Vai al contenuto principale

← La gatta

Creato il 07/09/2026, 09:40 · Aggiornato il 07/09/2026, 09:40

Capitolo 27: Il Canto del Cigno

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
  • Sangue
  • Violenza
  • Violenza Esplicita
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

«Tu sei un’altra cosa. Tu riesci a scendermi dentro fino a delle profondità che mi fanno vomitare dal terrore. Tocchi corde che io per prima avevo sigillato con il cemento armato perché facevano troppo male. Mi sei entrato sotto la pelle, Francesco. Sotto le unghie. E io ho una paura fottuta.»

Le sue parole restano sospese nell’aria calda della stanza, mentre le lacrime le rigano il viso. Io non rispondo subito. La tengo stretta contro il mio petto, il suo corpo che trema ancora per i singhiozzi, le unghie affondate nelle mie braccia come se volesse scavarmi dentro per ancorarsi.

«Allora distruggiamoci, Fra» le sussurro direttamente sulla pelle, mentre sento le sue lacrime calde colarmi sulle braccia. «Se questo fottuto demone ha deciso per noi, se siamo incastrati qui dentro da dieci anni… allora smettiamola di lottare per rimanere interi. Distruggiamoci insieme. Ma io non ti lascio rimettere a posto i pezzi da sola. E non vado da nessuna parte.»

Il giorno dopo, senza deciderlo e senza volerlo, entrambi passiamo tutto il giorno da me a fare una maratona di Supernatural. È la scusa perfetta per stare insieme, senza prometterci niente, senza dare nomi a quello che sta succedendo. Mangiamo schifezze sul divano, lei con la testa appoggiata sulla mia coscia, io che le passo le dita tra i capelli mentre Dean e Sam cacciano mostri. Ridiamo, litighiamo su chi è il migliore tra i due fratelli, ci tocchiamo senza fretta. È una bolla sospesa, fragile e dolcissima.

Poi nella notte arriva la fine della quinta stagione.

Sono le due di notte passate e il mio appartamento puzza di sesso, sigarette spente e pizza fredda. Siamo ancora mezzi nudi sul mio divano sfondato, io con i jeans slacciati, lei con solo una delle mie polo addosso, le gambe nude accavallate sulle mie. Lo schermo del portatile illumina i nostri corpi sudati di una luce azzurra intermittente. Dean Winchester urla contro Lucifero nella Gabbia, l’Impala che brilla sotto la pioggia come un feticcio sacro.

Quando l’episodio finisce con quel colpo di scena sotto il lampione, Francesca chiude di scatto il portatile. Il buio cala improvviso. Lei rimane immobile per qualche secondo, il respiro ancora corto, poi si gira verso di me a cavalcioni, premendomi il petto contro il torace.

«Ho smesso dopo la quinta stagione» dice con la voce roca, ancora impastata di piacere e di qualcosa di più profondo. «Non ho mai guardato le altre, anche se le ho comprate tutte.»

La guardo senza capire. Le mie mani sono ancora sui suoi fianchi, le dita che affondano piano nella carne calda.

«Perché?»

Lei si passa una mano tra i capelli aggrovigliati, gli occhi azzurri che brillano nel buio.

«Perché quella quinta stagione è perfetta, Fra. È il trionfo del libero arbitrio sul destino di merda. Tutto l’arco è costruito sull’Apocalisse: Michele e Lucifero che devono possedere Sam e Dean per distruggere il mondo. I fratelli erano predestinati a essere solo dei fottuti contenitori. Invece Sam, dentro la Gabbia, riesce a riprendere il controllo non con qualche potere magico, ma ricordando Dean, ricordando l’Impala, ricordando cosa significa essere fratelli. Sceglie di sacrificarsi, di imprigionarsi per sempre pur di salvare tutto. È l’amore che batte il disegno divino. È… è esattamente quello che vorrei per noi.»

Fa una pausa, mordendosi il labbro inferiore.

«Kripke aveva scritto tutto per finire lì. Cinque stagioni perfette. Aveva messo tutte le sue idee in quel finale. Poi il network, credo fosse il CW, 

ha rinnovato per soldi e lui se n’è andato. Hanno aggiunto quella scena sotto il lampione solo per tenere aperto il gioco. Ma per me finisce lì. Il resto è solo… troppo.»

Le mie dita risalgono lungo la sua schiena, sotto la polo rubata.

«E allora perché hai comprato tutte le stagioni?»

Francesca abbassa lo sguardo, un sorriso piccolo e amaro le curva le labbra. Si china su di me, la fronte contro la mia, il respiro che mi scalda la bocca.

«Perché è come noi, idiota.» La sua voce è un sussurro spezzato. «Io voglio tutto da te. Voglio le prossime dieci stagioni, voglio vedere come va a finire, voglio litigare, fare pace, distruggerci e ricostruirci mille volte. Ma ho una paura fottuta di rovinare quello che abbiamo adesso. Sono troppo felice di questo momento. Troppo felice di te che sei qui, sudato, con me, senza cartelline e senza piani. Se guardo avanti, ho paura che il destino di merda possa vincere. Come con la serie. Meglio fermarsi al momento perfetto.»

Mi bacia con violenza, un bacio che sa di lacrime trattenute e di resa. Quando si stacca, ha gli occhi lucidi.

Da quella notte in poi, qualcosa cambia senza che nessuno dei due lo dichiari.

Non ci sono promesse. 

Non ci sono etichette. 

Non ci sono “ti amo” pronunciati ad alta voce. 

C’è solo una resa silenziosa, quotidiana, quasi imbarazzata.

I primi giorni sono strani, delicati. Francesca torna al suo appartamento per cambiarsi, ma finisce sempre per restare da me. A volte vado io da lei dopo gli allenamenti, con una bottiglia di vino rosso e due pizze da asporto. Dormiamo insieme quasi tutte le notti. A volte il sesso è ancora rabbioso, urgente, come se avessimo paura che l’altro scompaia da un momento all’altro. Altre volte è lento, quasi dolorosamente dolce: lei sopra di me che mi guarda negli occhi senza scappare, io che le bacio ogni centimetro di pelle come se volessi memorizzarla.

Di giorno viviamo le nostre vite parallele. Lei al negozio di Stradivarius, io al circolo. Ci mandiamo messaggi sporadici, mai sdolcinati. “Sto chiudendo, vieni?” oppure “Ho finito tardi, ti aspetto sveglio”. Piccole cose. Suficienti.

La seconda settimana diventa più naturale. Una sera la porto a vedere un concerto punk in un locale piccolo, solo noi due in mezzo alla calca. Lei balla come sempre, ma ogni tanto si volta a cercarmi con lo sguardo, e quando mi trova sorride — un sorriso vero, non quello da gatta che marca il territorio. Un’altra notte restiamo sul suo divano fino alle quattro a guardare Supernatural. Lei commenta ogni episodio, mi spiega chi è Dean, chi è Sam, ride quando io faccio domande stupide. Io fingo di lamentarmi, ma in realtà mi piace vederla così: appassionata, viva, senza difese.

Non parliamo del futuro. 

Non parliamo di esclusività. 

Eppure, senza dirlo, diventiamo esclusivi. Lei smette di rispondere ai messaggi ambigui dei vari Juri di turno. Io cancello mentalmente ogni cartellina che riguardava altre persone. Sally sparisce dai radar. Mikaela diventa solo un ricordo divertente.

Ci sono momenti di tensione, ovvio. Una sera lei si chiude di colpo, dice che ha bisogno d’aria e sparisce per mezza giornata. Torna a notte fonda, si infila nel letto senza dire una parola e mi abbraccia da dietro, la faccia premuta contro la mia schiena. Io non chiedo niente. La lascio respirare. Un pomeriggio io sento il vecchio impulso di controllare, di mappare i suoi movimenti, e devo costringermi a fermarmi. Le crepe sul Muro si allargano, ma non crolla tutto. Imparo a lasciarla libera, sapendo che tornerà.

Ci avviciniamo ogni giorno un po’ di più. Un centimetro alla volta. Lei lascia uno spazzolino da me. Io inizio a tenere il suo tipo di caffè in casa. Lei mi ruba una delle mie polo e ci dorme dentro. Io le chiedo in prestito una serie di Supernatural con la scusa di guardala a casa, perché mi sono appassionato. 

Piccole invasioni silenziose di territorio.

Non è idillio. 

È reale. 

Ci sono silenzi pesanti, ci sono litigi brevi e secchi, ci sono momenti in cui lei mi guarda e vedo ancora la paura nei suoi occhi. Ma c’è anche la tenerezza nuova: lei che mi passa le dita tra i capelli mentre sono mezzo addormentato, io che le preparo la colazione senza dire niente. È un affidarsi reciproco, fragile ma ostinato. 

Finendo giugno, arriva l’aperitivo di chiusura estiva del Circolo Gentili. Tutti i soci si spostano al Bar Cinguetti, il solito posto di confine tra il mondo patinato del circolo e la periferia vera. Invito Francesca, ovviamente.

«Col cazzo, Fra» mi risponde lei al telefono, con quella voce roca che mi fa ancora sorridere. «Che bevo tra i tuoi amichetti borghesi inamidati e di plastica. Sono degli insetti. Divertiti con le tue polo stirate.» e mi riattacca in faccia.

Rido, non insisto. 

Ormai ho imparato: spingere significa perderla. Accetto il suo “no” e basta.

La serata è già avviata da un’ora quando il gruppo è seduto ai tavolini di plastica all’aperto. Sabrina mi lancia occhiate dolci e devote, Claudio racconta per la milionesima volta le stesse storie di scuola, Michele tracanna birra con aria di sfida. L’aria sa di spritz, erba tagliata e fumo di sigaretta. Parliamo di tornei, di vacanze, di niente.

Franco fa il solito sborone da numero uno del Club, davanti a tutti i soci deridendomi. 

Va bene così, lo lascio fare, è parte del gioco.

A metà serata sento il silenzio calare sul tavolo come una coperta pesante.

Alzo lo sguardo.

È lei.

Francesca sta attraversando la strada verso il bar con quel passo fluido che riconoscerei tra mille. 

Non è vestita di nero.

Indossa un vestitino leggero azzurro, corto, che le scivola sulle cosce e contrasta con la sua pelle abbronzata.

Ma ai piedi, non ha rinunciato a sui Dottor Martins.

I capelli, i capelli non sono più neri corvini. Sono tornati al loro biondo originale, una cascata di onde chiare che cattura la luce dei lampioni. 

Non me li ricordavo quasi più così. Sembra un’altra versione di lei, più morbida, più pericolosa proprio perché inattesa.

Tutti gli sguardi del tavolo si inchiodano su di lei. Sabrina si irrigidisce. 

Qualcuno mormora qualcosa.

Francesca non guarda nessuno. Attraversa il piccolo spiazzo, arriva dritta al mio tavolo, ignora completamente gli altri. Senza dire una parola si china su di me, mi prende il viso tra le mani e mi bacia.

Non è un bacio timido. È profondo, possessivo, lento. La sua lingua sfiora la mia davanti a tutti, le sue dita mi stringono la nuca. Sento il sapore di sigaretta e di lei. Quando si stacca, ha un sorriso sghembo sulle labbra, di chi ha appena marcato il territorio.

Si siede direttamente sulle mie cosce, senza chiedere permesso, il vestito leggero che si solleva appena. Appoggia la schiena contro il mio petto, una mano sulla mia gamba, il pollice che traccia piccoli cerchi possessivi sulla stoffa dei pantaloni.

«Ciao» dice semplicemente, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Il tavolo è pietrificato. Sabrina ha la faccia di chi ha appena visto un’apparizione. Claudio balbetta qualcosa di stupido. Io sento un calore feroce espandersi nel petto.

Le circondo la vita con un braccio, la stringo contro di me. Il suo profumo di shampoo e pelle calda mi riempie le narici.

Non dice altro. 

Non ha bisogno di spiegazioni. 

È qui. 

Ha scelto di entrare nel mio mondo, vestita di azzurro e con i capelli biondi, e di farlo davanti a tutti.

Per la prima volta dopo dieci anni, non c’è più solo il fango, o il buio della camera da letto.

C’è lei, alla luce, sulle mie gambe, che sorride serena mentre il mondo intorno a noi trattiene il fiato.

E io, per una volta, non ho nessuna cartellina pronta. 

Nessun piano. 

Nessun perimetro da tracciare.

C’è solo questo momento.

E lei non è più la gatta.

O forse sì, non importa.

E va bene così.

E tu che leggi, sì, proprio tu, dietro lo schermo del cellulare o del computer, con gli auricolari nelle orecchie o nella penombra della stanza.

Hai visto?

Due persone rotte, piene di schegge, di fango, di cartelline mentali e di cuori neri, che hanno trovato la forza e il coraggio di smettere di scappare e di lottare per stare insieme. Non è bello, non è pulito, non è un cazzo di lieto fine da film. È sudato, sporco, a volte doloroso. Ma è vero.

Siamo troppo sdolcinati?

Va’ a fanculo.

Ti auguro, con tutto il cuore, di trovare nella tua vita una come Francesca. Una che ti entri sotto la pelle, sotto le unghie, che ti spaventi a morte e ti faccia sentire vivo come non mai. Perché nella vita va così: cresce solo ciò che viene nutrito. E l’amore è imprevedibile, inafferrabile, non è mai come pensavi o come lo volevi.

L’amore non si controlla.

Non si mappa.

Non si rinchiude in stanze mentali.

Richiede il coraggio di mettersi in gioco tutti i giorni, anche quando hai paura, anche quando vorresti scappare, anche quando il demone ti sussurra che è meglio fermarsi alla quinta stagione.

Quindi sì. 

Siamo sdolcinati.

Ma insieme.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Caricamento…