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5 - Fight like a girl
Francesca scende. Sembra quasi che abbia un ripensamento: lascia la portiera aperta per un secondo — giusto il tempo di far entrare l'aria bollente di giugno — per poi sparire nel buio di un portone anonimo, in un quartiere altrettanto anonimo.
Lo so, lo so, lo so cosa stai pensando: non dovevamo andare al Wanda?
«Fermati qui», ha detto.
Dal nulla.
Mi sono fermato, confuso, poi è scesa.
Sono rimasto lì, inchiodato al sedile della mia Yaris, con il motore che borbotta — quel suono smorto che ormai è diventato la colonna sonora dei «momenti alla Francesca». Lascia stare, li chiamo così. Sono quei frangenti nei quali, manco fosse un killer in missione, si trasforma.
Dovremmo essere al Wanda. Avremmo dovuto essere al Padel Club, a guardare Francesca che massacrava Marco davanti a un pubblico di ex atleti frustrati. Invece, siamo fermi sotto un palazzo che non dice niente, in attesa che la bomba esploda.
E la bomba, puntualmente, esplode.
Le urla arrivano ovattate, smorzate dal vetro, ma sono inconfondibili. È Marco. Il suono di un uomo che sta capendo, in tempo reale, di essere diventato un fantasma.
«Sei una stronza, Francesca! Una sociopatica del cazzo!».
Le grida di Marco rimbalzano contro i palazzi, cariche di un'inutilità che fa male. Io resto qui, con le mani incollate al volante, a guardare il riflesso della mia faccia nel cruscotto.
Cosa credi?
Lo so anche io: sembro un idiota. Sembro il protagonista di un film di serie B che non ha nemmeno il coraggio di uscire di scena prima dei titoli di coda.
Poi, il silenzio.
Lei torna. Cammina dondolando i fianchi, quel passo che — lo so bene — Marco sta guardando anche adesso, mentre lei gli sbatte la porta in faccia.
Non prova niente, mi dirai.
E tu che ne sai?
Ti ricordi che t’avevo accennato di quella volta della coda alta? L'ultima volta che l'ha fatta? Dove eravamo? Ah, sì... Porto Cervo.
Sì, siamo andati in vacanza insieme. Una settimana — quattro giorni, in realtà. Credo che la spiaggia fosse il Phi Beach.
«Fra, andiamo al mare!».
Era uscita così, una sera che s'era presentata sfatta al Cinguetti, mentre io ero al telefono con Sabrina.
Chi cazzo è Sabrina adesso, chiederai?
Ne parliamo dopo. Comunque, lei non chiede mai: lei ordina. Abbiamo passato quella vacanza in Sardegna e sapevo che c'era sotto qualcosa, ma non ho chiesto. Non lo faccio mai, forse perché a volte è meglio non sapere.
In spiaggia, tutti la guardavano.
Se è bella in costume?
Non farmici pensare, per carità. Comunque, dopo quattro giorni, quando arrivavamo in spiaggia, sembrava che stesse passando il Papa. Gli sguardi della gente... non ti dico, un disagio totale.
Passano due ore. Io sono al largo a nuotare, perché lei ovviamente non si bagna, prende solo il sole, quando sento le urla venire dal bar.
«Ma vai a fanculo! Chi cazzo ti credi di essere!».
Poi si menano. Due tizi grandi e grossi, palestrati, che si prendono a schiaffi davanti a tutti. Per chi si menano? Non è ovvio?
Mi viene da ridere amaramente, mentre lei apre la portiera della Yaris e torna a sedersi accanto a me. Ha lo stesso sguardo di allora.
È la stessa coda alta.
È la stessa rissa che scoppia nel silenzio.
«Fatto?» chiedo. La mia voce è un filo teso, una corda di violino pronta a spezzarsi.
«Fatto», sussurra con la testa ancora appoggiata, poi aggiunge dal nulla: «Portami via, Fra. Ti prego».
La sua testa è un peso morto. Il motore della Yaris borbotta e Fight like a girl inizia a pompare dalle casse, coprendo tutto il resto. Non ha provato nulla, e la cosa peggiore è che io lo sapevo già.
Si sfila gli anfibi con due calci secchi, incurante del fatto che la punta di ferro graffi le plastiche della portiera. Li scalcia in fondo, come se fossero le armi di un duello che ha appena vinto. Poi si rannicchia, tirando le ginocchia al petto, e appoggia la testa sulla mia spalla.
Sento l'odore dei suoi capelli — shampoo costoso e quel vago retrogusto di tabacco freddo che non se ne va mai.
«Fra?» sussurra contro la mia giacca.
«Dimmi».
«Guida. Non fermarti finché non finisce la canzone».
Non c'è più la gattina, non c'è più la ragazza che ha appena giustiziato Marco. C'è solo una bambina stanca che ha paura del buio, o forse è solo un'altra delle sue mille recitazioni. Non importa.
Metto la prima, e la Yaris strappa sull'asfalto, lasciandosi alle spalle il palazzo anonimo e le urla di Marco che, ormai, sono solo un ricordo sbiadito dal volume dei System of a Down.
Mentre guido, vedo le sue dita che tamburellano piano sul mio bicipite. Sta seguendo il ritmo, o forse sta contando le battute che mancano alla sua prossima crisi.
Tu che mi guardi, tu che sei ancora lì che ti chiedi perché non ho ancora chiamato la polizia o cercato una via d'uscita: ecco, guardala ora. Guarda come si è rimpicciolita in questo sedile. Se la toccassi adesso, forse potrei spezzarla in due. Ma ho il terrore che, se solo provassi a farlo, scoppierebbe in mille pezzi di vetro affilato. Mi sento come un goloso di dolci che ha davanti una torta meravigliosa: muore dalla voglia di mangiarla, ma sa perfettamente che, se lo facesse, passerebbe il resto della giornata con un mal di stomaco atroce.
«Dove stiamo andando?» mi chiede, senza aprire gli occhi.
«Non lo so», rispondo in modo vago. Tra due ore avrei un appuntamento con Sabrina, ma non glielo dico.
Perché, ti chiederai? Cosa le devo? Il bello è che non lo so nemmeno io.
«Fra?» dice dal nulla, con quella voce da gattina, morbida, rassicurante.
«Dimmi». Non posso girarmi, un rider di Deliveroo ha appena tagliato la strada alla macchina davanti.
«Mi porti a casa? Ho bisogno di fare una doccia calda. Una di quelle lunghe, che ti levano tutto di dosso».
Ecco. Un altro momento alla Francesca: fa casino e poi scompare.
«Va bene», rispondo, e c'è quasi una nota di dolcezza traditrice nella mia voce stanca.
Lei riappoggia la testa sul mio braccio, chiudendo gli occhi. Sento il muscolo del mio bicipite teso sotto la sua guancia, un punto di contatto che scotta.
Sabrina? Sabrina!
Poi, il mondo si interrompe.
Il telefono sul cruscotto inizia a vibrare e a squillare con un'insistenza che mi spacca i timpani. Sullo schermo lampeggia un nome: Sabrina.
Francesca alza la testa di scatto. Non dice nulla. Si raddrizza, si slaccia la coda — la sua solita, lenta, teatrale operazione di smantellamento — e indica il telefono con il mento, come se fosse un oggetto sporco, qualcosa che non dovrebbe nemmeno trovarsi in questa macchina.
La guardo interrogativo.
«Fra, ti stanno chiamando», dice lei. E la cosa peggiore — giuro, la cosa che mi fa salire un nervoso che non ti dico — è che la chiamata ha bloccato la musica.
Sbuffa, un suono breve, stizzito, come se avessi appena interrotto una cerimonia sacra.
Io prendo il telefono e riattacco. Senza nemmeno guardare chi fosse, senza esitazione.
«Chi è Sabrina?» chiede lei, senza voltarsi, continuando a fissare le luci di Milano che scorrono fuori dal finestrino.
Chi è Sabrina? Vorrei ridere. Vorrei farle un pippone di mezz'ora su quanto sia assurdo che lo chieda.
Ma lo dirò a te che stai leggendo: Sabrina è quella povera crista che era la ragazza di uno che Francesca ha devastato due mesi fa. Una situazione della quale lei, ovviamente, non ricorda neanche l'esistenza, perché per Francesca le persone sono solo comparse in un film che ha già finito di guardare.
Siamo finalmente sotto casa sua, un palazzo anni '70 con la vernice gialla della facciata scrostata. Come faccia a viverci è un mistero, ma Francesca adesso è incazzata. Come me, con il mondo. Non so con chi, non so perché. Apre la porta, scende, poi si ferma e mi fissa.
«Non fare lo stronzo con Sabrina, intesi!», dice dondolando la testa, mimando un "no" rivolto a chi lo sa solo lei. «Mi faccio sentire io. Grazie per oggi, buona serata con lei».
Sbatte la porta e scompare.
Resto lì, nel silenzio della via, con l'odore di tabacco freddo ancora sospeso nell'abitacolo e il motore che ormai si è spento da solo. È andata via così, dandomi un ordine su come gestire la mia vita con un'altra, dopo avermi risucchiato ogni energia come un aspirapolvere.
Prendo il telefono, lo sblocco. Sabrina è ancora lì, nell'elenco delle chiamate perse. Mi chiedo se abbia ancora senso richiamarla, o se il virus che ho addosso — quello che Francesca mi ha lasciato entrando nella mia macchina — abbia già infettato anche me, rendendomi, ai suoi occhi, solo un altro fantasma.
Tu che hai letto fino a qui, che ne dici? Mi riprendo la mia vita o aspetto che torni a chiamarmi per il prossimo giro di giostra? Perché in fondo, lo sai meglio di me: se il telefono squillasse tra due minuti, io risponderei comunque.
Chiamo Sabrina. Lei è felice, stasera andremo in pizzeria.
Francesca? Quella sarà un'altra avventura… se mi chiamerà. Quante volte è successo che si incazzasse così?
Te lo racconto un'altra volta.