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Toxicity mi vibra nei denti. Il volume è così alto che sento il basso dei System of a Down picchiare dritto nel petto, allo stesso ritmo del cuore, o forse al posto del cuore. Va bene così. Finché c'è questo rumore, non devo ascoltare nient'altro.
Guardo con gli occhi la strada che scorre fuori dal finestrino della Yaris. Francesco tiene le mani incollate al volante, rigido come un fuso, incazzato nero perché sa esattamente dove lo sto costringendo a portarmi. Lo sento il suo rancore, è caldo, pulito, solido. Mi ci appoggio quasi, a quella rabbia. È l'unica cosa reale in mezzo a tutta questa nebbia. Gli ho tirato una sberla sulla spalla poco fa, un colpo secco, per farlo stare zitto. Non sopportavo le sue battute sui Pinguini Tattici Nucleari, non sopportavo quel suo tentativo disperato di riportarmi alla normalità, alla superficie. Io non sono in superficie. Io sto affogando nel catrame e lui pretende di farmi cantare le canzonette.
Mi muore dietro. Lo so da anni. Lo sento come mi guarda il culo quando cammino, come gli cambia il respiro quando gli vado troppo vicina, come accetta di fare il mio autista personale pur di rubare dieci minuti della mia presenza. Mi basterebbe fare un movimento di dieci centimetri di lato. Basterebbe allungare la mano, mettergliela sulla coscia e sussurrargli: “Fra, andiamo a casa tua”. So che direbbe di sì. So che lascerebbe perdere il tennis, la dignità, tutto, pur di avermi sul suo letto anche solo per una notte.
E per un attimo, lo giuro, la tentazione mi sfiora. Sarebbe così facile. Francesco è pulito, mi vuole bene davvero, non mi tratterebbe come una statistica.
Ma proprio perché gli voglio bene, non posso farlo.
Se vado a letto con Francesco, contagio anche lui. Lo tiro dentro il mio fango, lo trasformo in uno dei tanti, in una tacca sul mio catalogo del niente. E poi, quando l'effetto dell'anestesia sarà finito e io mi sveglierò col solito vuoto nello stomaco, avrò distrutto l'unica cosa vera che mi è rimasta al mondo. Devo lasciarlo lì, sulla sua sedia, a fare la guardia ai miei bagagli mentre io vado a farmi del male altrove. È la cosa più vicina all'amore che io sia capace di fare: salvarlo da me stessa, tenendolo all'inferno con me ma senza toccarlo.
«Accosta lì», dico, e la mia voce taglia i fumi della musica come una lama affilata.
Francesco non dice una parola, pensava di portarmi al Wanda, ma ho deciso di battere Marco sul tempo.
Francesco mette la freccia, frena con un colpo un po' troppo brusco e si ferma sul lato della strada, a venti metri dal portone di Marco. Non spegne il motore. Resta a guardare davanti a sé, oltre il parabrezza, con le mascelle serrate. So che mi sta guardando le gambe con la coda dell'occhio. So che odia il fatto di volerlo fare.
«Torno subito», sussurro. Non è una promessa, è un ordine che do a me stessa.
Infilo al volo gli anfibi senza allacciarli, lascio che i lacci dondolino sui sanpietrini mentre scendo dall'auto. L'aria bollente di giugno mi investe di nuovo, ma io ho ancora quel freddo di dicembre sotto le costole. Mi sistemo la coda di cavallo con un gesto secco. I capelli tirati indietro mi scoprono il collo, la faccia, tutto. Nessun sipario stavolta. Devo vederci chiaro per fare quello che devo fare.
Citofono e Marco scende giù, sul marciapiede. Mi sorride con la sua cazzo di racchetta da Padel in mano. Quando mi vede arrivare ha quel sorriso lì, quel sorriso convinto di chi pensa: Ecco la mia ragazza strana, quella rock, quella che fa impazzire tutti ma stasera viene da me.
Mi viene incontro per baciarmi, allunga le braccia. Io mi sposto di lato con un movimento fluido, lo schivo come se fossi un fantasma. Il suo bacio finisce a vuoto nell'aria calda.
«Fra? Che fai?» Il sorriso gli si spegne sul viso, sostituito da una smorfia di confusione.
«Finisce qui, Marco», dico.
Lo dico senza preamboli, senza cattiveria, senza emozione. Le parole mi escono dalla bocca piatte, fredde, come se le stessi leggendo sul retro di una scatola di medicinali.
«Cosa? In che senso finisce qui? Ma se ci siamo visti l'altro ieri... mi hai detto che...»
“Mi hai fatto sentire speciale.” Ecco cosa gli ho detto l'altro ieri, mentre eravamo sul suo letto e io fissavo una macchia di umidità sul soffitto, contando i secondi che mancavano alla fine. Gliel'ho detto perché era la sceneggiatura corretta, perché era quello che voleva sentirsi dire per dare il meglio di sé. Una battuta da recitare, niente di più.
«Ho cambiato idea», rispondo, incrociando le braccia.
«Ma sei impazzita? Così, dal nulla? Chi cazzo c'è in quella macchina?» Indica con un cenno furioso la Yaris nera di Francesco, ferma poco più avanti con il motore che borbotta nel silenzio della via. «È per quello sfigato? Ti fai fottere da lui adesso?»
La parola farsi fottere mi rimbalza addosso senza scalfire niente. Se sapesse. Se solo immaginasse quanti ne ho lasciati entrare in questi mesi, quanti corpi ho collezionato nel disperato tentativo di accendere un fiammifero dentro questo freezer che ho al posto dello stomaco. Ragazzi della mia età, trentenni incrociati nei bar, sconosciuti nei bagni delle discoteche. Sesso rapido, consumato con una fame chimica, una dipendenza pura che non lascia niente se non una pelle che brucia e un senso di sporco che non va via nemmeno con tre docce. Marco pensa di essere l'unico a essere stato usato. Non sa che è solo una tacca come tutte le altre, una statistica del mio catalogo del vuoto.
«Non sono affari tuoi, Marco. Io e te abbiamo chiuso. Non cercarmi più.»
«Sei una stronza, Francesca. Una sociopatica del cazzo. Tu stai male, lo sai? Tu non sei capace di voler bene a nessuno!» Me lo urla in faccia, la voce gli trema per la rabbia e per l'orgoglio ferito. Cerca di afferrarmi per un polso, un riflesso violento per trattenermi, per costringermi a guardarlo.
Ma io sono già un metro indietro. I miei riflessi sono più veloci dei suoi. Lo guardo un'ultima volta: i suoi occhi sono lucidi, è ferito sul serio. E la cosa spaventosa, la cosa che mi fa desiderare di sparire sotto l'asfalto, è che io non provo assolutamente nulla. Nessun senso di colpa, nessuna tristezza. Niente. Solo una noia immensa, una stanchezza che mi piega le ginocchia.
Mi volto e gli giro le spalle mentre lui continua a insultarmi sul marciapiede. Cammino verso la macchina con il mio solito passo, dondolando i fianchi senza volerlo, consapevole che anche adesso, mentre mi odia con tutto se stesso, Marco mi sta guardando il culo. È un copione già scritto. Tutti guardano lì. Nessuno guarda dentro.
Salgo sulla Yaris senza girarmi.
«Fatto», sussurro contro il tessuto della maglietta di Francesco. «Portami via, Fra. Ti prego.»
Lui sospira, un rumore che sembra un pezzo di vetro che si rompe. Ma mette la marcia. La macchina si muove, e io chiudo gli occhi, lasciandomi cullare dal riff dei System of a Down, sperando che stavolta il sonno arrivi prima dei mostri.
Il telefono mi vibra tra le mani. Un altro pop.
Non è Sally. È un messaggio su Instagram. Un tipo che ho incrociato venerdì scorso in quel locale sui colli. Si chiama Jacopo, o forse Juri, non me lo ricordo nemmeno. Ha circa trent’anni, una moto nera e una bocca che sa di sigarette e vodka al melone.
“Che fai stasera? Io sono in giro.”
Ecco che sale. È una frazione di secondo, una fitta che parte dallo stomaco e mi stringe la gola. La crisi d'astinenza. Quella fame chimica, disperata, di sentire una pelle sconosciuta addosso, di farmi schiacciare da un peso qualunque pur di non sentire il peso del mio vuoto. È come una droga. So esattamente come andrà a finire: mi farò dare un appuntamento, andremo dietro qualche capannone o a casa sua, faremo sesso in modo rabbioso, rapido, senza guardarci negli occhi. E per quei venti minuti sarò anestetizzata. Non penserò a niente, non penserò al fatto che sto buttando la mia vita in un secchio dell'immondizia. Poi, un minuto dopo aver finito, mi siederò sul bordo del suo letto a cercare i vestiti per terra o ovunque li avremo lanciato.
Fino alla prossima volta. Fino al prossimo buco da riempire.
Spengo lo schermo del telefono e lo ficco nella borsa. Non adesso. Non davanti a Francesco.
«Fra?» lo chiamo, e la mia voce torna quella di una gattina, morbida, rassicurante. La maschera è di nuovo al suo posto.
«Dimmi.» Non si gira. Guarda la strada.
«Mi porti a casa? Ho bisogno di fare una doccia calda. Una di quelle lunghe, che ti levano tutto di dosso».
Lui rallenta leggermente all'incrocio, lo sento che si rilassa appena, convinto che per stasera la tempesta sia passata, che la sua Francesca tornerà a casa a dormire.
«Va bene», risponde, e c'è quasi una nota di dolcezza nella sua voce stanca.
Io riappoggio la testa sul suo braccio, chiudendo gli occhi. Sento il muscolo del suo bicipite teso sotto la mia guancia. Scusa, Fra, penso, mentre con la mano dentro la borsa sblocco il telefono alla cieca per rispondere a quel Juri, o Jacopo, o come cazzo si chiama. Scusa se ti uso come un porto sicuro, mentre sto già calcolando la rotta per il mio prossimo naufragio.