita dietro di lui su quella moto stradale nera.
Durante tutto il tragitto sono rimasta aggrappata alla sua vita, schiacciata contro la sua
schiena per non cadere a ogni accelerata. Sentivo i muscoli di Juri tendersi sotto la giacca di
pelle a ogni curva, una massa solida e scultorea che governava quella bestia di metallo tra
le strade buie della periferia. Avevo le dita piantate nei suoi fianchi, i palmi tesi, e percepivo
ogni singola vibrazione del motore scivolarmi fin dentro le ossa.
Ora siamo qui, nel suo appartamento. Un monolocale al piano terra in fondo a una via cieca,
dove l'odore di umido si mischia a quello dello scarico della moto parcheggiata appena fuori.
Juri chiude la porta alle mie spalle con una spallata. Avrà trent'anni, forse qualcuno in più, le
braccia sono coperte di tatuaggi che sotto la luce al neon della cucina sembrano macchie
d’inchiostro nitide e pesanti. Ha quel corpo che ho toccato per tutta la corsa, solido, di quelli
che sanno esattamente quanta forza serve per bloccarti al muro e scoparti finché non ti
manca il respiro. Odora di benzina, sigarette e di quel profumo dolciastro e maschio che ti si
attacca alla pelle e non se ne va nemmeno se usi la candeggina.
Non ci diciamo quasi niente. Non siamo qui per parlare.
Mi prende per il collo della giacca, mi spinge contro la porta chiusa e mi bacia. Ha le labbra
calde, dure. Io apro la bocca subito, per non pensare, per farmi invadere da quel sapore di
fumo che cancella tutto il resto.
You get me closer to God.
Sì, certo. All'inferno, semmai. Mi trascina verso il letto disfatto al centro della stanza. C'è
disordine in giro, vestiti buttati sulle sedie, ma non mi importa. Juri si toglie la maglietta con
un gesto secco e sotto la luce livida che entra dalla finestra i suoi muscoli sembrano scolpiti
nella pietra. È bellissimo, è perfetto, ed è una nullità. Esattamente come me.
Il sesso parte subito, senza preliminari, senza un briciolo di tenerezza. È una faccenda di
carne e attrito, quasi animale. Mi strappa via i jeans, mi schiaccia sul materasso e io mi
lascio fare tutto. Ho bisogno di questo dolore sordo, di questo peso, perché finché lui spinge
e i giunti del letto cigolano contro il pavimento, la mia testa sta zitta.
Help me become somebody else.
A metà dell'atto, con un movimento fluido e deciso, Juri mi gira. Non dice una parola, lo fa e
basta. Io assecondo quel cambio di posizione senza oppormi, quasi grata del fatto di non
dover più incrociare il suo sguardo. Appoggio la pancia contro le lenzuola stropicciate,
stringendo le dita attorno alla spalliera del letto. È tutto così buio, così meccanico. Mi scollo
da me stessa, cambio pelle, cambio vita, mentre il ritmo si fa più serrato ed egoista.
Ed è proprio lì, persa nei giri di basso dei Nine Inch Nails che mi vibrano nel cervello, che
perdo il controllo dei pensieri. Le facce e i ricordi si sovrappongono, sfumando l'uno
nell'altro.
«Sì... così... Jacopo...» mi scappa da sotto la gola, un sussurro impastato di fiatone mentre
sento tutto il peso del suo corpo scultoreo che mi schiaccia.
Lui non dice niente, aumenta la foga, il respiro gli si fa ancora più corto. È un uomo,
dopotutto: finché si prende quello che vuole, i dettagli contano zero.
«Dai, Jacopo... più forte...» lo ripeto, ancora una volta, con la faccia afondata nel cuscino.
Ormai un nome vale l'altro in questo catalogo del niente.Poi viene, con un gemito sofocato e per un secondo l'anestesia è completa. Il vuoto
scompare sotto i primi chili del suo corpo immobile sopra il mio.
Ma dura un attimo. Appena il battito cardiaco rallenta, Juri si stacca da me. Si siede sul
bordo del letto e si passa una mano sulla faccia bagnata di sudore.
«Come cazzo mi hai chiamato prima?» chiede. La sua voce è tornata fredda, l'adrenalina è
scesa e l'orgoglio del maschio ferito sta venendo a galla. «Mi hai chiamato Jacopo. Due
volte».
«Cosa cambia, Juri? Abbiamo finito, no?», dico, cercando di metterla sul ridere, spaventa
dal suo tono. Ho un sapore amaro sotto la lingua. Il catrame sta già ritornando a galla come
un cadavere nell'acqua.
Lui si riveste con gesti secchi, non sopporta l'idea di essere stato solo un corpo
intercambiabile, come se io non fossi stata la stessa cosa per lui.
«Cambia che mi fate schifo voi ragazzine. Siete tutte matte da legare. Rivestiti e levati dai
coglioni».
«Juri, dai...» provo a dire, ma lui mi aferra per un braccio, non con violenza ma con una
fermezza gelida, mi spinge le scarpe in mano e mi accompagna fuori dalla porta,
richiudendosela dietro con un colpo secco.
Mi infilo gli anfibi sui gradini di cemento, con le mani che mi tremano per la rabbia. Cammino
fino alla fine della via cieca, arrivando sulla strada principale, completamente deserta a
quest'ora della notte.
Mi fermo sotto la luce gialla e spietata di un unico lampione isolato. Le unghie laccate di
nero stringono lo schermo del telefono. Intorno a me c'è solo il ronzio delle falene contro il
vetro della lampada e il silenzio spettrale della periferia. Il catrame mi è salito fino alla gola.
Sto tremando, stavolta sul serio. Ho un bisogno disperato del mio porto sicuro. Del mio
pilastro.
Sblocco lo schermo e chiamo Francesco. Uno, due, tre squilli.
«Pronto, Fra?», risponde una voce. Ma non è la sua.
È una voce più acuta, flautata, fastidiosa come unghie sulla lavagna. Sabrina. Quella nullità
che gli gira intorno, quella ragazza tutta perfettina, senza un briciolo di spigoli, una che non
saprebbe distinguere una rissa da un tè delle cinque. Una che, in confronto a Francesco,
vale meno di zero. Cosa ci fa lei con il mio telefono? Cosa ci fa lei con il mio Francesco?
«Passami Fra», dico, e la mia voce è una lastra di ghiaccio che nasconde un tremito di puro
terrore.
«Francesca? Veramente Francesco adesso è occupato, stiamo...»
«Passamelo, Sabrina. Subito».
Sento un brusio, il telefono che passa di mano. Poi, finalmente, la voce solida di Francesco.
Ma è diversa stasera. È stanca, fredda. C'è il rumore di una stanza chiusa, forse la camera
di lei.
«Dimmi, Francesca». Non mi ha chiamata "Fra". Ha usato il mio nome intero. Non è un buon
segno.
Through every forest, above the trees / Within my stomach, scraped on my knees.
La canzone dei Nine Inch Nails torna a picchiare nella mia testa, un martello che distrugge le
mie ultime difese.
«Fra... ti prego...», sussurro, e una lacrima fredda mi scivola sulla guancia, illuminata dal
lampione giallo. «Vienimi a prendere. Juri... mi ha buttata fuori casa. Sono in mezzo alla
strada, sotto un lampione. Ho freddo, Fra. Ti prego, vieni».Dall'altro capo del filo c'è solo silenzio. Sento il respiro di Francesco, pesante, combattuto.
So che Sabrina è lì di fianco a lui, che lo guarda, che cerca di trattenerlo, che gli tocca il
braccio per ricordargli che stasera tocca a lei. So che lo sto distruggendo, so che gli sto
chiedendo l'ennesimo miracolo egoista dopo averlo calpestato.
«Fra...», insisto, con la voce da gattina bagnata che ha perso tutta la sua forza. «Non
lasciarmi qui».
Un sospiro lungo, profondo, che sembra trascinarsi dietro tutta la fatica del mondo.
«Arrivo, Francesca», dice solo. E riattacca.
Metto il telefono in tasca e mi rannicchio contro il palo di ferro del lampione, tirando le
ginocchia al petto. Il catrame è ovunque. Ma mentre aspetto i fari della Yaris nera spuntare
dal buio, la musica nella mia testa si spegne. Resta solo il vuoto, e il rumore della mia
dignità che fa compagnia alla sua, sul fondo della strada.