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Creato il 29/08/2026, 21:18 · Aggiornato il 29/08/2026, 21:18

Capitolo 25: Theia Mania

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
  • Sangue
  • Violenza
  • Violenza Esplicita
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La voce dallo schermo viene zittita di netto. Non so chi di noi due abbia chiuso il portatile. So solo che il coperchio si abbatte sulla tastiera con uno scatto secco e la stanza viene inghiottita da un buio assoluto, denso, che puzza di fumo freddo e sudore. Niente più luce azzurra, niente più bolla.

Non so dirti in quale esatto istante ci strappiamo di dosso i vestiti. Ricordo solo l'urgenza feroce, il rumore del tessuto tirato via a forza, e un secondo dopo lei è sopra di me. A cavalcioni sul mio bacino, le ginocchia piantate a forza nel materasso, schiacciandomi con un peso che non era solo fisico. Il suo respiro è un rantolo caldo, disperato, premuto direttamente contro la mia bocca prima ancora di baciarmi.

I suoi fianchi sbattono contro i miei con un ritmo spezzato, rabbioso. Sento la linea della sua schiena inarcarsi sotto i miei palmi, i suoi capelli scuri che, nel buio cieco, diventano una frusta che mi sferzava il viso e il collo a ogni sua spinta. Le mie mani esplorano e percorrono il suo corpo ossessivamente. Affondo le dita nella carne dei suoi glutei, le stringo i seni cercando un limite che nessuno dei due ha intenzione di rispettare. Voglio possedere ogni singolo millimetro di lei.

Lei risponde affondandomi le unghie nelle spalle. I suoi morsi sulla mia clavicola sono avvertimenti, i suoi gemiti suoni strozzati che le nascono in gola e le vibrano direttamente contro il mio petto nudo. 

L'attrito brucia. 

È una collisione brutale, spogliata di qualsiasi romanticismo di merda.

Non stiamo facendo sesso. 

Non stiamo facendo l'amore.

Ci stiamo nutrendo l'uno dell'altra. Lei sbrana il mio controllo per riempire le sue voragini, e io ingoio a morsi il suo veleno perché è l'unica cosa al mondo in grado di saziarmi.

Poi, all'improvviso, un grido strozzato mi graffia l'orecchio. Un suono sordo, animale, che le squarcia la gola. È venuta, i suoi muscoli che si stringono in uno spasmo violento come una morsa d'acciaio.

L'onda d'urto mi colpisce appena una frazione di secondo prima che il mio stesso corpo raggiunga il limite. Con l'ultimo brandello di lucidità che mi resta nel cervello, uno scatto di puro istinto di conservazione, mi sfilo da lei con uno strattone violento, un attimo prima di cedere e venirle dentro.

Crollo all'indietro, svuotato. 

La spina dorsale si schianta pesantemente sul materasso sfatto, la schiena nuda che aderisce alle lenzuola divenute ormai fradice del nostro sudore. Fisso il soffitto invisibile, i polmoni che bruciano cercando ossigeno.

Francesca, invece, non crolla.

Rimane lì. 

Una sagoma scura e incombente stagliata nel buio della stanza, il petto madido che si alza e si abbassa a scatti per la fame d'aria. Non si sposta di un millimetro: rimane seduta, dritta, con le gambe ancora spalancate e i talloni nudi piantati ai lati delle mie spalle. Una posizione di dominio assoluto, quasi predatoria. Anche nel post-orgasmo, con i corpi sfiniti, mi ricorda che ogni via di fuga è chiusa. Sono ancora incastrato sotto di lei, nel suo territorio. E non posso muovermi.

La guardo dal basso, sforzando gli occhi per abituarli a quella penombra densa. Anche nel buio, vedo nelle sue pupille una convinzione feroce, un fuoco vivo che mi fissa senza darsi pace. È un messaggio muto, limpido come una minaccia: Francesco, se pensi che abbiamo finito qui, ti sbagli di grosso. Siamo solo all'inizio.

Non riesco a sputare fuori una sola parola. Il fiatone mi spacca i polmoni, è così violento che a stento riesco a incamerare l'aria pesante della stanza. Ma lei non è da meno. Sopra di me, il suo petto si muove con lo stesso ritmo affannato e veloce, un'altalena impazzita di pelle umida che mi schiaccia contro il materasso. Abbiamo i battiti sintonizzati sulla stessa frequenza distruttiva.

Allungo le braccia a fatica, vincendo l'inerzia dei muscoli esausti. Le prendo la testa tra le mani, affondando le dita nei capelli aggrovigliati e madidi di sudore, e con una lentezza insolita la spingo giù, costringendola ad appoggiare la guancia sul mio torace, proprio sopra il tumulto del mio cuore. Voglio che senta quanto mi ha ridotto a pezzi.

«Sai, Fra...» la mia voce esce come un sussurro roco, raschiato via dalla gola secca. «Stasera, al Carroponte, quando ti ho vista andartene e lasciarmi indietro, sono rimasto male. Mi si è rivoltato lo stomaco. Ma poi, mentre ero fermo a guardarti ballare con quei deficienti, ho capito una cosa fondamentale. Ho capito che non posso controllarti. Perché tu non sei una mia proprietà, e io non posso mettere le sbarre al caos.»

Faccio una pausa, lasciando che il respiro si stabilizzi, ma non mollo la presa sulla sua testa. Ho bisogno che ascolti la confessione del mio Mostro.

Sto per andare avanti a parlare quando lei mi mette l'indice sulle labbra.

«Shshs, zitto Fra», ansima con il fiato corto, senza alzare la testa dal mio petto. «Non riempire questo momento con le tue cazzate».

Le tolgo delicatamente l'indice e le bacio la mano, piccola, con quelle lunghe dita incredibilmente curate.

«No, sul serio», anche il mio fiato è corto, non riesco a mettere insieme due parole senza ansimare e fermarmi per boccheggiare. «Sai come vedo io l'amore? È una truffa del cervello».

Lei fa per sollevare la testa, tenta di parlare per azzittirmi, ma le stringo piano le dita per tenerla lì. «Ascolta. Prendi un oggetto qualunque. Una pietra grezza che non vale niente, un pezzo di ferro vecchio. E la tua mente comincia a ricoprirlo di diamanti. Ci sbatte sopra una luce pazzesca, inventa perfezioni, colora ogni angolo finché non luccica da accecare».

Francesca si muove contro di me, punta un gomito sul mio costato per tirarsi su. «Francesco, piantala con le tue analisi, io non...»

«No, lasciami finire, cazzo», insisto, bloccandole il fianco con l'altra mano per non farla scappare. Il petto mi si alza ancora a scatti sotto la sua guancia. «Il punto è che alla fine non ami quella pietra. Ami solo i gioielli che le hai appeso addosso tu. Ti innamori dell'illusione che hai fabbricato da solo. Io ho passato dieci anni a lottare per non farti questo, Fra. Per non coprirti di diamanti, perché volevo continuare a vedere esattamente cosa c'era sotto».

Nel buio, sento il torace di Francesca sussultare. Una risata bassa, roca, che mi vibra direttamente contro la pelle del petto.

Solleva la testa di qualche centimetro, abbastanza da farmi incrociare i suoi occhi lucidi nella penombra. «Sei il solito presuntuoso, Francesco. Il re del controllo. Pensi davvero che sia la tua mente a decidere? Pensi di essere l'artigiano che sceglie di ricoprire le cose di luce o di lasciarle nel fango?» Sbuffa un fiato caldo sul mio mento, con un sorriso sghembo che sa di sfida. «Non hai capito un cazzo. Hai mai letto Platone?»

In quel preciso istante, prima ancora che possa aggiungere un'altra parola, le afferro i polsi. È un movimento fluido, istintivo, un colpo di reni che ribalta le forze in campo. Sfrutto il peso del mio corpo per girarla sotto di me, intrappolandola sotto il mio petto con un unico strattone. Le blocco le mani sopra la testa, premendole forte contro il materasso fradicio di sudore, inchiodandola lì, immobile.

La fisso dall'alto, lasciando scappare un mezzo respiro corto che diventa una risata sommessa. «Non fare la professoressina adesso».

La bacio. Vuole essere un attacco forte, grezzo e ruvido, un modo per riprendermi il controllo e rimetterla in riga, ma appena le mie labbra toccano le sue l'attrito si scioglie. Diventa un bacio di una dolcezza disarmante. Le nostre lingue danzano dentro le rispettive bocche, con una lentezza profonda che non abbiamo programmato, e lei chiude gli occhi, lasciandosi andare del tutto per la prima volta da quando siamo entrati in questa stanza.

Dopo quel bacio mi sollevo leggermente sulle braccia e la guardo dall'alto. Non ho idea di che espressione io possa avere sul viso — forse sono troppo scoperto, forse ho la faccia da ragazzino smarrito — fatto sta che lei spalanca gli occhi, mi fissa per un secondo e scoppia a ridere ancora. Una risata soffocata, intima, che le vibra tra i denti.

«Dovresti leggerlo, invece», dice, mentre le allento la presa sui polsi ma rimango con il corpo sopra il suo, schiacciandola contro il materasso. «Quel vecchio greco lo sapeva bene cos'è questa roba. Altro che le tue pietre grezze e i tuoi diamanti mentali. L'amore non è un vestito di luce che decidi tu di fabbricare a tavolino per convincerti che ne valga la pena. Non sei tu l'artigiano, Francesco. Sei la vittima».

Sposta le mani ormai libere e mi accarezza i lati del collo, ma le sue dita stringono sode, quasi a voler trovare la giugulare.

«È un demone. Una possessione violenta, una pazzia divina che ti viene buttata addosso dall'esterno. Ti sfonda la porta di casa, ti salta alla gola e ti strappa il volante dalle mani. Non abbellisce un bel niente, Fra. Ti divora il cervello, ti annienta la logica e ti riduce a un fottuto burattino. Tu pensi di aver deciso di volermi bene? Pensi che il tuo sistema di controllo possa arginare questa cosa? Stronzate. Sei solo un ostaggio, esattamente come me. Il demone ha deciso per te, e adesso sei incastrato qui dentro».

«Incastrato qui dentro… incastrato qui dentro… incastrato qui dentro».

Le sue ultime parole continuano a rimbalzare nella mia testa, espandendosi come un'eco elettrica nel vuoto della stanza. Probabilmente, nelle sue intenzioni, quella sentenza vuole suonare dura, spietata, l'ennesimo muro tirato su per difendersi. E invece Francesca le pronuncia con una dolcezza sotterranea, involontaria, che mi demolisce letteralmente dall'interno. Sento distintamente il rumore delle crepe che si aprono sul mio Muro, la mia struttura di cemento grigio che cede sotto il peso di quel bacio e di quella resa.  

Dopo aver sputato fuori quel veleno platonico, Francesca si zittisce di colpo. Abbassa le ciglia e inizia a muovere l'indice sul mio petto nudo, tracciando ampi cerchi ipnotici sulla pelle ancora calda, senza trovare il coraggio di guardarmi in faccia.

«Fra», le dico.

Niente. Il dito continua a girare, come se stesse ridisegnando la mia mappa anatomica.

«Fra», ripeto.

Stavolta allungo la mano, le prendo il mento tra l'indice e il pollice e lo spingo delicatamente verso l'alto, costringendola a incastrare di nuovo le sue pupille nelle mie. I suoi occhi sono vulnerabili, nudi, spogliati di ogni corazza.

«Io non ti voglio possedere, Fra. E non voglio controllarti», le sussurro, e ogni parola mi pesa sul petto come un sasso. «Voglio solo viverti. Non voglio cambiarti, non voglio che tu diventi qualcosa di diverso da quello che sei. Perché io amo fottutamente la donna che sei. Esattamente così come sei».

In un millesimo di secondo, vedo la reazione chimica dentro le sue tessere. I suoi occhi si fanno lucidi, liquidi, gonfi di un'emozione troppo grande per essere gestita.

E poi mi tira uno schiaffo.

Un colpo secco, improvviso, che fa schioccare la pelle della mia guancia nel silenzio della camera. Il dolore brucia subito, ma non mi muovo di un millimetro. Rimango lì, a subire il suo urto.

Francesca mi punta l'indice dritto negli occhi, a pochi centimetri dal mio viso, con le dita che le tremano per la rabbia e per lo sforzo di non scoppiare a piangere.

«Ti ho tenuto lontano per dieci anni perché lo sapevo, cazzo! Sapevo che tu, in pochissimo tempo, mi avresti distrutto il cuore», ringhia, la voce roca che le balla in gola. «Riesci a entrarmi dentro in un modo che mi terrorizza, Francesco. Ho passato la vita a scappare, ho lasciato che mi possedessero decine di ragazzi, così tanti che non mi ricordo nemmeno le loro facce o i loro nomi, usandoli solo come anestetico… Ma tu… Tu tocchi delle profondità dentro di me che io per prima non pensavo nemmeno fossero possibili».  

In un attimo, l'aria pesante della stanza diventa di nuovo fuoco. Non saprei dire chi di noi due abbia mosso la prima pedina, chi abbia accorciato quell'ultimo centimetro di distanza rimasto dopo lo schiaffo, ma ci allacciamo di nuovo. Stavolta, però, l'urgenza cieca di prima si trasforma in qualcosa di ancora più profondo, spietato e metodico.

Facciamo l'amore. Lo facciamo così tante volte che, a un certo punto, i numeri e il tempo perdono qualsiasi significato all'interno del mio sistema.

Diventa una guerra di logoramento. Una sfida silenziosa, carnale e psicologica tra il mio bisogno di iper-controllo e la sua spaventosa capacità di buttarsi nel vuoto. Nessuno dei due vuole mollare la presa. Nessuno dei due è disposto a cedere per primo, a mostrare all'altro il fianco scoperto, a dire basta e ammettere la debolezza di essere stato sottomesso. Ogni volta che il respiro sembra mancare e i muscoli urlano per la stanchezza, uno dei due trova un briciolo di rabbia o di fame per ricominciare, per trascinare l'altro ancora più a fondo nel gorgo. I nostri corpi si incastrano e si respingono nel buio come ingranaggi impazziti, in una ripetizione ossessiva di pelle contro pelle, di morsi che marcano il territorio e di sudore che ci incolla le anime.

Ci fermiamo solo quando la notte si arrende.

La tregua arriva senza che nessuno dei due l'abbia dichiarata a parole, per puro esaurimento delle forze, proprio mentre i primi raggi freddi del sole di giugno filtrano attraverso le fessure della tapparella. Quella luce pallida taglia il buio della camera da letto, andando a illuminare i nostri visi esausti, distesi l'uno accanto all'altra sul campo di battaglia di quel materasso disfatto.

E poi, semplicemente, succede.

Con l'ultimo briciolo di forze che le rimane in corpo, Francesca pianta la testa dritta contro il mio petto, sprofondando con la faccia nello spazio umido tra la mia clavicola e lo sterno, quasi a voler scavare un rifugio dentro le mie costole.

«Adesso basta», sussurra contro la mia pelle.

Chiude gli occhi. E, proprio come accade poche ore prima nell'abitacolo della macchina subito dopo il concerto, in un secondo netto scivola in un sonno istantaneo, pesante e totale, spogliata in un attimo di ogni artiglio, di ogni corazza, di ogni fottuta barriera.  

Rimango immobile sotto il suo peso, senza quasi respirare per non risvegliare il mostro. Sento il ritmo regolare del suo respiro premere contro il mio cuore. La gatta si è addormentata sopra il suo predatore, o forse è l'ostaggio che trova la sua unica pace tra le braccia del carceriere. 

Il mio sistema cerca disperatamente di analizzare quel momento, di tirare i fili rossi di quella folle notte dentro le solite cartelline mentali, ma le crepe sul mio Muro sono troppo profonde. 

Non c'è logica, non c'è tattica.

Ci siamo solo noi due, nudi e distrutti sotto la luce spietata del mattino, incastrati dentro quel bizzarro business di famiglia.


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