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POV Francesca
Il primo raggio di sole che taglia la stanza è una lama fredda, spietata. Sbatte contro le mie palpebre e fa male, costringendomi a scivolare fuori da quel sonno nero, istantaneo, in cui mi ero rifugiata solo poche ore prima. Un sonno che non era riposo, ma una sesta marcia ingranata per pura disperazione, un modo per spegnere il cervello prima che le macerie mi crollassero addosso.
Non mi muovo. Resto esattamente come mi sono addormentata: con la fronte piantata contro lo sterno di Francesco, l'orecchio schiacciato sul tumulto del suo cuore. Sento il calore della sua pelle nuda, l'odore acido di sesso, sudore e fumo freddo che ci incolla le lenzuola addosso come bende su una ferita aperta. Il suo battito, adesso, ha trovato un ritmo regolare, lento, quasi pacifico. Il battito di chi pensa di aver vinto una battaglia o, peggio, di chi crede che la tempesta sia passata.
È la luce del mattino il vero problema. La notte nasconde, la notte giustifica. Nel buio puoi essere un demone, puoi sbranare e farti sbranare, puoi persino convincerti che uno schiaffo sia solo rabbia e non puro, fottuto terrore. Nel buio eravamo due corpi senza nome che si disputavano un territorio. Ma la luce di giugno non fa sconti. Illumina le pieghe del materasso sfatto, le nostre linee disordinate, le mie difese ridotte a un cumulo di cenere.
Ho paura. Il pensiero mi scivola nel cervello prima che io possa alzare il livello di guardia, ed è così nitido, così affilato, da farmi mancare l'aria. Mi si stringe lo stomaco in una morsa d’acciaio che non ha niente a che fare con la stanchezza fisica. È la vertigine di chi guarda giù dal dirupo e si accorge che non c'è nessuna rete di sicurezza.
Francesco non si muove. Tiene il braccio pesante abbandonato sopra il mio fianco, un'ancora che mi tiene inchiodata lì. Forse pensa che io stia ancora dormendo, o forse — conoscendo il suo fottuto bisogno di calcolare ogni singola mossa — sta solo aspettando, trattenendo il respiro per non risvegliare il mostro. Ha ragione a temermi. Dovrei tirare fuori le unghie anche adesso. Dovrei scivolare via dal letto con un movimento fluido, raccogliere i miei vestiti stracciati da terra, infilarmi le Dr. Martens senza allacciarle e andarmene con una battuta sarcastica, di quelle che lasciano il segno e ristabiliscono le distanze. Svanire prima che tutto questo diventi reale. Prima che diventi un fottuto noi.
«Io non ti voglio possedere, Fra... Voglio solo viverti. Perché io amo fottutamente la donna che sei. Esattamente così come sei.»
Le sue parole della notte mi rimbalzano nella testa, un'eco elettrica che mi fa quasi vomitare per l'intensità. Idiota. Un fottuto idiota presuntuoso, re del controllo e delle cartelline mentali. Ha passato dieci anni a fare l'equilibrista, a convincersi di essere l'artigiano che lucida la pietra grezza per non coprirmi di diamanti immaginari. Non ha capito un cazzo. Non ha mai capito che sotto la pietra non c'era il fango, e nemmeno il vuoto. C'era un vetro sottilissimo, teso fino allo spasmo, pronto a frantumarsi al primo fottuto tocco sincero. E lui ci è franato sopra con tutto il suo peso.
Mi sollevo millimetro dopo millimetro, con una lentezza che mi fa rabbia. Ogni muscolo delle cosce e della schiena protesta, la pelle brucia dove l'attrito è stato più violento. Mi siedo sui talloni, lasciando che il lenzuolo bagnato scivoli giù fino ai fianchi, esponendo la schiena nuda alla corrente fredda che filtra dalla tapparella.
Sento lo sguardo di Francesco addosso prima ancora di incrociare i suoi occhi. Ha riaperto le palpebre. Quegli occhi che di solito schedano il mondo, che cercano la logica anche nel caos, adesso sono nudi. Privi di tattica. Ha la faccia da ragazzino smarrito, la stessa che poche ore prima mi ha spinto a colpirlo, a dargli quel ceffone disperato nel tentativo di rimettere un muro tra di noi. Lo guardo dall'alto, la mia silhouette scura contro la luce del mattino, ma non c'è traccia di trionfo in me. Mi sento minuscola.
Le mani mi tremano. Odio quando mi tremano le mani, è il segno che il corpo sta dichiarando la resa prima della testa. Le incrocio sopra le ginocchia, stringendo le dita fino a farmi sbiancare le nocche per bloccarle, ma è inutile. Il tremito parte da dentro, dalle costole.
«Sei ancora qui», sussurra lui. La sua voce è un rottame roco, raschiata via dal fiato corto della notte, ma c'è una nota di sollievo che mi ferisce più di un insulto.
«Purtroppo sì», rispondo. Vorrei che suonasse tagliente, vorrei sputargli addosso tutto il mio veleno platonico, ma esce solo un soffio sordo, una corda vocale che vibra a vuoto.
Francesco fa un movimento impercettibile, allunga la mano sul lenzuolo, cercando la mia coscia. Io mi ritraggo di un centimetro, un riflesso condizionato. Non è rabbia. È puro istinto di conservazione.
«No, fermati, Francesco. Non toccarmi. Se mi tocchi adesso... cazzo, non parlare nemmeno. Stai zitto.»
Sento le lacrime premere dietro le palpebre. Calde, furiose, umilianti. Le ricaccio indietro con un respiro spezzato che mi fa sussultare il petto, sollevo le mani e mi premo i palmi contro gli occhi, forte, come se potessi ricomporre i pezzi della mia faccia, rimettermi addosso la maschera della stronza cinica che sa sempre come gestire la situazione. Ma la struttura è andata. Le crepe di cui parlava lui si sono allargate fino a far crollare tutto il soffitto.
«Avevo ragione io», dico, abbassando le mani e guardandolo fisso, lasciando che veda lo schifo del mio disastro, gli occhi lucidi e il trucco sbavato della sera prima. «Platone non scherzava affatto, Francesco. Tu pensi di essere quello intelligente? Pensi che io sia forte perché vado al Carroponte, perché mi prendo l'attenzione di quattro deficienti e ti lascio indietro a guardare? Io sono un ostaggio. Sono il tuo fottuto ostaggio da dieci anni, e tu sei troppo stupido per accorgertene.»
Una lacrima mi scivola lungo la guancia, lenta, bollente, finendo dritta sull'angolo delle labbra. Non la asciugo. Non ho più le forze per nascondermi.
«Ho lasciato che mi usassero in tantissimi, lo sai. Ragazzi di cui non ricordo nemmeno la faccia, corpi intercambiabili che mi sbattevo nei letti solo come un fottuto anestetico per non sentire il vuoto che mi scavavi dentro tu. Era facile. Finiva la notte, svaniva l'effetto, e io tornavo a casa intatta. Nessuno entrava davvero. Nessuno poteva fare danni. Ma tu...»
Mi sposto di lato sul materasso, rannicchiandomi su un fianco, tirando le ginocchia contro il petto nudo e stringendole con le braccia, come se quel guscio potesse trattenere i pezzi di me che stanno volando via.
«Tu sei un'altra cosa. Tu riesci a scendermi dentro fino a delle profondità che mi fanno vomitare dal terrore. Tocchi corde che io per prima avevo sigillato con il cemento armato perché facevano troppo male. Mi sei entrato sotto la pelle, Francesco. Sotto le unghie. E io ho una paura fottuta.»
Il silenzio della stanza diventa claustrofobico, interrotto solo dal mio respiro che balla, instabile. Lo guardo attraverso il velo liquido delle lacrime, vedendo la sua sagoma distesa che mi fissa senza respirare.
«Ho passato dieci anni a scappare da te, a inventarmi barriere, guerre e provocazioni, perché lo sapevo. Sapevo che se ti fossi arrivata così vicina, se ti avessi permesso di guardarmi senza filtri... tu mi avresti distrutto il cuore. E adesso guarda. La notte è finita. La pazzia divina se n'è andata. E io sono qui, nuda sul letto, e non ho la più pallida idea di come si faccia a rimettere insieme i pezzi. Non so come si sopravvive a uno come te»
Abbasso la testa sulle ginocchia, nascondendo il viso. La gatta ha finito gli artigli. C'è solo una ragazza terrorizzata che ha posato le armi sul campo di battaglia, aspettando che il suo carnefice decida cosa fare di lei.
Non si muove. Rimane immobile, disteso sulla schiena, con la pelle nuda incollata alle lenzuola fradice, a fissarmi dal basso. Io sono qui, rannicchiata a guscio sui talloni, a coprirmi come posso contro questa luce di giugno che sembra messa lì apposta per sputtanarmi.
Ho appena sputato fuori tutto il mio veleno, tutti i dieci anni di fuga, i ragazzi usati come anestetico, il terrore fottuto che ho di lui. Mi sento come se mi fossi aperta lo sterno con un bisturi per fargli vedere dove sanguino. Aspetto la sua mossa, la sua fottuta analisi logica. Mi aspetto che apra una delle sue cartelline mentali, che faccia il Re del controllo e mi dica, con quella sua aria da presuntuoso, che avevo torto, che Platone non c'entra e che il suo sistema ha vinto.
Invece il silenzio dura così tanto che il ticchettio del suo cuore sotto di me diventa un rumore assordante.
Vedo Francesco sollevarsi sui gomiti con una lentezza esasperante. Ogni suo muscolo protesta, ha la schiena a pezzi, ma si muove verso di me come se avesse paura di spaventare un animale ferito. Non ha la faccia di chi ha vinto. Ha ancora quello sguardo da ragazzino smarrito, completamente scoperto, privo di qualsiasi tattica.
Si sposta sul materasso finché non me lo ritrovo esattamente dietro la schiena. Sento il calore del suo petto a un centimetro dalle mie scapole nude, avverto il suo respiro caldo e roco che mi tocca il collo.
«Fra», sussurra. La sua voce è un rottame, raschiata via dalla notte.
«Ti ho detto di non toccarmi, Francesco», ringhio contro le mie stesse ginocchia. Ma è un ringhio stupido, bagnato di lacrime, che non farebbe paura a nessuno. «Ti prego».
Non mi ascolta. Per la prima volta nella sua vita, se ne fotte delle mie regole, dei miei confini e del suo maledetto sistema di sicurezza.
Allunga le braccia e mi cinge i fianchi, bloccando le mie gambe rannicchiate. Mi stringe forte, con una presa solida, tirando il mio peso all'indietro fino a incollarmi completamente contro il suo petto nudo. Al primo contatto mi irrigidisco, divento di pietra, tento di fare resistenza con ogni singolo muscolo del corpo per non scivolare nel baratro. Ma lui non molla di un millimetro. Aumenta la pressione, mi tiene stretta contro di sé finché la pietra non si spacca: un singhiozzo violento, profondo, mi squarcia le costole e mi tradisce del tutto. Sto piangendo come una bambina, e non posso più nasconderlo.
Francesco affonda la faccia nell'incavo del mio collo, tra i miei capelli ancora aggrovigliati e umidi di sudore.
«Allora distruggiamoci, Fra», mi sussurra direttamente sulla pelle, mentre sente le mie lacrime calde colargli sulle braccia. «Se questo fottuto demone ha deciso per noi, se siamo incastrati qui dentro da dieci anni... allora smettiamola di lottare per rimanere interi. Distruggiamoci insieme. Ma io non ti lascio rimettere a posto i pezzi da sola. E non vado da nessuna parte».
A quelle parole sento qualcosa cedere definitivamente dentro di me. È il rumore delle mie ultime barriere che vengono giù, della mia struttura di cemento armato che si sbriciola sotto il peso della sua resa. Le mie mani smettono di stringere disperatamente le ginocchia; si girano, cercano le sue braccia che mi stringono e ci affondo le unghie. Non per spingerlo via stavolta. Ma per ancorarmi a lui, come se fosse l'unica cosa solida rimasta in un mondo che sta franando.