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Bar Cinguetti
...cosa stavano dicendo? Ah, sì, il nuovo disco dei Death Cab for Cutie. No, guarda, non l’ho ascoltato, ho solo sentito ieri su Virgin il nuovo singolo, Stone in Water, e il titolo mi ha fatto subito pensare a quella canzone dei Deep Purple.
Quale?
Cazzo, sei serio?
Ma ovviamente Smoke on the Water. Dai, non fare il difficile, lo so che la conosci. Comunque, stavo dicendo, il titolo è simile ma il mood... Francesca? In che senso Francesca?
Ah, sì, è lei, mi ha scritto mezz'ora fa che dovevamo vederci qui al Cinguetti.
Aspetta, scusa un attimo, mi sta chiamando.
Non guardare verso la porta, fai finta di niente.
È lei.
Eccola che entra.
Senti…ti avevo detto che era complicato, no? Non guardarmi con quella faccia, non sono io quello strano, è che lei... insomma, guarda come cammina. Sempre quel nero, sempre quel modo di sfilare tra i tavolini come se il pavimento fosse un optional.
Si sta avvicinando al nostro tavolo. Non fare domande, non ora. Cerca solo di sembrare naturale.
È arrivata.
"Ehi."
Non mi guarda neanche. Si siede e appoggia la borsa nera sulla sedia libera, quella dove fino a due secondi fa c'era la tua giacca.
Sento il freddo che emana.
Cristo, ci sono trenta gradi all'ombra, e lei sembra uscita da una cella frigorifera. Mi guarda, finalmente. Inclina la testa di lato, accenna quel sorriso che fa crollare chiunque – sì, anche i camerieri, guarda quello lì che le sta già portando il menù senza che lei l’abbia chiesto – e mi posa una mano sull'avambraccio.
"Cinquanta centesimi per i tuoi pensieri," mi dice....e io resto lì, come un pesce lesso. Avrei voluto dirti ancora dei Death Cab, avrei voluto dirti che quella canzone dei Deep Purple mi faceva pensare a quando ero piccolo, a quando le radio trasmettevano ancora musica che sapeva di qualcosa... a proposito, ti ho mai detto della prima volta che ho visto il suo cambio di look?
Terza superiore, istituto tecnico. Lei si sedeva sempre affianco a me, solo per copiare.
Ero bravo?
No, anzi. Il più delle volte, proprio per il fatto che copiava da me, prendevamo dei voti che definire mediocri è un complimento. Ma dicevo... quella mattina. Arriva in classe ed è completamente vestita di nero, da testa a piedi, con una riga di mascara che sembrava un graffio e il cappuccio della felpa degli Slayer tirato fin sopra le sopracciglia. E sì era tinta i capelli di un nero che pareva buio pesto.
"Oggi mi devi accompagnare a lasciare Marco."
Mi dice, così, di botto. Senza preavviso, senza nemmeno un ciao, senza nemmeno lasciarmi il tempo di chiederle se avesse dormito o se avesse fatto colazione.
"Ciao Fra, che ti porto? Il solito?"
E il cameriere, ecco, vedi? Succede sempre così. Francesca non muove un dito, non chiede niente, e la gente — il cameriere, la barista, pure il tizio al tavolo accanto — si fa in quattro per servirla. È una specie di magia nera, o forse è solo che tutti, sotto sotto, sperano di beccarsi un millisecondo di attenzione da lei.
Come la guarda lui? Beh, come uno che ha passato un mese intero a convincersi di aver vinto la lotteria. Poveraccio. Con quanti è stata? Ma che ne so, ad occhio e croce direi tutto il quartiere, o quasi. Non guardarmi con quella faccia, lo so benissimo che puzzo di Friendzone da centocinquanta metri di distanza, non c'è bisogno che me lo scrivi in fronte, eh.
Ti dicevo di Marco…sì, beh, sono stati insieme una settimana, manco il tempo di finire un pacco di Camel Blue. «Mi sono annoiata, è proprio uno sfigato,» dice, mentre fruga in quella borsa che sembra il pozzo senza fondo di un’altra dimensione.
Povero Marco…
Marco chi?
Marco, dai…quello del Padel, quello con il padre che sembra Omer Simpson ma pieno di soldi, io glielo avevo detto: Fra, Marco? sei seria?
e lei alzando le spalle, ‘e perché no?’
clap clap
“Hey mi ascolti? ti dicevo, Marco è proprio uno sfigato,” e poi comincia con il suo monologo, parla sempre a raffica, a volte sembra che nemmeno respiri, “ cioè l'altra sera dovevamo uscire, e mi viene a prendere con quella macchina, l'Omoda del padre, che sembra un furgoncino tanto è grande, e puzza. Puzza di plastica, di sintetico, di nuovo, di quella roba che ti si appiccica in gola e non va più via, lo sai che io quella roba non la sopporto! E poi, come se non bastasse, salgo e cosa stava ascoltando? Branduardi! Ma ti rendi conto? Branduardi! In macchina, a palla! E io lì, bloccata dentro quel cubotto di plastica con Alla fiera dell'est che mi rimbomba nel cervello e lui che sorride, felice come un cretino.” alza gli occhi al cielo e sbuffa, poi mi prende ancora l'avambraccio, ancora il gelo della sua mano, come ad ancorarmi, come se potessi non ascoltarla…non fare quella faccia che già lo vedo che anche tu la.stai guardando con quegli occhi…
”Poi, comunque,” va avanti imperterrita Francesca, “mi porta a mangiare. E dove andiamo? Al sushi. Al sushi!? Io, che odio il pesce, che ogni volta che ne sento l'odore mi sento svenire, e lui mi guarda come se mi stesse facendo un favore, come se mi portasse nel posto più esclusivo di sto cazzo! Non avevo parole. Ero lì, seduta davanti a quel nastro che girava, a fissare un pezzo di riso col salmone sopra, e pensavo: ma questo chi è? Ma mi ha mai guardata? È come se non mi conoscesse per niente…capisci?»
Cazzo, penso io. È chiaro che non ti conosce. Siete stati insieme due settimane, Francesca, due settimane in cui probabilmente non vi siete mai detti una parola vera, due settimane passate a limonare o a fare chissà cosa in casa sua mentre non c’erano i suoi, o a far finta di ascoltarvi tra un locale e l’altro.
Perché la verità, e te lo dico perché sei qui che mi ascolti e non posso raccontarti balle, è che lei è una facile. Una di quelle che ti incastrano senza neanche che tu te ne accorga. Si lascia usare, ed è questa la parte assurda: fa la parte della preda, ma è lei che tiene il coltello dalla parte del manico. Quando si stufa, ti butta via come un pacchetto di patatine che non le piacevano nemmeno, ma che ha mangiato solo perché gliele hai offerte. Senza rimpianti, senza voltarsi indietro. E ora tocca a Marco finire nel cestino.
Lei però mi strappa via dai miei pensieri e va avanti, senza nemmeno fermarsi per respirare: «E poi, dulcis in fundo, mi porta al cinema. A vedere uno di quei cazzo di film strappalacrime, roba che la gente piangeva tutta attorno a me, fazzoletti ovunque, un disastro. Ma dico, mi vedi? Sono vestita di nero da testa a piedi, ho il mascara che mi cola, sembro uscita da un funerale, e mi porti a vedere una storia d'amore dove tutti si giurano amore eterno sotto la pioggia? Ma come ti viene in mente?»Intanto ha già acceso la sigaretta. Sì, lo so, non si può fumare dal duemilacinque, e lei lo sa meglio di me, ma ha questa cosa di sfidare le leggi della fisica e del buon senso. Sbuffa il fumo dritto in faccia a me e poi: «Scusa, Fra». Agitando la mano per mandare via quella nuvola grigia che mi ha appena inondato i polmoni.
Sì, io mi chiamo Francesco.
«Francesca!» urla Maria da dietro al bancone, «Cara, lo sai che non si può fumare!». Ma non è arrabbiata, eh. È quel tono lì, quello di chi ti sta facendo un piacere, come se le dispiacesse quasi doverglielo dire. Francesca fa spallucce, non spegne nemmeno, e Maria torna a pulire i bicchieri come se nulla fosse.
Ecco, hai visto? È sempre così. Il mondo intero si piega, e io sto qui a respirare il suo fumo e a farle da spalla.
Lei mi guarda, col mozzicone della sigaretta che brucia ancora tra le dita. Fa un ultimo tiro, lungo, come se volesse risucchiare anche l'ossigeno intorno a noi, poi lo schiaccia nel piattino del caffè che ho bevuto poco prima, con una lentezza esasperante.
«Bene. Andiamo?»
«Andiamo?» le dico.
«Certo,» fa lei, dandomi un colpetto sul braccio, lo stesso punto che ancora mi gela. «Vuoi mica che ci vada da sola?» dice.
“Mi sta aspettando al Wanda..” dice.
Sì, hai capito bene: il Wanda.
Il Padel Club del padre di Marco.
Lo vedi il quadro?
È il tipico quadretto.
Tra un dritto e una volée, in quel circolo dove probabilmente Francesca ha lasciato una scia di cuori infranti, dove ci saranno almeno tre suoi ex che si fermeranno a guardare.
Come? Sarà uno spettacolo?
Certo…una roba da non perdere! Una vera esecuzione pubblica nel feudo di famiglia, con tanto di pubblico pagante che, sotto sotto, farà il tifo per lei mentre giustizia il povero tizio di turno.
Poi, dal nulla, si blocca.
Si mette a posto i capelli, si guarda nello specchietto della borsa, scosta una ciocca dietro l’orecchio con quella solita grazia distaccata.
«Beh...» mi chiede, voltandosi verso di me. «Come sto?»
E io resto lì, a guardarla, con la voglia di dirle che sta bene, che sta male, che fa schifo, o che è la cosa più bella e terribile che mi sia mai capitata.
Ma…non dico niente.
Come al solito.
Perché so già che se le dicessi che è bellissima, lei poi mi farebbe quel suo sorrisetto e io mi scioglierei, dandole ancora più potere.
Allora mi alzo, lascio i soldi sul tavolo per il mio caffè — e per quello che lei non ha pagato, ovviamente — e la seguo verso l'uscita.