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Creato il 18/06/2026, 09:37 · Aggiornato il 18/06/2026, 09:37

Capitolo 3: Il Wanda

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
  • Sangue
  • Violenza
  • Violenza Esplicita
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Hai visto che culo, eh?

Io sono anni che glielo guardo, quel culo. Secondo te, perché pensi che la faccia sempre camminare davanti quando ci spostiamo? Non è cavalleria, non farti strane idee. È solo che, se devo essere un condannato a morte, almeno voglio godermi il tragitto verso la ghigliottina.

È una questione di prospettiva.

Lei si ferma di colpo, proprio davanti alla mia Toyota Yaris nera. La macchina l’ho scelta io, ma il colore... il colore l'ha imposto lei: «Fra, la macchina deve essere nera. Deve sparire nell'ombra, come me».

See, nell'ombra?

Lei?

Ti ho raccontato di quella volta?

Sì, dai, la festa della birra, estate scorsa. Maglietta nera, scritta dei Korn, anfibi e gambe nude. Ballava, mezza ubriaca sotto il palco, stretta a un tipo conosciuto dieci minuti prima, e tutti — dico tutti — la guardavano. Non so se ascolti davvero musica, o se sappia distinguere il Nu Metal da un frullatore rotto, ma di sicuro sapeva come farsi vedere sotto le luci strobo.

Comunque, stavamo dicendo del colore della macchina... e io, che sono un cretino senza spina dorsale, ho pagato il sovrapprezzo per la vernice metallizzata e ora guido un carro funebre moderno.

Si volta, mi prende sottobraccio. Il contatto è quello solito: un ghiacciolo che si appoggia sulla pelle nuda.

«Fra, hai mai giocato a Padel?»

Se ho mai giocato a Padel?

Cazzo, Francesca!

Io sono un tennista che per poco non faceva la Coppa Italia quest’anno! Io il tennis lo mastico, lo digerisco e lo sputo, e lei lo sa benissimo. Sa che per me il Padel è come vedere qualcuno che mangia il sushi col ketchup.

È una bestemmia sportiva!

Lo sa, e me lo chiede lo stesso, solo per vedermi incassare il colpo, solo per testare quanto in profondità riesce a piantarmi il coltello nello stomaco.

«Sì...» rispondo, sconfitto.

Non aggiungo altro.

Perché dovrei? Le direi che il Padel è per chi non ha il coraggio di reggere uno scambio vero, per chi preferisce le pareti al talento. Lei mi guarda, col solito mezzo sorrisetto di chi ha già vinto prima di iniziare.

«No, perché, sai... rispetto al tennis mi sembra una roba da polli d'allevamento, una volta di queste vengo a vederti...».

Dice esattamente così, mentre scivola sul sedile con una grazia che pare studiata a tavolino.

A vedermi.

Lo sai quante volte l’ha detto? Lo sai quante volte è venuta a vedermi?

Zero.

Zero volte.

Tutte le volte, però, la solfa è la stessa: «Scusa, Fra, ma il tal tipo di turno mi ha invitata a cena, dai, facciamo la prossima». Sempre un "tal tipo" di mezzo, sempre una vita che gira vorticosamente attorno a lei mentre io resto a contare i rimbalzi sulla racchetta.

E io resto lì, a guardarla mentre si allaccia la cintura di sicurezza — sembra la scena di un film in cui il protagonista è troppo scemo per cambiare canale — chiedendomi perché, nonostante sappia perfettamente che è una bugiarda seriale, sono ancora qui a farle da tassista verso il suo prossimo massacro.

Metto in moto.

​Metto la mano sul poggiatesta per voltarmi e fare la retromarcia. Il motore della Yaris borbotta, un rumore smorto che sembra la mia dignità che va in frantumi.

​In quel momento, Francesca appoggia la testa sul mio braccio. Non è una carezza, è un peso morto.

​«Grazie, Fra...» sussurra.

​Solo questo. Grazie, Fra.

​E sai una cosa? Per lei è abbastanza. E, purtroppo, lo è anche per me.

​Mi rivolgo a te, che sei qui ad ascoltare questa follia: ti chiedi se basta, eh? Ti chiedi come sia possibile che un uomo, dopo aver capito tutto il gioco, si faccia bastare due parole buttate lì per farsi passare la rabbia? Beh, la risposta è che non basta. Non basta affatto. È una miseria. È l'equivalente di offrire una briciola a un cane che ha appena visto sfilare un banchetto intero.

​Ma io sono lì, con la retromarcia inserita e il cuore che fa un salto ridicolo, e mi dico che, in fondo, per oggi può bastare così.

​Mi giro verso di lei, lei mi guarda con quegli occhi che sembrano dire “so che non te ne andrai mai”, e ha ragione. Ha dannatamente ragione.

​«Di nulla, Francesca,» rispondo, mentre la macchina si muove.

Lei toglie gli anfibi e, con una scioltezza che sfiora l'indecenza, appoggia i piedi nudi sul cruscotto. Le unghie sono laccate di un nero che sembra inchiostro. Come ci riesca, come faccia a stare in posizioni che per un essere umano normale comporterebbero una lussazione immediata, è un mistero. Come sia il motivo per cui lo faccia — probabilmente per sporcarmi la plastica, o solo per ricordarmi che la macchina è mia ma lo spazio è suo — resta un enigma che non voglio risolvere.

Il silenzio viene rotto dal pop di una notifica.

Le arriva un vocale.

La voce è di un’amica, una tale Sally. Il volume è alto, si sente fin troppo bene: «Allora, Fra, hai mollato lo sfigato? Ti accompagna sempre il cavalie....».

Francesca stoppa il messaggio a metà.

Ride.

Una risata secca, senza però guardami.

Il "cavaliere"?

Come non lo sai? Forse sei l'ultimo rimasto in città a non saperlo.

«Vedo che sono famoso..» dico io, cercando di buttarla sul ridere.

Lei non risponde.

Non si gira nemmeno.

Invece, fa qualcosa di strano: si lega i capelli.

Cosa c'è di strano, penserai tu? Ecco, dovresti pensarla diversamente. Perché per te è solo una coda di cavallo , ma per me? Per me è un terremoto. Sono due anni che non lo fa. Due anni che li tiene sciolti, come un sipario nero che le copre il viso. L'ultima volta che l'ha fatto, quella precisa serata, è finita in rissa. Non una baruffa, non un battibecco. Una rissa vera, sedie volate, vetri rotti, urla che ancora mi rimbombano nelle orecchie se c'è troppo silenzio.

«Sul serio, Fra?» le chiedo, e la mia voce ha perso tutta l'ironia di un momento fa. Il battito mi è salito in gola.

Lei resta muta. Si stringe l’elastico ai capelli con una lentezza che sa di sentenza. Guarda la strada, guarda il mondo che scorre fuori dai vetri come se stesse già scegliendo dove far cadere il prossimo vaso.

Poi con voce melodiosa come una gattina,

«Mettiamo qualcosa di potente?» mi chiede. La voce è quella di una gattina che ha appena finito di affilarsi le unghie sui mobili buoni.

E io, che sono un idiota certificato, la butto sul ridere, o almeno ci provo: «Vuoi sentire l'ultima dei Pinguini Tattici Nucleari?».

Per tutta risposta, mi tira una pacca sulla spalla. Ma non è un buffetto, eh. È una sberla secca, pesante, di quelle che ti lasciano il segno per mezz'ora. Non fa male tanto alla spalla, fa male al pensiero. È il suo modo di dirmi: “Smettila di fare il coglione, sai benissimo che non siamo qui per cantare”.​

Mi scappa un verso di dolore, ma lei non ci bada. Con la mano libera cerca qualcosa sul telefono, scorre le playlist con una voracità che mi mette ansia.

​«Ecco!» dice trionfante.

​Parte Toxicity.

​Le prime note, quel riff iconico che ti entra nelle ossa come un virus, esplodono nell'abitacolo della Yaris. La musica invade ogni spazio, vibra contro le portiere, soffoca le mie proteste prima ancora che io possa pensarle.

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