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Creato il 15/06/2026, 13:09 · Aggiornato il 15/06/2026, 13:09

Capitolo 2: 100 ragazze

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
  • Sangue
  • Violenza
  • Violenza Esplicita
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Cammino.

Il marciapiede è rovente, l'asfalto vibra sotto le suole e l'aria mi si incolla addosso, pesante di umidità e polvere. Ci saranno trenta gradi, il sole mi punta dritto sulla testa come un riflettore spietato su un palcoscenico vuoto, eppure io sento un freddo che mi parte da dentro, dalle ossa, e sale su fino alla gola. Un freddo lucido, da notte di dicembre, piantato qui in mezzo a questo giugno torrido.

Tutti mi guardano. Lo fanno sempre. Sento i loro occhi che mi scivolano sulle gambe, sulle spalle scoperte, che cercano di indovinare cosa c'è dietro il mio silenzio. Qualcuno mi saluta con un cenno troppo complice, un ragazzo allunga il passo per raggiungermi, lo sento dietro di me, poi desiste, intimidito dalla mia schiena dritta. Lo conosco di vista, saranno due mesi che mi gira intorno, che mi manda messaggi a cui rispondo a metà, tanto per tenere vivo il fuoco. Tutti mi vogliono. Tutti credono che basti un sorriso per avermi, che io sia un premio facile da conquistare, una terra di nessuno dove chiunque può piantare la propria bandiera per una notte o due. Credono di conoscermi perché ho aperto loro la porta, perché ho lasciato che mi toccassero.

Non sanno niente. Non sanno che mentre le loro mani cercavano la mia pelle, io ero già altrove, a guardare il soffitto.

Ho detto a me stessa cento volte, davanti allo specchio del bagno mentre mi rinfrescavo il trucco sbavato, che avrei chiuso per sempre. Che avrei smesso di cercare questo calore finto che dura lo spazio di un'alba e poi ti lascia addosso solo l'odore di un bagnoschiuma non tuo. Mi ripeto che questo vizio è come il gelo d'inverno, che mi logora e mi spegne. Ma poi ci ricasco. È un automatismo, un gioco stupido e leggero a cui non riesco a dire di no, perché stare da sola con i miei pensieri fa troppa paura. E allora li lascio fare. Lascio che mi corteggino, che mi offrano da bere, che mi dicano le solite cose. Lascio che credano di avermi presa.

Ripenso alla serata assurda con Marco, a quel senso di déjà-vu che mi stringeva lo stomaco mentre eravamo insieme. Quante cose nostre hai fatto con me, Marco? Quanti gesti hai riciclato, come se io fossi solo un'altra tessera di un puzzle sempre uguale? Quanti caffè, quante cene al sushi ordinate per fare colpo, quanti sguardi intensi studiati per sembrare profondi?

"Mi hai fatto sentire speciale."

La voce mi risuona in testa, nitida, ma non so più se sia la tua, la mia, o quella di un altro ancora. Ormai le voci dei ragazzi si confondono in un unico rumore di fondo. Quante volte l’hai detta questa frase, Marco? A quante altre cento ragazze prima di me? Cento. È un numero tondo, perfetto per chi mente come respira, un numero che cancella i volti e li rende una massa indistinta.

Eppure... perché se faceva così schifo, adesso che non ci sei più provo questa fitta?

Ora che intorno c'è il vuoto, soffro di una specie di crisi d'astinenza. Non di te, forse, ma di quel rumore, di quell'illusione di essere cercata che per un attimo riempie la voragine. Cammino verso il Cinguetti e l'aria è così densa che sembra di nuotare nel catrame. Manca il respiro sotto questo cielo d'estate che non perdona, che mette tutto in piazza sotto una luce troppo bianca. Mi sento strana, scollata dal mio stesso corpo. Mi guardo le mani e mi sembrano quelle di un'estranea.

Non voglio pensarti. Non voglio pensare a te, come non voglio pensare a tutti gli altri, ma siete diventati un pensiero fisso, un groviglio di braccia, baci sbiaditi e promesse da niente che non mi fa dormire. Per ore, ed ore, ed ore. Il sonno per me è diventato un lusso che non mi posso più permettere; se chiudo gli occhi, sento solo il peso di tutti quegli sguardi che mi hanno consumata senza prendermi mai davvero.

La gente si scansa al mio passaggio sul marciapiede stretto. A volte ho l'impressione di fare ombra anche quando c'è un sole da spaccare le pietre, come se mi portassi dietro una nube scura. Mi chiedo, quasi con ironia, se sei almeno in grado di contare, Fra. Se voi maschi siete tutti fatti con lo stampino, se ci trattate tutte così, come tappe di un percorso di caccia. Una, dieci, cinquanta, cento. Ero solo una statistica nel tuo catalogo personale delle "speciali"? Una tacca sulla spalliera del letto, un nome da dimenticare il giorno dopo?

"Mi hai fatto sentire speciale."

"Come hai fatto con altre cento?"

La ripetizione è un mantra che mi martella nella testa, a ritmo con i miei passi sui sanpietrini. Lo ripeto a me stessa mentre imbocco la via del bar. Tutti mi guardano, sì, notano il vestito leggero, i capelli, l'aria apparentemente sicura di chi sa di non passare inosservata. Ma nessuno vede che sotto il tessuto sto tremando. Nessuno si accorge che sono fatta di vetro e che basterebbe un soffio d'aria più forte per mandarmi in frantumi.

Sto arrivando al Cinguetti. Francesco mi sta aspettando fuori, seduto al solito tavolo. Lui è l'unico punto fermo, il mio porto sicuro in questa tempesta di niente. La mia sedia comoda, il mio testimone silenzioso che mi ha vista ridere di cuore e poi piangere un minuto dopo senza motivo. Francesco non mi chiede di essere attraente, non mi chiede di essere "speciale" per forza. Lui non mi tradisce; è lì, con gli occhi fissi sul telefono, che conta i secondi che mi separano da lui.

Spingo la porta del bar e il condizionatore mi investe con una sferzata di freddo artificiale. Il rumore della strada, delle auto, delle chiacchiere del mondo si spegne di colpo dietro ai vetri.

"Soffro di crisi d'astinenza", sussurro a me stessa, con le labbra che sfiorano l'aria fredda, senza che nessuno possa sentirmi.

Ora. Soprattutto ora, che sto per sedermi e che non so più come fare a

sentire qualcosa.

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