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Dopo aver portato Sally a casa in un silenzio tombale, il rumore del motore che si spegne è un colpo secco davanti a casa mia, una ghigliottina che tronca il silenzio dell'abitacolo. La Yaris è un sarcofago di metallo e cuoio, e io sono chiusa qui dentro lui, senza capire bene cosa dirgli, senza capire cosa sia successo. Aveva ragione Sally? Lui è il predatore che ha appena recitato la parte del santo martire per tenermi in pugno?
Lo guardo. La luce livida del lampione gli taglia la faccia a metà, mettendo in risalto il livido sul labbro. È un’immagine che mi devasta: l'ossessione che ha per me, la sua dedizione, la capacità di farsi massacrare pur di essere il mio "punto fermo". Odio quanto mi faccia stare bene. Odio che la sua voce, anche quando è tagliente come vetro rotto, sia l'unica cosa che riesce a placare il terremoto che ho dentro.
«Non sono la tua ragazza,» gli ripeto. Ma le parole mi muoiono in gola appena le pronuncio. Perché lui non mi ascolta con le orecchie, mi ascolta con la logica del suo gioco.
«Non sono una tua equazione, Francesco, e nemmeno una stramaledetta partita di tennis» ripeto, ma la mia voce è un filo sottile che si spezza. Sento il peso della sua presenza accanto a me; non mi tocca, eppure sento il calore che emana la sua mano vicino al cambio come un'ustione sulla pelle.
Lui parla. Parla di tornadi, di centri, di calma. Le sue parole sono una ragnatela sottile, costruita con la precisione di un ingegnere, tessuta attorno al mio caos. Mi spaventa quanto abbia ragione: sono un disastro, un groviglio di impulsi che sbatte contro i muri della mia stessa vita, e lui... lui è l'unica stabilità che conosca. Un'ancora che però mi trascina sempre più giù.
Quando mi sfiora la guancia, il respiro mi muore nei polmoni. Il suo pollice preme piano, quasi con venerazione, lì dove ho ancora il segno della mia rabbia. È un tocco che scava, che cerca le crepe, che trova esattamente il punto dove sono più fragile.
«Puoi chiamarmi come vuoi... sarò sempre qui per te»
Ha ragione. È questo che mi fa più paura. Non è la violenza dei ragazzi del Mattatoio, non è Sally che prova a proteggermi, non è la mia voglia di fuggire. È il fatto che, in questo momento, mentre dovrei aprire lo sportello e scappare, l'unica cosa che desidero è lasciarmi avvolgere da quella sua gelida, ossessiva protezione, da cui son scappata per dieci anni.
«Perché lo fai?» sussurro. Non è una domanda di logica, è una resa. «Perché vuoi distruggere tutto quello che tocco solo per avermi tutta per te?»
Il silenzio che segue la mia domanda si allunga, pesante e denso, finché non è più Francesco a parlare, ma l’oscurità stessa dell’abitacolo. Quando si volta verso di me, non vedo più il "Muro" del circolo, né il manipolatore che tesse fili di marionette al bar. Vedo un ragazzo che trema, anche se cerca di nasconderlo dietro una maschera di ghiaccio.
«Perché lo faccio?» ripete, la voce incrinata, come se la domanda avesse scalfito la sua corazza.
Sposta lo sguardo dal mio viso verso il parabrezza, dove le luci fioche della periferia si rifrangono sull'asfalto bagnato. Non c’è più la precisione chirurgica nelle sue mani, ora. Le vedo sulla leva del cambio: sono tese, le nocche bianche, ma vibrano di una stanchezza che non è fisica. È la stanchezza di chi ha passato la vita a costruire dighe per fermare un mare in tempesta, solo per scoprire che il mare è lui.
«Non voglio distruggerti,» sussurra. «Voglio solo capire perché, ogni volta che mi avvicino a te, ho l'impressione che il pavimento sotto i piedi si sgretoli. Mi sforzo di essere perfetto, di calcolare ogni passo, di gestire ogni variabile... ma con te, Francesca, non serve a niente. Sei come una macchia d'olio su un foglio bianco. Più cerco di pulire, più allargo lo sporco.»
È in quel momento che lo capisco. Non è una sfida, non è un gioco di potere. È un naufragio. Siamo due naufraghi che si colpiscono a vicenda per restare a galla, credendo che affondare l'altro sia l'unico modo per non andare a fondo da soli.
«Siamo uguali,» dico, e la voce mi esce naturale, priva di rabbia. «Tu cerchi di controllare il mondo perché hai paura che, se smettessi di stringere il pugno, esploderesti. Io cerco di bruciare tutto quello che tocco perché ho paura che, se restassi ferma, il vuoto che ho dentro finirebbe per inghiottirmi.»
Lui mi guarda, e per la prima volta stasera i suoi occhi non sono freddi e calcolatori. Sono spaventati. Si sporge verso di me, superando quella barriera invisibile che avevamo eretto per difenderci l'uno dall'altra. Il suo respiro si mischia al mio, un ritmo irregolare, affannato.
«Il problema è che non abbiamo più un "fuori",» ammette lui, con un sorriso amaro che gli spezza il labbro ferito. «Siamo già caduti, Francesca. Il mio ordine, il tuo caos... sono solo nomi diversi per lo stesso buco nero. Non ci stiamo salvando. Ci stiamo solo consumando a vicenda, finché non rimarrà più nulla da controllare o da bruciare.»
Allungo una mano. Non è una carezza, è un'esplorazione. Sfioro il suo petto, dove il cuore batte a una velocità folle, la stessa velocità che sento nelle mie vene. Non c’è più la maschera del re o la ribellione dell'incendiaria. Siamo solo due corpi che sanno di essere finiti nel fondo, in un luogo dove non c'è più bisogno di fingere, perché non c'è più nessuno a guardare.
«Allora smettila,» sussurro, premendo la mano sulla sua camicia. «Smettila di cercare di salvarmi, smettila di cercare di gestire il disastro. Non c'è niente da sistemare, Francesco. Siamo rotti. Siamo rotti e siamo nel fondo.»
Lui chiude gli occhi e inclina la testa, poggiandola contro il poggiatesta. La sua mano trova la mia, intrecciando le dita con una disperazione che fa male. Non è possesso, ora. È un aggrapparsi reciproco.
«E cosa resta, una volta che siamo arrivati in fondo?» chiede, quasi temendo la risposta.
Mi avvicino, finché le nostre fronti non si toccano. «Niente. Solo noi. Senza maschere, senza piani, senza stanze mentali. Solo quello che c'è sotto.»
In quella piccola, claustrofobica Yaris, in mezzo al nulla di una zona industriale, finalmente smettiamo di combattere la caduta. Ci lasciamo andare, scivolando insieme verso quel buio che abbiamo temuto per anni, scoprendo che, forse, l'unica cosa che conta davvero è non essere gli unici a vedere quanto siamo, in fondo, profondamente uguali.