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Creato il 18/08/2026, 10:04 · Aggiornato il 18/08/2026, 10:04

Capitolo 23: La Gatta

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

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  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
  • Sangue
  • Violenza
  • Violenza Esplicita
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Il bacio nel parcheggio è un residuo che mi brucia ancora sulle labbra, un sapore metallico di sangue e rabbia che si mescola all’aria pesante della periferia. Non è stato un gesto d’amore, è stato un urto tettonico, una frattura che ha aperto il terreno sotto i piedi di entrambi. Ora, mentre varco di nuovo la soglia dei cancelli, sento il peso di quel momento trasformarsi in qualcosa di più insidioso: una domanda che non ha risposta, una variabile che non riesco a inserire nel mio sistema.

Il Carroponte non è un locale. È una cassa toracica d’acciaio, una struttura industriale che vibra sotto il peso di migliaia di persone, aperta al cielo nero di giugno che sembra voler schiacciare tutto ciò che accade sotto. L’odore qui è un pugno: polvere sollevata da migliaia di anfibi, birra stantia, fumo di erba e un calore umano che diventa quasi solido. Il palco è un altare di metallo illuminato da fari che squarciano l’oscurità con una precisione chirurgica. I Punkreas stanno martellando una ritmica che non si limita ad accompagnare il respiro, ma lo forza, lo costringe a battere fuori tempo.

Appena varcata la soglia, Francesca si sposta dal mio fianco; è come se avesse tirato una leva mentale. La ragazza del parcheggio, quella che tremava contro il mio petto col sapore del sangue in bocca, è sparita. È evaporata. Ora è un predatore nel suo habitat, una figura che si muove con una fluidità che rasenta l'indifferenza. Non si volta. Non controlla se sono ancora lì, non cerca il mio sguardo. Non lo fa mai. Non ho mai avuto il privilegio di essere il suo accompagnatore ufficiale; per lei sono solo uno spettro che occupa una porzione di spazio nel suo raggio visivo, o forse nemmeno quello.

La vedo allontanarsi, un profilo nero che si fonde con la folla. Il mio primo istinto, quello primordiale, è allungare la mano, afferrarle il polso, tenerla ancorata a me. Ma le mie dita rimangono inerti lungo i fianchi. So bene cosa succederebbe: se cercassi di marcarla, di reclamare quel possesso che credo mi spetti per diritto di vicinanza, lei si incazzerebbe e mi respingerebbe ancora di più, generando l'effetto opposto a quello che voglio. E la cosa peggiore è che non lo farebbe con rabbia, che sarebbe umana, ma con quella distaccata, gelida indifferenza che mi annienta più di qualsiasi urlo.

E io non posso permettermi di perderla.

Non stasera.

Non dopo quello che ci siamo detti nel parcheggio, non dopo che ho assaggiato il gusto amaro di quel momento.

Mi faccio largo nel caos.

Sotto il palco, il pogo è un organismo vivente, un ammasso di corpi che si scontrano, si spingono, si odiano e si amano nello spazio di pochi centimetri quadrati. È una coreografia brutale che riflette esattamente il mio stato mentale: un tentativo disperato di trovare un ordine nel disordine. Juri, Jacopo e tutti gli altri motociclisti sono lì a darsi spallate con il resto del pubblico.

In un attimo ho perso di vista Francesca, poi ricompare in lontananza; ci sono tre, quattro ragazzi intorno a lei. Hanno la faccia di chi è abituato a prendersi quello che vuole, gente che non si pone domande, che vive di pancia, nutrendosi dell'adrenalina del momento. Le si avvicinano, le ballano addosso, le urlano qualcosa all’orecchio. Francesca ride. Ride con quella risata secca, roca, che conosco fin troppo bene. Si lascia toccare la vita, si lascia girare, si concede a quel gioco di sguardi e contatti rapidi.

Resto impalato a un metro di distanza, il cuore che batte al ritmo distorto della chitarra. La guardo. Mi chiedo, come ogni maledetta volta, se stasera tornerà a casa con me o se, alla fine del concerto, il suo sguardo incrocerà quello di uno di quegli sconosciuti e io diventerò, all'improvviso, invisibile. È una roulette russa che gioco ogni volta, con la differenza che il colpo in canna è puntato dritto alla mia dignità.

La cosa peggiore non è che ci provino. La cosa peggiore è che lei non li allontana. Ma non perché sia "facile". È peggio. È che lei non vede differenza tra loro e me. Ballare con uno di loro, bere una birra offerta da uno sconosciuto, o stare con me in macchina: per Francesca è tutto sullo stesso piano. Tutto è distrazione. Tutto è "momento". Io sono solo un’opzione, una variabile tra le tante. E mentre lei danza, incurante, io resto a osservare le sue gambe, le sue braccia che si alzano al cielo, la sua testa che si abbandona all’indietro.

Guarda come si concede, penso, e la bile mi sale in gola. Guarda come li lascia entrare nel suo spazio, come se fossimo tutti interscambiabili, come se il mio amore fosse solo un rumore di fondo in mezzo a questa cacofonia.

Vorrei urlarle di smetterla. Vorrei prenderla per le spalle e scuoterla, gridarle che sono lì, che io sono quello che la porta a casa, che io sono quello che le paga la benzina, che io sono quello che la aspetta mentre lei gioca a fare la gatta con tutto il branco. Ma le parole mi muoiono in gola.

Cippa urla qualcosa dal palco, la folla esplode in un boato, un’ondata di corpi mi travolge e mi sposta di lato.

Uno spintone violento alla spalla, poi un colpo al fianco che mi costringe a inciampare in avanti, mi fa voltare di scatto. La rabbia mi sale alla gola come un riflesso condizionato, le mascelle serrate, pronto a mandare al diavolo chiunque stia invadendo il mio spazio vitale in questa bolgia infernale. Il vociare della folla, misto al riff distorto dei Punkreas che martella i timpani, rende ogni pensiero faticoso, quasi fisico.

Mi giro furente, gli occhi che cercano un colpevole, ma l'espressione mi si smorza sul volto. All'improvviso, qualcosa cambia l'inerzia della serata: si presenta un'alternativa insperata. E io decido di iniziare a giocare la mia partita, non appena metto a fuoco la figura davanti a me.

«Ehi! Ma sei tu!»

La voce è acuta, perforante, capace di tagliare il muro di suono che separa il palco dal resto del palco. Davanti a me c’è una ragazzina, avrà diciott'anni. La riconosco subito: è Mikaela.

Fino all’anno scorso era una presenza fissa nelle mie giornate di allenamento. Suo padre, grande amico di Pietro e uno dei pesi massimi tra gli azionisti del Tennis Club Gentili, si era messo in testa che la figlia dovesse diventare una vera giocatrice. Peccato che lei fosse negata. Un disastro totale: sempre atletica, piena di un’energia incontenibile, ma con una coordinazione tale che, se le avessi lanciato una pallina, se la sarebbe vista sfilare tra le gambe senza riuscire nemmeno a muovere la racchetta.

In compenso, la sua totale assenza di talento era bilanciata da un'esuberanza disinibita e sfacciata. Mi ricordo bene quanto fosse fastidiosa: durante le lezioni se ne fregava del dritto e del rovescio, preferendo inondarmi di domande. Voleva sapere tutto della mia vita privata, delle mie uscite, trattandomi non come un maestro, ma come un reperto da analizzare o un bersaglio da conquistare a forza di insistenza.

Ora è qui, lontana dalla compostezza del circolo. Ai piedi calza un paio di scarpe da basket bianche della Puma, mentre addosso porta una lunga canottiera oversize rosa che le fa quasi da vestito. Sul petto campeggia la scritta nera dei Punkreas, accompagnata dalla stampa del loro caratteristico cane circondato da raggi gialli, con un tratto di evidenziatore a coprirgli gli occhi e la scritta Funny Goes Acoustic che gira ad arco attorno alle zampe dell'animale.

Mi scruta dal basso in alto. Ha i capelli castani, una cascata di ricci tagliati a caschetto che le arrivano morbidi fino alle spalle. Il viso, acceso da un naso leggermente all'insù e da una delicata spruzzata di lentiggini rosa, è dominato da due grandi occhi verdi. Sono occhi profondi, sfrontati, capaci di scavare in un istante, privi di filtri e carichi di una curiosità pungente. Si sistema una ciocca di capelli dietro l’orecchio, ridendo di gusto per il trambusto che ci circonda, divertita dal mio smarrimento iniziale, convinta che io sia in soggezione e che questo sia il miglior spettacolo della serata.

Ma si sbaglia. La osservo, sentendo l'adrenalina della competizione che torna a scorrermi nelle vene. La partita è appena ricominciata, e stavolta, ho intenzione di scendere in campo anch'io.

Mikaela sgrana i suoi grandi occhi verdi, e un lampo di trionfo le attraversa il viso spruzzato di lentiggini. Non aspetta un secondo. Senza mai distogliere lo sguardo dal mio, allunga un braccio all'indietro, sbracciandosi freneticamente verso la folla.

«Ragazze, venite! È lui! È Francesco! Il mio ex allenatore al Gentili!» grida, costringendo la sua voce acuta a farsi strada e a sovrastare il frastuono sordo dei piatti della batteria.

Due figure si fanno largo a spallate nel pogo e le si piazzano immediatamente ai lati. Indossano esattamente la sua stessa "divisa" – l'identica canottiera oversize dei Punkreas usata a mo' di vestito – ma in colori diversi: una ce l'ha di un verde acido, l'altra di un rosso sbiadito. Eppure, a parte quel pezzo di stoffa, non potrebbero essere fisicamente più lontane da lei.

Quella con la canotta verde ha i capelli biondi, lisci come seta, così lunghi da arrivarle fino al sedere. La sua pelle è una tela caotica e satura: ha tatuaggi che le invadono la faccia, il collo, scendono in modo disordinato lungo le braccia e le mani, fino a coprire interamente le gambe nude. Ma il dettaglio su cui il mio sguardo inciampa è l'avambraccio destro. Dal polso al gomito è un blocco di inchiostro completamente nero, una fascia solida e impenetrabile. Uno di quei fastidiosi tatuaggi blackout di cui non sono mai riuscito a capire il senso logico, né tantomeno quello estetico.

L'altra ragazza, quella con la canotta rossa, è rasata a zero. Completamente pelata. Anche lei ha il corpo sommerso dai tatuaggi, ma compensa la totale assenza di capelli con una quantità spropositata di metallo conficcato nella pelle. È piena di piercing sul viso e, ai lobi delle orecchie, porta due enormi dilatatori neri: tunnel così larghi e vuoti che ci si potrebbe comodamente infilare un dito dentro senza sfiorarne i bordi.

Mikaela non fa la minima mossa per presentare le amiche. Non pronuncia i loro nomi, non fa le presentazioni di rito. Si frappone leggermente tra me e loro, un sottile spostamento del bacino con cui rivendica silenziosamente il suo territorio. Sono io il suo obiettivo, loro sono solo il suo pubblico.

Le due ragazze si avvicinano, spingendosi per farsi largo, e scoppiano a ridere con quella complicità spudorata e prepotente tipica di chi ha diciott'anni e crede di avere il mondo in tasca. Mi indicano sfacciatamente, mi studiano dalla testa ai piedi, si scambiano occhiate d'intesa pesanti come macigni. Il loro atteggiamento non lascia spazio a dubbi: è palese, quasi imbarazzante, quanto io sia stato l'argomento di conversazione principale di chissà quante loro serate.

Poi, la bionda tatuata mi fissa con un ghigno divertito e sgancia la frase che mi raggela: «Allora è davvero lui... avevi ragione, Mikaela!».

Avevi ragione.

La frase mi colpisce a freddo. Ragione su cosa? Sulla mia presenza qui? O su qualche dettaglio della mia vita che Mikaela ha distorto per gonfiarsi l'ego davanti a loro?

Per una frazione di secondo resto disorientato da quell'esternazione sparata a bruciapelo. Poi, il cervello elabora l'informazione con la freddezza di chi è abituato a scansionare il campo. Se Mikaela ha parlato così tanto di me da prepararmi il terreno con le sue amiche, significa che mi ha appena servito la palla perfetta.

Un angolo della mia bocca si solleva impercettibilmente. Bene, penso tra me e me, questa cosa gioca solo a mio favore. Pianto i piedi a terra, incrocio lo sguardo sfrontato della ragazzina e mi preparo a scendere in campo.

Non faccio in tempo a cercare una battuta divertente che il cerchio si stringe. Arrivano altri ragazzi, quattro, forse cinque. Hanno le facce pulite, le felpe sgualcite, e si fanno largo nel pogo con la disinvoltura di chi possiede il Carroponte. Hanno tutti in mano dei bicchieri di plastica colmi di birra, gocciolanti, per loro e per le tre ragazze.

Mikaela si stacca dal gruppo, lasciandomi al centro di quel piccolo assembramento di curiosità adolescenziale che mi fa sentire incredibilmente fuori posto. Si muove con una disinvoltura che mi mette a disagio; prende una delle birre dai ragazzi, scocca un bacio volante al tipo che gliel’ha allungata — un gesto che sembra quasi una coreografia studiata, una danza di gesti rapidi e sprezzanti — e poi si fionda su di me. Mi invade lo spazio vitale, il suo profumo dolce e stucchevole si scontra con l'odore acre di sudore e alcol che satura l’aria, rendendo la respirazione un esercizio faticoso.

«Quindi... Ti piacciono davvero i Punkreas?» esordisce, inclinando la testa, il sorriso che le curva le labbra in modo provocatorio. I suoi grandi occhi profondi mi fissano, non si staccano, cercando di scovare qualcosa dietro la mia maschera di indifferenza. «O sei qui solo per fare l'accompagnatore ufficiale di qualcuno, o... qualcuna?»

Non appena finisce la frase, porta il bicchiere di plastica alle labbra e beve un lungo sorso di birra, senza mai distogliere lo sguardo dal mio. Poi, con un gesto calcolato, mi porge il bicchiere a mezz'aria. Resta in silenzio, in attesa della mia contromossa.

Il vecchio Francesco avrebbe esitato o rifiutato, incartandosi in qualche scusa. Io, invece, allungo la mano. Le sfioro le dita mentre afferro la plastica sottile e bevo a mia volta. La birra è tiepida e sgasata, ma la mando giù senza battere ciglio, sostenendo perfettamente il suo sguardo sfrontato.

«Guarda,» le rispondo, restituendole il bicchiere con una calma quasi glaciale e un mezzo sorriso, «sono qui con una mia amica, che però adesso è scomparsa nella folla. E per la cronaca: sì, sono un grande amante dei Punkreas. Li seguo dal 2019, quando li ho visti dal vivo proprio qui al Carroponte, quell'estate.»

Il rumore di fondo, il vociare ossessivo, la musica che sembra voler sventrare i timpani, tutto diventa di colpo secondario. Sento un movimento nell'aria, un cambio di pressione. Non ho bisogno di girarmi per capire, il mio sistema nervoso reagisce prima ancora che i miei occhi registrino l'immagine. È come se l'area si svuotasse all'improvviso di ogni altro suono.

Francesca spunta da dietro un gruppo di persone, quasi fosse emersa dal nulla. Non è sola. È accompagnata da due ragazzi, due sconosciuti che non ho mai visto prima. Sono alti, vestiti in modo anonimo, ma hanno quell'aria sicura di chi sa di avere il controllo della situazione. Ride, Francesca. Ride in un modo che non ho sentito stasera, un suono cristallino che taglia la cacofonia di quel casino come una lama. Ha un bicchiere in mano, beve un sorso, e poi si appoggia a uno dei due ragazzi, un gesto di naturalezza che mi fa contrarre lo stomaco in una morsa. Eppure, proprio in quel momento, la risata le muore in gola. Il suo sguardo, fino a un secondo prima perso in quel flirt disimpegnato, scivola oltre la spalla del ragazzo e aggancia la mia figura. E poi quella di Mikaela, che mi sta praticamente addosso tenendo in ostaggio la mia attenzione.

I suoi occhi azzurri si piantano in quelli verdi di Mikaela come due artigli affilati. Non è più la ragazza che rideva nel pogo. Adesso è la gatta che ha visto un’altra femmina avvicinarsi troppo alla sua preda. Fa un sorriso di puro istinto felino: denti scoperti, coda dritta, pronta a soffiare.

Non so cosa le scatti nel cervello. Non mi sarei mai immaginato una reazione del genere.

Le dita le si aprono. Il bicchiere di plastica le sfugge di mano e si schianta a terra, esplodendo in una pozzanghera di birra ai piedi dei due tizi che, di colpo, smettono di esistere per lei. Si stacca da loro, ignorando le loro facce perplesse, e punta dritta verso di noi.

Ha il passo fluido e inarrestabile di un predatore a cui stanno portando via il pasto. È il suo fottuto, incomprensibile paradosso: lei può fare il cazzo che vuole, ballare e strusciarsi con chiunque le capiti a tiro, ma nessuno — nessuno — deve azzardarsi a toccare quello che considera il suo obiettivo. È terribilmente, spietatamente territoriale.

Quando ci raggiunge, non degna di uno sguardo le due amiche tatuate. Pianta i suoi occhi azzurri, freddi e affilati come lame, direttamente in quelli verdi di Mikaela. Poi le sorride.

È un sorriso agghiacciante. Se fossimo in un film, sarebbe lo stesso identico sorriso sghembo e letale di Keanu Reeves nei panni di John Wick, una frazione di secondo prima di uccidere qualcuno.

Senza interrompere quel contatto visivo, Francesca mi si affianca. Infila il suo braccio sotto il mio, ancorandosi a me con una presa possessiva e inequivocabile che mi lascia senza fiato.

«Ciao,» esordisce, con un tono di voce cristallino che nasconde tonnellate di veleno. «Io sono Francesca. E tu chi sei?»

Mikaela, che fino a un secondo fa padroneggiava la scena con la spavalderia e la sicurezza dei suoi diciott'anni, accusa il colpo in pieno. È come se le avessero appena tirato un pugno dritto nello stomaco. Impallidisce sotto la spruzzata di lentiggini, il respiro le si incastra in gola e fa un passo indietro, inciampando quasi sulle sue stesse scarpe da basket.

«I-io... sono Mikaela...» balbetta, la voce acuta ridotta a un sussurro incerto.

Francesca allarga impercettibilmente il suo sorriso letale, tenendomi stretto a sé.

«Piacere, Mikaela. Come ti stavo dicendo, io sono Francesca,» scandisce bene le parole, godendosi l'effetto che fanno. «E sono quella con cui Francesco è venuto qui stasera a vedere il concerto.»

Mikaela e le amiche battono in ritirata. Francesca non mi lascia più il braccio per il resto del concerto, ma non dice una parola su quello che è successo. Quando l'ultimo accordo dei Punkreas sfuma e le luci del Carroponte si accendono, ci incamminiamo verso l'uscita immersi in un silenzio denso, elettrico, che ci accompagna fino al parcheggio.

Appena saliamo in macchina, l'atmosfera cambia di colpo. Francesca si sfila gli anfibi con gesti rapidi e nervosi e li lancia sul fondo del tappetino, dal suo lato. Poi, senza preavviso, si rannicchia sul sedile: punta i piedi nudi contro la portiera del passeggero e abbandona di peso la testa sulla mia coscia.

Si rannicchia sulla mia gamba come una gatta che, dopo una notte di caccia selvaggia, torna a rivendicare il suo posto caldo e familiare. Per un attimo sembra quasi domestica, morbida, con le unghie momentaneamente ritratte.

Resta un attimo immobile, con lo sguardo perso oltre il parabrezza. Poi, senza guardarmi, dice a bassa voce: «Sai, Francesco... stasera mi sei piaciuto».

È un attimo. Subito dopo chiude gli occhi ed è come se si addormentasse all'istante, sfinita dalla serata o forse solo svuotata da quella strana scarica di gelosia. Io rimango immobile per qualche secondo, con il fiato sospeso e le mani sul volante, stordito da quella confessione improvvisa. Poi metto in moto. Guido silenziosamente nel buio della periferia, verso casa sua, attento a ogni curva per non scuoterla troppo, mentre il calore della sua testa sulla mia gamba sembra bruciare attraverso il tessuto dei jeans.

Quando arriviamo sotto il suo portone, spengo il motore.

La scuoto leggermente per svegliarla.

L’abitacolo della Yaris puzza di sudore, birra e dell’energia elettrica che ancora ci ronza nelle ossa dopo il concerto dei Punkreas.

Lei si mette a sedere dritta sul suo sedile e si gira verso di me.

Non c’è bisogno di parole.

È un invito, o forse è solo un’abitudine.

Ci baciamo, ed è un contatto ruvido, urgente. Ma stavolta, mentre le dita mi scivolano sulla spalla, i miei occhi cadono su un dettaglio che non ho mai visto prima.

Sulla sua clavicola destra, quasi nascosta dalla scollatura, spicca una scritta nera. Un tatuaggio netto, preciso, un monito inciso nella pelle.

Mi stacco per un istante, col fiato corto. «Saving people, hunting things. The family business», leggo a voce alta. «Che vuol dire?»

Lei strabuzza gli occhi, quasi offesa. «Ma come, Francesco? Non hai mai visto Supernatural? È Dean! È la citazione per eccellenza!»

Scuoto la testa, confuso. «No. Mai visto.»

Lei mi pianta la solita sberla sulla spalla. È un colpo secco, potente, che mi fa sussultare, ma nel suo sguardo c’è qualcosa di diverso. «Se vuoi stare con me, devi assolutamente rimediare. È un ordine.»

Mi bacia di nuovo, ma stavolta il bacio è più lungo, più consapevole. Poi, come al solito, si stacca. L’incantesimo si rompe. «Grazie per la serata, Fra. Ti chiamo io», dice, ripetendo la frase che è la mia condanna a morte.

Scende dall’auto. La vedo camminare verso il portone, le spalle dritte, l'incedere di chi sa di avere il mondo in pugno. Resto lì, con le mani sul volante, aspettando che il vuoto torni a mangiarmi.

Ma poi accade l'impossibile.

Francesca si ferma. Si volta di scatto. Torna indietro con una falcata nervosa, apre la portiera e si infila di nuovo al posto del passeggero.

«Sali», dice, e la sua voce non è la solita lama. «Mi è venuta una voglia matta di vedere una puntata di Supernatural.»

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