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Creato il 21/06/2026, 23:11 · Aggiornato il 21/06/2026, 23:19

Capitolo 6: Closer

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
  • Sangue
  • Violenza
  • Violenza Esplicita
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I want to fuck you like an animal.

Il battito industriale e sporco dei Nine Inch Nails mi rimbalza nelle orecchie anche se non ho

gli auricolari. È un loop nella mia testa, un ritmo d’acciaio e fango che ha preso il tempo fin

da quando sono salita dietro di lui su quella moto stradale nera.

Durante tutto il tragitto sono rimasta aggrappata alla sua vita, schiacciata contro la sua

schiena per non cadere a ogni accelerata. Sentivo i muscoli di Juri tendersi sotto la giacca di

pelle a ogni curva, una massa solida e scultorea che governava quella bestia di metallo tra

le strade buie della periferia. Avevo le dita piantate nei suoi fianchi, i palmi tesi, e percepivo

ogni singola vibrazione del motore scivolarmi fin dentro le ossa.

Ora siamo qui, nel suo appartamento. Un monolocale al piano terra in fondo a una via cieca,

dove l'odore di umido si mischia a quello dello scarico della moto parcheggiata appena fuori.

Juri chiude la porta alle mie spalle con una spallata. Avrà trent'anni, forse qualcuno in più, le

braccia sono coperte di tatuaggi che sotto la luce al neon della cucina sembrano macchie

d’inchiostro nitide e pesanti. Ha quel corpo che ho toccato per tutta la corsa, solido, di quelli

che sanno esattamente quanta forza serve per bloccarti al muro e scoparti finché non ti

manca il respiro. Odora di benzina, sigarette e di quel profumo dolciastro e maschio che ti si

attacca alla pelle e non se ne va nemmeno se usi la candeggina.

Non ci diciamo quasi niente. Non siamo qui per parlare.

Mi prende per il collo della giacca, mi spinge contro la porta chiusa e mi bacia. Ha le labbra

calde, dure. Io apro la bocca subito, per non pensare, per farmi invadere da quel sapore di

fumo che cancella tutto il resto.

You get me closer to God.

Sì, certo. All'inferno, semmai. Mi trascina verso il letto disfatto al centro della stanza. C'è

disordine in giro, vestiti buttati sulle sedie, ma non mi importa. Juri si toglie la maglietta con

un gesto secco e sotto la luce livida che entra dalla finestra i suoi muscoli sembrano scolpiti

nella pietra. È bellissimo, è perfetto, ed è una nullità. Esattamente come me.

Il sesso parte subito, senza preliminari, senza un briciolo di tenerezza. È una faccenda di

carne e attrito, quasi animale. Mi strappa via i jeans, mi schiaccia sul materasso e io mi

lascio fare tutto. Ho bisogno di questo dolore sordo, di questo peso, perché finché lui spinge

e i giunti del letto cigolano contro il pavimento, la mia testa sta zitta.

Help me become somebody else.

A metà dell'atto, con un movimento fluido e deciso, Juri mi gira. Non dice una parola, lo fa e

basta. Io assecondo quel cambio di posizione senza oppormi, quasi grata del fatto di non

dover più incrociare il suo sguardo. Appoggio la pancia contro le lenzuola stropicciate,

stringendo le dita attorno alla spalliera del letto. È tutto così buio, così meccanico. Mi scollo

da me stessa, cambio pelle, cambio vita, mentre il ritmo si fa più serrato ed egoista.

Ed è proprio lì, persa nei giri di basso dei Nine Inch Nails che mi vibrano nel cervello, che

perdo il controllo dei pensieri. Le facce e i ricordi si sovrappongono, sfumando l'uno

nell'altro.

«Sì... così... Jacopo...» mi scappa da sotto la gola, un sussurro impastato di fiatone mentre

sento tutto il peso del suo corpo scultoreo che mi schiaccia.

Lui non dice niente, aumenta la foga, il respiro gli si fa ancora più corto. È un uomo,

dopotutto: finché si prende quello che vuole, i dettagli contano zero.

«Dai, Jacopo... più forte...» lo ripeto, ancora una volta, con la faccia afondata nel cuscino.

Ormai un nome vale l'altro in questo catalogo del niente.Poi viene, con un gemito sofocato e per un secondo l'anestesia è completa. Il vuoto

scompare sotto i primi chili del suo corpo immobile sopra il mio.

Ma dura un attimo. Appena il battito cardiaco rallenta, Juri si stacca da me. Si siede sul

bordo del letto e si passa una mano sulla faccia bagnata di sudore.

«Come cazzo mi hai chiamato prima?» chiede. La sua voce è tornata fredda, l'adrenalina è

scesa e l'orgoglio del maschio ferito sta venendo a galla. «Mi hai chiamato Jacopo. Due

volte».

«Cosa cambia, Juri? Abbiamo finito, no?», dico, cercando di metterla sul ridere, spaventa

dal suo tono. Ho un sapore amaro sotto la lingua. Il catrame sta già ritornando a galla come

un cadavere nell'acqua.

Lui si riveste con gesti secchi, non sopporta l'idea di essere stato solo un corpo

intercambiabile, come se io non fossi stata la stessa cosa per lui.

«Cambia che mi fate schifo voi ragazzine. Siete tutte matte da legare. Rivestiti e levati dai

coglioni».

«Juri, dai...» provo a dire, ma lui mi aferra per un braccio, non con violenza ma con una

fermezza gelida, mi spinge le scarpe in mano e mi accompagna fuori dalla porta,

richiudendosela dietro con un colpo secco.

Mi infilo gli anfibi sui gradini di cemento, con le mani che mi tremano per la rabbia. Cammino

fino alla fine della via cieca, arrivando sulla strada principale, completamente deserta a

quest'ora della notte.

Mi fermo sotto la luce gialla e spietata di un unico lampione isolato. Le unghie laccate di

nero stringono lo schermo del telefono. Intorno a me c'è solo il ronzio delle falene contro il

vetro della lampada e il silenzio spettrale della periferia. Il catrame mi è salito fino alla gola.

Sto tremando, stavolta sul serio. Ho un bisogno disperato del mio porto sicuro. Del mio

pilastro.

Sblocco lo schermo e chiamo Francesco. Uno, due, tre squilli.

«Pronto, Fra?», risponde una voce. Ma non è la sua.

È una voce più acuta, flautata, fastidiosa come unghie sulla lavagna. Sabrina. Quella nullità

che gli gira intorno, quella ragazza tutta perfettina, senza un briciolo di spigoli, una che non

saprebbe distinguere una rissa da un tè delle cinque. Una che, in confronto a Francesco,

vale meno di zero. Cosa ci fa lei con il mio telefono? Cosa ci fa lei con il mio Francesco?

«Passami Fra», dico, e la mia voce è una lastra di ghiaccio che nasconde un tremito di puro

terrore.

«Francesca? Veramente Francesco adesso è occupato, stiamo...»

«Passamelo, Sabrina. Subito».

Sento un brusio, il telefono che passa di mano. Poi, finalmente, la voce solida di Francesco.

Ma è diversa stasera. È stanca, fredda. C'è il rumore di una stanza chiusa, forse la camera

di lei.

«Dimmi, Francesca». Non mi ha chiamata "Fra". Ha usato il mio nome intero. Non è un buon

segno.

Through every forest, above the trees / Within my stomach, scraped on my knees.

La canzone dei Nine Inch Nails torna a picchiare nella mia testa, un martello che distrugge le

mie ultime difese.

«Fra... ti prego...», sussurro, e una lacrima fredda mi scivola sulla guancia, illuminata dal

lampione giallo. «Vienimi a prendere. Juri... mi ha buttata fuori casa. Sono in mezzo alla

strada, sotto un lampione. Ho freddo, Fra. Ti prego, vieni».Dall'altro capo del filo c'è solo silenzio. Sento il respiro di Francesco, pesante, combattuto.

So che Sabrina è lì di fianco a lui, che lo guarda, che cerca di trattenerlo, che gli tocca il

braccio per ricordargli che stasera tocca a lei. So che lo sto distruggendo, so che gli sto

chiedendo l'ennesimo miracolo egoista dopo averlo calpestato.

«Fra...», insisto, con la voce da gattina bagnata che ha perso tutta la sua forza. «Non

lasciarmi qui».

Un sospiro lungo, profondo, che sembra trascinarsi dietro tutta la fatica del mondo.

«Arrivo, Francesca», dice solo. E riattacca.

Metto il telefono in tasca e mi rannicchio contro il palo di ferro del lampione, tirando le

ginocchia al petto. Il catrame è ovunque. Ma mentre aspetto i fari della Yaris nera spuntare

dal buio, la musica nella mia testa si spegne. Resta solo il vuoto, e il rumore della mia

dignità che fa compagnia alla sua, sul fondo della strada.

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