Vai al contenuto principale

← La gatta

Creato il 16/07/2026, 15:17 · Aggiornato il 16/07/2026, 15:17

Capitolo 19: Tiziana Bruni

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
  • Sangue
  • Violenza
  • Violenza Esplicita
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

19 - Tiziano Bruni

L'acqua gelida della doccia dello spogliatoio non serve a placare il bruciore che irradia dal lato sinistro del mio collo. L'impronta dei denti di Francesca è un ematoma scuro, un marchio di puro disordine impresso sulla mia carne che pulsa ritmicamente contro il colletto inamidato della polo. Mentre mi allaccio le scarpe, sento il labbro spaccato tirare. I segni dei suoi schiaffi si stanno riassorbendo, ma il fuoco che aveva negli occhi mentre cercava di distruggermi è ancora lì. Segno di quanto mi sia entrata nelle vene.

Attraverso la hall del circolo con il mio consueto passo rilassato, la maschera del "Muro" perfettamente incollata sulla faccia. Al bancone della reception c'è Sabrina. L'esatto opposto di Francesca: bionda, curata, avvolta in un abito a stampe floreali che urla bon ton e carte di credito di famiglia. Noto che ha ancora i graffi sul braccio dell'altra sera. Un altro danno collaterale. Non appena avverte la mia presenza, solleva di scatto il viso dai fogli. Nei suoi occhi si accende quella devozione trasparente, ostinata e patetica che mi riserva da anni, da quando stava ancora con Marco.

È una cartellina con pochi fogli. Un dato di fatto, chiaro, innocuo, totalmente gestibile.

«Francesco...» esordisce, addolcendo la voce, sporgendosi sul bancone per annullare la distanza. «Ho visto la partita contro Franco dalla vetrata. Mi dispiace da morire. Quel pallone gonfiato ha avuto solo una fortuna sfacciata.»

Le sorrido. Un sorriso stanco, caldo, calibrato al millimetro per simulare l'amarezza di un campione umile. Devo interpretare la parte, saziare il suo bisogno di crocerossina. Non le dirò certo che ho lasciato vincere Franco calcolando ogni respiro del suo ego narcisista.

«È il tennis, Sabri,» rispondo, abbassando il tono. «Oggi le gambe non giravano. Franco ha saputo giocare meglio i punti decisivi.»

Lei mi fissa, cadendo in pieno nella ragnatela. «Senti... ti andrebbe di pranzare insieme? Magari in quel bistrot qui dietro. Ti offro un bicchiere di vino, ti distrai un po'.»

Interpreto la parte di chi si pente, le sfioro il dorso della mano, sentendo il suo polso accelerare sotto le mie dita. «Credimi, mi farebbe davvero piacere. Ma oggi non posso. Sono a pranzo da Tiziano.»

A quel nome, Sabrina sgrana gli occhi in un rispetto reverenziale. «Tiziano Bruni? Che mito! Salutami il vecchio leone.»

Per lei, come per tutti, Tiziano è la leggenda delle riviste d'epoca, il signore della terra battuta degli anni Cinquanta. Non sa nulla del gelo clinico che si nasconde dietro quella facciata d'oro.

«Te lo saluterò,» le dico, e mi allontano.

Appena le porte a vetri scorrevoli del parcheggio si chiudono alle mie spalle, la maschera mi scivola via dalla faccia come cera morta. Lo stomaco si contrae in una morsa di pietra.

Tiziano ha ottant'anni, vive recluso nel suo appartamento a Brera e non ci vediamo da oltre dodici mesi. L'ultima volta che avevo varcato la sua soglia, mi aveva fissato con quegli occhi capaci di vedere le crepe della mia mente e mi aveva dato un ordine preciso: Non farti più vedere, Francesco. Il tuo perimetro l'ho tracciato. Non ho più niente da insegnarti, il resto te lo sbrighi da solo.

Avevo rispettato il divieto. Fino a un'ora fa. Fino a quando, chiuso nel bagno degli spogliatoi, non ho composto il suo numero pronunciando una sola frase: Sto perdendo il controllo.

Per vent'anni avevamo mantenuto un patto implicito: io non sfogavo la mia patologia nel mondo reale, e lui mi dava gli strumenti per tenere sotto controllo i miei istinti predatori.

Avevo gestito le stanze della mia mente alla perfezione: ragazze sacrificabili, amici di plastica, emozioni calcolate al millimetro. Ma la mia rigida architettura non aveva previsto il caos naturale di Francesca.

Cedere a lei ha fatto crollare i muri portanti.

Mi bastano venti minuti di macchina per tagliare il traffico fino a Brera. Venti minuti in cui l'ossessione mi martella la nuca con un battito sordo e disordinato.

La casa di Tiziano è un monumento alla simmetria, identica a come la ricordavo. Un grande pianoforte a coda campeggia al centro di un salone dove design moderno e linee classiche si fondono senza una sbavatura. Dalla filodiffusione escono le note pulite di Fast Car di Tracy Chapman.

Lui è lì, seduto in poltrona. Immobile. Quando gli arrivo davanti, i suoi occhi da rapace mi scansionano, inchiodandosi sull'ematoma violaceo che ho sul collo.

Non c'è spazio per i convenevoli.

«Ti avevo detto di non tornare,» esordisce. La voce raschia come carta vetrata. «Hai lasciato entrare il disordine nel tuo perimetro, vero?»

«È una ragazza,» ammetto, freddo, tenendo le braccia rigide lungo i fianchi. «Ha infettato ogni mia stanza mentale.»

Tiziano si appoggia al bastone d'ebano. «Francesca… immagino. Ti avevo avvertito su di lei.»

Lui sa tutto di noi. Sa quanto la natura di quella ragazza sia destabilizzante per il mio ordine, e sa quanto io sia totalmente, irrimediabilmente, ossessivamente innamorato di lei. Una condanna che non posso estirpare.

Si alza, facendo perno sul suo spesso bastone bianco d'ebano. Si avvicina, mi pianta addosso quei suoi occhi freddi, azzurri quasi bianchi, e sussurra — non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per farmi tremare:

«Le ossessioni incontrollabili non si gestiscono, Francesco. Si eliminano. O le chiudi fuori dalla tua porta, o distruggeranno la stanza in cui vivi.»

«Non posso.» Stringo i pugni fino a farmi sbiancare le nocche. «Non con Francesca, lo sai.»

Il vecchio leone mi guarda per un tempo lunghissimo, soppesando il peso esatto della mia malattia. Poi le sue labbra si piegano in una linea sottile e spietata.

«Allora c'è solo un'altra strada. Se non puoi chiuderla fuori, devi inglobarla. Mappa i suoi movimenti, le sue paure, i suoi vuoti. Lascia che si schianti contro i suoi stessi limiti e, quando sarà senza respiro, assicurati di essere l'unico punto fermo che le rimane.»

Assicurati di essere l'unico punto fermo che le rimane.

La mia mente registra in nuovo l'ordine.

Appoggia le mani pesanti, segnate dall'età, sulle mie spalle. Sancisce quello che entrambi sappiamo già da tempo.

«Questa è l'ultima volta che ti aiuto a contenere i tuoi demoni. Sono troppo vecchio per arginare la tua patologia...»

Lascia la frase sospesa nell'aria viziata del salotto. Sento gli occhi bruciare: una gratitudine cruda, disperata, che non concederò mai a nessun altro essere umano.

«Lo so, vecchio leone,» gli rispondo, la voce ridotta a un soffio metallico. «Non mi farò più vedere.»

Mi giro, riporto i miei respiri a una sequenza regolare, ed esco dal suo rifugio geometrico per tornare a cacciare.

Esco da Brera con quella frase che mi rimbomba nel cranio come un metronomo. Torno a casa, mi faccio un'altra doccia per lavarmi via l'odore di quella conversazione, ma il cervello lavora a mille.

Calcolo i tempi. Analizzo i pattern di Francesca. So quanto è stanca per la giornata al negozio, conosco i suoi percorsi, il suo bisogno di fuggire da se stessa. Elaboro le probabilità.

Verso sera, esco. Guido fino alla circonvallazione e mi fermo fuori dal Bar Cinguetti. La vedo attraverso la vetrata opaca. È seduta con quella sua amica, Sally. I miei occhi calcolano lo spazio e si piantano sui suoi. Le faccio sapere che sono lì. Che l'ho trovata. Che il perimetro si sta chiudendo intorno a lei. La vedo fuggire, trascinata fuori da quell'insetto rasato che prova a fare la dura con me prima di scappare via in scooter.

Non le seguo. Non ne ho bisogno.

Guardo il fanale posteriore dello scooter inghiottito dal buio della circonvallazione. La logica, pura e algida, mi impone di girare i tacchi. Tiziano è stato chirurgico: Non rincorrerla. Sii il suo punto fermo. Lascia che si schianti contro i suoi stessi vuoti.

Tuttavia, c'è un'anomalia nel sistema. Un errore di compilazione che mi raschia la gola, denso e inaspettato.

Gli occhi di Sally.

Li ho scansionati attraverso la vetrata opaca del bar, un millesimo di secondo prima che la trascinasse via. Non c'era solo strafottenza giovanile in quello sguardo. C'era fame. Un desiderio possessivo, viscido, di appropriarsi della mia Francesca.

Quell'insetto rasato vuole prendere prenderla e inghiottirla. E questa consapevolezza mi brucia. Non è gelosia, la gelosia è una debolezza per persone comuni. È una brutale, inaccettabile violazione territoriale. Nessuno tocca ciò che è destinato a me!

Il bruciore è acido, corrosivo. Sento i fili rossi vibrare pericolosamente. Se non lo gestisco, farà crollare la mia lucidità.

Non le inseguo in qualche locale squallido di periferia. Inseguire significa subire il tempo altrui.

Io, invece, il tempo lo domino.

Lo piego.

Se Francesca ha lasciato questo spazio, io lo occuperò fino a farlo mio. Radicherò la mia presenza in questo esatto, squallido incrocio, in modo che l'eco del mio controllo arrivi fino a lei.

Tiro fuori il telefono. Ho bisogno di pedine. La stragrande maggioranza delle persone non vive: sono solo macchine biologiche addormentate, meccanismi a molla che reagiscono a stimoli prevedibili.

Nostalgia.

Invidia.

Lussuria.

Basta premere l'interruttore giusto per farli ballare.

Scorro la rubrica.

Prima cartellina: Claudio Mori. Un ex compagno di scuola rimasto incagliato in un'eterna, patetica adolescenza. Conosce me e, cosa fondamentale, conosce Francesca. È la telecamera perfetta da piazzare nel suo passato. Risponde al secondo squillo, la voce impastata di solitudine e della disperata necessità di essere validato. «Claudio. Sono al Cinguetti. Muoviti, l'aperitivo lo pago io.»

Non fa domande.

Le macchine non fanno domande.

Seconda cartellina: Michele Racina. Un talento del tennis sporco e rabbioso. Non ha mai avuto i soldi per pagare la quota del Gentili, e per questo odia il mio mondo, ma al tempo stesso ne è attratto come una mosca verso il neon elettrico. Ho bisogno del suo rancore per bilanciare il mio ordine, e della sua invidia per ricordarmi chi comanda. «Michele. C'è un affare per un torneo. Sono al Cinguetti, se ti muovi ne parliamo.» Sento il tintinnio delle sue chiavi prima ancora di riagganciare.

Terza cartellina. La regina da schierare contro il pedone da strada di Francesca. Stefania Icobelli. Agente immobiliare, più grande di me, perfettamente inserita, potente. È attratta da me con una devozione cieca. Fino a oggi non le ho mai concesso nemmeno una briciola, mantenendola in uno stato di perenne, utile affamamento. Ma stasera mi serve la sua aura. Mi serve una donna che profuma di soldi e sicurezza per ripulire l'aria dal catrame e dalla puzza di Sally. «Stefania. Ho voglia di vederti. Raggiungimi al Cinguetti.»

In meno di mezz'ora, i tavolini di plastica appiccicosa del bar sono il mio feudo.

Sono seduto al centro esatto della scena. Claudio vomita aneddoti scolastici nel suo spritz annacquato, aggrappato all'illusione di un'amicizia. Michele tracanna birra guardandosi intorno con aria di sfida, fiero di essere stato ammesso al mio tavolo. E Stefania... Stefania è impeccabile. Ha parcheggiato il SUV in doppia fila, si è seduta accanto a me accavallando le gambe avvolte in pantaloni di seta, sfiorandomi il ginocchio sotto il tavolo. I suoi occhi brillano di una vittoria che non sa essere totalmente finta.

Loro credono di bere con un amico, o di aver appena conquistato una preda. Non sanno di essere solo fili rossi che sto tendendo intorno al fantasma di Francesca. Quando la mia variabile tornerà a guardare verso questo punto, non troverà un ragazzino disperato lasciato indietro. Troverà un re che ha appena costruito la sua corte esattamente nel punto in cui lei credeva di averlo sconfitto.

Il respiro torna regolare.

Il bruciore si spegne.

Il sistema è di nuovo, perfettamente, sotto controllo.

Certo…

Con tutti avrebbe funzionato ma con Francesca non funziona mai, lei non è una variabile da controllare, lei è un fuoco, lei è un tornado, lei è un temporale estivo, certe variabili non le puoi controllare le devi assecondare e basta.

All'improvviso, lo schermo del mio telefono, appoggiato sul tavolino di plastica appiccicosa, si illumina.

Francesca.

Il segnale acustico squilla una volta, due volte. Il tempo si dilata; per me, ogni secondo è una goccia di piombo che cade nello stomaco. Lo lascio suonare per ricalibrare la mia mente, per fingere di mantenere il controllo, ma la verità è che mi sta tremando la mano. Al terzo squillo, striscio il dito sul vetro e apro la linea. Mi isolo dai rumori molesti del bar. Non sento i rumori di fondo, c'è solo il silenzio pulito, asettico, della mia attenzione assoluta.

«Pronto, Fra...» la sua voce esce piccola, incrinata. È un sussurro disperato che, anche attraverso l'invisibile rete cellulare, odora ancora di fumo e di rimpianto.

Un brivido freddo mi scende lungo la schiena. Il mio castello di carte crolla all'istante.

«Dove sei?» chiedo, la voce gelida come una lama, ma il polso che mi batte forte contro il colletto della polo.

Esita, poi me lo dice siamo al Mattatoio 4.

Capisco al volo è l’ex Tunnel. Quel buco intimo e buio per concerti live incastrato sotto le viscere della Stazione Centrale. Una tana perfetta per chi sta scappando dai propri mostri.

«Mandami la posizione. Aspettami lì, cinque minuti e arrivo.»

Riaggancio. Mi alzo di scatto, la sedia di plastica stride contro l'asfalto. Claudio lascia a metà una frase pietosa. Stefania ritira la mano, confusa, il suo ego improvvisamente sgonfiato. Michele mi guarda torvo. Non do nessuna fottuta spiegazione. Diventano all'istante sagome di cartone, comparse inutili. Volto loro le spalle e mi dirigo a grandi passi verso la mia Yaris nera. Disattivo l'allarme, mi butto al posto di guida e accendo il motore.

I pneumatici della mia Yaris nera stridono feroci sull'asfalto sbrecciato del parcheggio dietro il Mattatoio 4. Tiro il freno a mano con uno scatto secco, bloccando l'auto in sbieco sotto la luce fioca di un lampione. Attraverso il parabrezza, la scena si scompone davanti ai miei occhi in una sequenza di fotogrammi brutali.

Due ragazzi massicci stanno accerchiando Francesca. Uno ha la tracolla di una chitarra su una spalla e una sigaretta spenta tra le labbra; l'altro ha la postura iperattiva di un predatore da due soldi. Sally prova a farle da scudo, parandosi davanti con le braccia tese, ma la sua è solo rabbia disorganizzata. Il secondo ragazzo, spazientito da quell'intromissione, scatta in avanti e la spinge via con violenza animalesca. Sally vola all'indietro, sbatte contro il muro di cemento armato e crolla a terra, immobile.

Spalanco la portiera e scendo di corsa, l'adrenalina che azzera ogni distanza. «Che cazzo sta succedendo qui?!» urlo. La mia voce taglia l'aria umida della periferia come una lama d'acciaio.

Tutti si bloccano. Francesca si volta. Quando i suoi occhi incrociano i miei, non trovo il solito muro di finta strafottenza. C'è un'implorazione muta, un panico liquido che le denuda l'anima. «Francesco...» mormora, e il mio nome sulle sue labbra suona come un'ancora di salvezza.

In quel millesimo di secondo, la griglia geometrica nella mia testa si attiva, fredda, asettica. Scruto i due sconosciuti, calcolando le distanze, il peso, i punti scoperti. Potrei spezzarli. L'adrenalina e l'effetto sorpresa giocano a mio vantaggio; sono uno sportivo allenato, so esattamente come mirare al fegato o alla rotula per metterli fuori gioco.

Ma la lezione di Tiziano mi risuona nel cranio: devi essere l'unico punto fermo.

Se reagisco con la forza, divento solo un altro maschio violento nel suo mare di caos. Se invece incasso, cambio le regole del gioco. Divento il suo martire, il suo salvatore, il debito emotivo che non potrà mai estinguere. Nella mia testa lo scenario si declina chiaramente: è infinitamente più conveniente farsi menare, che essere io a menare loro.

Mi faccio avanti, le mani aperte lungo i fianchi, un sorriso di scherno stampato in faccia. Li guardo dall'alto in basso, umiliandoli con una battutaccia. «Cosa abbiamo qui? Due sfigati da retrobottega che hanno bisogno di essere violenti per sentirsi uomini... Fate pena.»

La provocazione funziona alla perfezione. Il volto del ragazzo che ha appena spintonato Sally si deforma per la rabbia. Fa un passo avanti e mi sferra un pugno dritto in faccia. L'impatto è duro, sordo. Sento il labbro spaccarsi contro i denti e il sapore metallico del sangue che mi riempie la bocca, ma non accenno a cadere. Resto in piedi, immobile, incassando il colpo per lei.

Proprio in quel momento, il maniglione antipanico del locale scatta. Altri ragazzi escono di corsa nel parcheggio, attirati dalle grida. «Ehi! Fermatevi o chiamiamo la polizia!» urlano. In men che non si dica, formano un capannello di persone attorno alla scena.

I due assalitori si guardano intorno, il panico che sostituisce all'istante la loro spavalderia. Girano i tacchi e scappano nel buio delle corsie.

Il parcheggio torna silenzioso, squallido.

Sally è ancora a terra che si lamenta, una mano premuta sulle costole. È in quell’istante che, nella mia testa, scatta un calcolo imprevisto e spietato.

Prima di andare da Francesca, mi dirigo verso di lei.

Pulisco il sangue dal labbro spaccato con il dorso della mano, assaporando il sapore ferroso che mi riempie la bocca. I fili rossi nella stanza grigia si tendono tutti insieme, vibrando. La cartellina “Sally” si apre da sola, pagine nuove che si materializzano una dopo l’altra: postura vulnerabile, respiro corto, il modo in cui i capelli rasati le scoprono il collo sottile, il lampo di odio misto a paura negli occhi quando mi vede avvicinarmi.

Mi fermo sopra di lei. La guardo dall’alto per un secondo di troppo, calibrando l’espressione.

Poi mi accuccio, lentamente, come si fa con un animale ferito di cui non ti fidi ancora. Le porgo la mano, palmo aperto, voce bassa e controllata, quasi gentile.

«Tutto bene? Ti hanno fatto male?»

Sally solleva lo sguardo. Per un istante la maschera da dura le scivola via: c’è sorpresa, c’è dolore fisico, ma soprattutto c’è riconoscimento.

Sa chi sono.

Sa cosa rappresento, per Francesca.

E sa che non sono qui per lei.

La sua mano è fredda, umida di sudore e terra del parcheggio. Quando la stringo per aiutarla a rialzarsi, sento la fragilità delle sue dita, la resistenza istintiva dei muscoli.

È leggera.

Più debole di quanto voglia far credere.

Un dato utile.

«Sto… bene,» ringhia, ma la voce le esce incrinata. Si pulisce la bocca con la manica, cercando di rimettere su la corazza. I suoi occhi scattano verso Francesca, poi tornano su di me. C’è qualcosa di viscido lì dentro. Qualcosa di possessivo che non mi piace.

Ma c'è anche sconfitta.

Vergogna.

Le tengo la mano un secondo più del necessario, il pollice che sfiora impercettibilmente il suo polso. Misuro le pulsazioni.

Veloci.

Disordinate.

Paura e rabbia mescolate.

«Sicura?» insisto, con quel tono calmo che uso quando voglio sembrare innocuo. «Hai preso una bella botta. Se vuoi ti accompagno a casa, o chiamo qualcuno.»

Dentro la mia testa, invece, sto già tirando il primo filo rosso: orari di uscita dal lavoro, percorsi abituali, relazioni, debolezze.

La stessa fame compulsiva che ho sentito prima al bar, mi sale dalla base del cranio, calda e familiare.

Sally ritrae la mano di scatto, come se avesse toccato ferro rovente. «Non serve,» sputa, cercando di suonare sprezzante.

Ma è scossa.

E io l’ho vista, ho registrato tutto.

Mi rialzo, mi volto verso Francesca.

Lei è lì, pochi metri più in là, con gli occhi spalancati e quell’espressione nuda che mi fa tendere tutti i fili della gabbia. Il mio nome sulle sue labbra, poco prima, era un’ancora.

Ora vede me che aiuto Sally, e io voglio che lo veda.

Perché il controllo non è solo

tenere fuori le minacce.

A volte è farle entrare nella stessa stanza, sotto la mia luce, e decidere chi deve tremare per primo.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Caricamento…