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POV Francesca
Il bacio nel parcheggio sapeva di sangue, rabbia e di un blackout cerebrale che non avevo programmato. Quando abbiamo varcato i cancelli del Carroponte, avevo solo bisogno di resettare il sistema.
La cassa toracica d’acciaio di quel posto, l’aria pesante di giugno, i Punkreas che picchiavano duro sul palco: era lo sfondo perfetto per sparire.
Volevo vedere fino a che punto Francesco sarebbe rimasto lì a fare la mia ombra. Volevo provocarlo, come faccio sempre, per capire se sotto quella facciata da bravo ragazzo ci fosse della carne o solo plastica. Per questo mi sono mossa con indifferenza, lasciando che la folla mi inghiottisse, ballando con i primi idioti che mi sono capitati a tiro. Volevo che assaggiasse il sapore del dubbio.
Poi, però, è arrivata la bambolina rosa.
Quando ho visto quella ragazzina con le scarpe da basket e le lentiggini stringerlo all'angolo insieme alle sue amiche da centro sociale, mi è salito un acido allo stomaco che non c'entrava niente con la birra sgasata. Ma la cosa che mi ha fatto scattare i nervi è stato lui: Francesco non stava subendo, stava giocando la sua partita. Beveva dal bicchiere di quella sciacquetta, la fissava con quel briciolo di audacia che di solito tiene nascosto sotto i suoi modi composti da maestro di tennis.
Ah, e così adesso scendi in campo anche tu, Francesco?
È stato un riflesso condizionato, animale. Non tollero che qualcuno metta le mani sulle mie cose, anche su quelle che fingo di non volere. Quella ragazzina doveva capire subito la differenza tra un flirt di diciott'anni e me. L'ho liquidata con tre frasi al veleno e un sorriso che avrebbe potuto tagliare il vetro, incastrando il mio braccio nel suo. Mio. Stasera e alle mie condizioni.
In macchina la rabbia è evaporata, lasciando solo quel vuoto enorme che mi viene sempre dopo i concerti. Ero sfinita di scappare, sfinita di fare la stronza. Appoggiare la testa sulla sua coscia, sentire i suoi muscoli tendersi è stato un cedimento. Una bandiera bianca camuffata da pigrizia.
«Sai, Francesco... stasera mi sei piaciuto», gliel'ho detto sul serio. Perché per la prima volta l'ho visto tirare fuori le palle.
Sotto il mio portone, l'abitacolo della Yaris è diventato una trappola d'aria condizionata e ormoni. Ci siamo baciati con urgenza, come due che si riprendono dopo aver rischiato di perdersi nel pogo. Ma quando si è bloccato, col fiato corto, a fissarmi la clavicola, ho capito che il momento mistico era finito.
«"Saving people, hunting things. The family business"», ha letto ad alta voce, con quella faccia da professore smarrito. «Che vuol dire?»
Ho strabuzzato gli occhi, quasi offesa. «Ma come, Francesco? Non hai mai visto Supernatural? È Dean! È la citazione per eccellenza!»
L'ho guardato come si guarda un alieno. Non conoscere i fratelli Winchester nel mio mondo equivale a essere analfabeti.
Stavo per lasciarlo in macchina, come al solito, ma poi mi è venuta un’idea.
«Tu adesso sali da me», ho decretato, sfilando le chiavi dal cruscotto prima ancora che potesse inventare una scusa sulle sue lezioni del mattino o sui clienti del circolo. «Non mi importa se domani devi lavorare. Stasera ti fai un bagno di cultura pop, o ti cancello dalla rubrica dal telefono.»
Il mio appartamento era freddo, immerso in quel silenzio artificiale che trovi solo quando vivi da sola e la casa ti aspetta esattamente come l'hai lasciata. C'era un calzino abbandonato vicino al divano e l'odore del mio profumo mischiato all'aria chiusa.
Non l'ho lasciato respirare. L'ho spinto in camera mia, ho acceso lo schermo del PC sul tavolo e ho fatto partire il Pilot. Prima stagione, episodio uno.
Ci siamo buttati sul letto senza nemmeno toglierci i vestiti sporchi di fumo e di periferia. Mi sono rannicchiata di nuovo contro il suo fianco, ma stavolta c'era la voce profonda di Jensen Ackles in sottofondo e lo scatto analogico della cassetta dei Led Zeppelin dentro l'Impala del '67 a riempire la stanza.
Lo controllavo con la coda dell'occhio. Francesco guardava lo schermo con una serietà quasi comica, come se stesse analizzando un trattato di geopolitica.
«Ma quindi loro cacciano i mostri perché il padre è sparito?» mi ha chiesto a un certo punto, concentratissimo, mentre la Donna in Bianco faceva a pezzi un automobilista sul monitor.
«Esatto, genio. È la loro condanna», ho risposto, girandomi di fianco per guardarlo meglio. «E Dean è il fratello maggiore. Quello che non chiede mai il permesso, quello che si spara i classici rock a tutto volume e vive sulla strada. Praticamente il contrario di te.»
L'ho punzecchiato, tirandogli un piccolo morso sulla spalla attraverso la maglietta. Mi aspettavo che si ritraesse, che facesse il solito ragazzo perbene. Invece Francesco ha ridotto gli occhi a due fessure, ha allungato un braccio dietro la mia schiena e mi ha tirata contro di sé con una decisione che mi ha tolto il fiato. Mi ha stretta forte, come a volermi dimostrare che il territorio sapeva marcarlo anche lui.
Verso il terzo episodio, le luci blu dello schermo tagliavano il buio della camera creandoci intorno una bolla claustrofobica e perfetta. Sentivo il calore del suo corpo infiltrarsi attraverso la mia canotta, il ritmo regolare del suo respiro contro i miei capelli. Per una volta, non avevo bisogno di graffiare. Lì dentro, protetti da una serie tv e dalle tapparelle abbassate, non dovevo dimostrare a nessuno quanto fossi dura.
«Comunque Sam è quello riflessivo, quello che voleva fare l'università e avere una vita normale», ho sussurrato nel buio, mentre Dean sullo schermo scassinava una serratura con una tessera magnetica. «Assomiglia più a te.»
Francesco non ha risposto subito. Ha solo premuto le labbra sulla mia tempia, un bacio lento che sapeva di stanchezza e di qualcosa che assomigliava maledettamente a una resa.
«Allora significa che dovrai proteggermi tu dai mostri, gatta», ha mormorato contro la mia pelle.
Ho sorriso nel buio, stringendo le dita intorno al tessuto della sua maglietta. Forse, dopotutto, stava iniziando a capire come funzionava il mio bizzarro concetto di business di famiglia.