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Creato il 21/07/2026, 15:15 · Aggiornato il 21/07/2026, 15:20

Capitolo 22: Cuore nero

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
  • Sangue
  • Violenza
  • Violenza Esplicita
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L’odore del Carroponte a metà giugno è sempre lo stesso: polvere sollevata da migliaia di anfibi, fumo di erba stampato nell'aria umida, ascelle bagnate e birra economica. C’è una marea di gente stasera. Una distesa di creste sbiadite, magliette dei Ramones strappate e borchie che riflettono le luci rosse del palco.

Accanto a me, Francesco cammina con le mani affondate nelle tasche dei jeans. Sembra un alieno caduto da un altro pianeta, con la sua postura dritta, la camicia scura coi polsini arrotolati al millimetro e quel taglio sul labbro che è quasi guarito ma che io continuo a fissare. Sembra tranquillo, asettico come al suo solito, ma so che sotto la pelle sta contando i respiri di ogni singola persona che mi passa a meno di un metro. Sta mappando il perimetro.

Io mi passo una mano tra i capelli neri, ancora umidi. Sul palco le spie fischiano, poi la batteria attacca con quel ritmo secco, picchiato, che mi entra dritto nelle costole. Palco illuminato di fari bianchi e blu. Cippa prende il microfono e la chitarra parte con quel riff distorto, amaro, pesante.

«Ascolto una voce / Nell'ora in cui tace tutta la città / La voce mi dice: "Sai che cosa fare / Non resistere, lasciati trasportare"...»

Sento una scossa lungo la schiena. Cuore Nero. Cazzo, questa canzone fa male.

Mi volto verso Francesco, vorrei dirgli qualcosa, vorrei ricordargli di quella sera del 2019 quando avevamo spaccato tutto, ma le parole mi si bloccano in gola. Perché la terra di nessuno non resta mai vuota a lungo, e il passato ha l'abitudine di presentarti il conto quando meno te lo aspetti.

«Guarda un po' chi si rivede. La mora di Stradivarius.»

La voce arriva da dietro, impastata di alcol e arroganza. Mi irrigidisco all'istante. Mi giro lentamente e la prima cosa che vedo è una toppa di pelle nera con un teschio alato cucita su un gilet.

Juri.

È insieme alla sua solita scuderia di scimmioni. Gilet di pelle, tatuaggi sulle braccia che odorano di olio di motore, catene che tintinnano sui fianchi. La banda dei motociclisti al completo. Juri mi fissa con quel sorriso viscido, lo stesso di quando mi stringeva i polsi sul letto della sua stanza che puzzava di fumo e sesso sbrigativo.

«Ti sei trovata un altro autista, Fra?» fa lui, allungando lo sguardo su Francesco, squadrandolo dall'alto in basso con disprezzo. «Questo qui mi sembra un po' troppo pulito per i tuoi gusti. Sicura che sappia come tenerti a bada?»

Sento Francesco fare un mezzo passo avanti. Il suo corpo si tende, le nocche delle mani nelle tasche diventano blocchi di marmo. Lo blocco subito, piantandogli una mano sul petto.

No, Fra. Non qui. Non davanti a loro.

Ma il peggio deve ancora arrivare. Dalla calca si stacca una figura più imponente, un uomo sui trent'anni con la barba incolta, gli occhi infossati e una cicatrice che gli taglia il sopracciglio sinistro. Cammina come se il Carroponte fosse di sua proprietà.

Jacopo. Il capo banda.

Il tizio di cui urlavo il nome sotto Juri solo per farlo incazzare. Jacopo mi guarda e l'angolo della sua bocca si solleva in una smorfia che mi fa mancare l'aria.

«Lasciala stare, Juri,» dice Jacopo, passandosi una mano distratta sulla barba. «La ragazzina ha la memoria corta. Si dimentica in fretta di chi l'ha fatta divertire per un'estate intera. Vero, Francesca?»

«...Accendi la luce, sai che non mi piace / La pace che viene dall'oscurità / Restare nel buio mentre ti torturo / Non mi basta più, voglio il tuo cuore nero...»

La voce di Cippa gratta dentro le casse, impietosa, mentre il cerchio dei motociclisti si stringe intorno a noi, isolandoci dalla folla del concerto.

Mi trovo esattamente al centro dell'occhio del ciclone. Sento gli sguardi di quegli uomini addosso, pesanti come fango. Jacopo, Juri... e non solo loro. Dietro di loro c'è il biondino con la moto da cross, e quell'altro di cui non ricordo nemmeno il nome, ma di cui ricordo perfettamente il sapore di nicotina e le mani pesanti sulla mia schiena in quel garage fuori città. Ci sono passata attraverso quasi tutta quella banda, un corpo dopo l'altro, usandoli come anestetico per non sentire il vuoto, regalando pezzi di me a chiunque pur di non darli a Francesco. Pur di non farmi rinchiudere nella sua geometria. Pur di non trascinarlo nel fango e nel catrame.

E adesso sono tutti qui. E c'è lui.

Francesco mi fissa. Non dice una parola, ma vedo una vena pulsargli forte sulla tempia. Nei suoi occhi specchiati dalle luci rosse del palco vedo aprirsi quella stramaledetta stanza di cemento. Vedo le sue dita che afferrano i fili rossi, vedo le caselle che si riempiono, i nomi che si collegano: Juri. Jacopo. La banda. Sta calcolando ogni singola volta che un bastardo mi ha toccata mentre lui mi aspettava sotto casa a contare i secondi.

«Che c'è, mora? Non parli più?» ringhia Juri, facendo un passo ancora più vicino, il fiato che puzza di birra calda. «Se vuoi stasera facciamo un giro in moto come ai vecchi tempi...»

Non fa in tempo a finire la frase.

Francesco si muove con una rapidità spaventosa, chirurgica. Non vola nessun pugno, nessun contatto plateale che possa accendere i riflettori della security. Semplicemente, allunga un braccio, mi afferra per il polso con una presa che sembra una morsa d’acciaio e mi strattona con violenza, tirandomi fuori dal cerchio dei motociclisti.

«Ehi, ma che cazzo fai?!» urla Juri dietro di noi, ma Francesco non si volta nemmeno.

Mi trascina letteralmente attraverso la folla del Carroponte, aprendosi un varco tra i corpi sudati con la forza di un treno in corsa. Io inciampo sui miei stessi anfibi, cerco di opporre resistenza, ma la sua presa sul mio polso fa male, mi blocca la circolazione. Sulle nostre teste, le casse del festival continuano a vomitare il ritornello a volume folle, un rullo compressore che ci accompagna fino ai cancelli d'uscita:

«...Restare nel buio mentre ti torturo / Non mi basta più, voglio il tuo cuore nero...»

Ci fermiamo solo fuori, nel parcheggio sterrato, lontano dalle luci del palco, sotto il riflesso giallastro di un lampione della periferia. L'aria della notte è calda, pesante.

Francesco mi molla il polso e si gira verso di me. Ha il fiatone, i capelli spettinati e quegli occhi che mi scannerizzano l'anima. Sta tremando per la rabbia repressa, la bocca serrata in una linea sottile. Sta cercando la cartellina giusta nel suo archivio di merda per rimettermi in ordine.

«Tu sei completamente impazzita,» sibila a bassa voce, la segreteria telefonica che ha nella testa che comincia a dare i numeri. «Quelli... tutta quella banda... tu sei stata con ognuno di loro? Rispondimi, Francesca! Io stavo sotto casa tua a contare i fottuti secondi e tu ti facevi sbat...»

«Zitto! Stai zitto, Francesco!» lo interrompo, urlando, mentre le lacrime di rabbia mi bruciano gli occhi. Gli pianto le mani sul petto, spingendolo indietro con tutta la forza che ho. «Chi cazzo ti credi di essere? Mio padre? Il mio proprietario?»

Lo guardo in faccia, furente, sputandogli addosso ogni grammo del veleno che ho accumulato stasera.

«Tu non puoi controllarmi, Fra! Mettitelo bene in quella tua testa malata! Non puoi gestire il mio passato e non puoi gestire nemmeno il mio futuro! Tu non sai un cazzo di quello che ho dovuto fare per sopravvivere quando sono sparita nel 2019! Io non sono la tua ragazza. Non sono una delle tue fottute palline da tennis che rimbalzano esattamente dove decidi tu!»

Francesco fa un passo indietro, come se gli avessi dato uno schiaffo. Il taglio sul suo labbro si spacca di nuovo, esce una goccia di sangue scuro.

«Io nel fango ci vivo, Fra,» continuo, e la mia voce adesso si abbassa, diventando un sussurro rauco e disperato che trema nell'oscurità del parcheggio. «Ci sono nata e ci cresco dentro. Quella merda, quella banda, lo squallore... quella sono io. È il mio cuore nero. Tu sei troppo pulito per stare qui. Non provare a salvarmi, perché l'unica cosa che otterrai sarà solo quella di affogare insieme a me».

Il silenzio che cade tra di noi è più pesante dei bassi che continuano a far tremare la terra in lontananza. Francesco non si pulisce nemmeno il sangue sul labbro; resta immobile, con gli occhi spalancati e fissi nei miei, come se le mie parole avessero appena mandato in corto circuito l'intero sistema di controllo che si è costruito negli anni.

È a un passo da me, eppure sembra distante chilometri, intrappolato nella sua stessa testa a cercare una logica che in tutto questo fango semplicemente non esiste.

Guardo quella goccia scura che gli riga il mento. Guardo la sua camicia perfetta, ora sgualcita. E in mezzo a tutta questa rabbia, a questa vergogna che mi stringe lo stomaco, sento una fitta di pura, violenta disperazione. Perché lui è ancora qui. Nonostante lo schifo, nonostante il mio passato gli sia esploso in faccia nel modo più brutale possibile, lui non è scappato.

Fanculo la sua geometria. Fanculo il mio cuore nero.

Faccio un passo avanti, annullando la distanza. Allungo le mani, afferro i lembi del suo colletto scuro e lo tiro verso di me con una foga cieca, quasi rabbiosa.

Lo bacio.

È un bacio che sa di ferro, di birra calda e di lacrime che non riesco più a trattenere. Non c'è dolcezza, non c'è romanticismo; è uno scontro brutale,  un modo disperato per azzittire i fantasmi, per dirgli tutto quello che non riesco a spiegare a parole. Mi aggrappo a quel colletto come se fosse l'unico appiglio rimasto in mezzo a una tempesta, mentre lui, dopo un secondo di assoluto stordimento, risponde al bacio con la stessa identica, devastante urgenza. Le sue mani mi cercano i fianchi, stringendo forte, come a voler rimettere insieme i pezzi di qualcosa che è appena andato in frantumi.

Ci stacchiamo col fiato corto, i petti che salgono e scendono all'unisono. Il sapore del suo sangue è anche sul mio labbro adesso.

Lo guardo dal basso, stringendo ancora i pugni sulla sua camicia. Gli occhi mi bruciano, ma la voce mi esce ferma, carica di un affetto ruvido e inspiegabile.

«Sei un cretino, Francesco. Un fottuto cretino.»

Gli lascio il colletto con uno strappo deciso, sistemandogli la stoffa con un gesto brusco che è quasi una carezza. Mi volto di scatto, asciugandomi la guancia col dorso della mano e senza aspettare che risponda, mi incammino a grandi passi verso l'ingresso del Carroponte.

Sento i suoi passi scattare sullo sterrato subito dietro di me, geometrici, vicini, protettivi.

Superiamo i cancelli, lasciandoci alle spalle il buio del parcheggio. Davanti a noi le luci rosse del palco ricominciano a tagliare l'aria e la musica dei Punkreas ci inves

te di nuovo come un'onda d'urto, mentre ci immergiamo insieme, un'altra volta, dentro la calca.

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