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Creato il 14/07/2026, 09:08 · Aggiornato il 14/07/2026, 09:08

Capitolo 18: L'effetto sgembo

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

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  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
  • Sangue
  • Violenza
  • Violenza Esplicita
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Il bicchiere della birra è freddo, pesante, coperto da una condensa sottile che mi scivola tra le dita come sudore. Lo stringo forte, quasi a voler usare quel freddo per anestetizzare il bruciore che ho sotto la pelle della pancia. La giornata da Stradivarius è stata un tritacarne di donne isteriche che lanciavano magliette sui camerini e uomini con gli occhi lucidi di bava che indugiavano tre secondi di troppo nel prendermi lo scontrino dalle mani.

«Se ne avessi guardato un altro, giuro che gli piantavo la spillatrice in mezzo alla fronte,» dice Sally, mandando giù un sorso generoso di Ichnusa non filtrata.

La guardo da sopra l'orlo del mio bicchiere. Il Bar Cinguetti è il solito buco a ridosso della circonvallazione: neon giallognoli, odore di cornetti scongelati e la radio che gracchia una hit estiva che fa venire voglia di tagliarsi le vene. Eppure, Sally sembra perfettamente a suo agio. Ha i capelli rasati da un lato che le incorniciano il profilo affilato e quel modo di fare di chi ha sempre un segreto nascosto sotto la lingua.

«Quello con la polo rosa voleva solo il tuo numero, Sal» rispondo, accennando un sorriso amaro. «Era innocuo.»

«Nessuno di loro è innocuo, Fra. Sono parassiti. Ti guardano come se fossi un pezzo di carne esposto al banco del macellaio.» Si sporge in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo appiccicoso di Campari. I suoi occhi, due fessure scure e gelide, si piantano nei miei. «È incredibile, sai? L'effetto che fai alle persone. Agli uomini. Sembrano pronti a strisciare sui vetri pur di farsi calpestare da quei tuoi anfibi del cazzo.»

Faccio una mezza spallata, infastidita. Non mi piace dove sta andando questa conversazione. «Cambiando canale? No, sul serio.» Sally fa ruotare il bicchiere, guardando la schiuma che muore contro il vetro. «Ti è mai capitato? Di fare questo effetto anche alle donne?»

Il mio sguardo si fa immediatamente truce. Le pupille mi si stringono e sento i muscoli del collo tendersi. Cosa cazzo vuole da me? Dove vuole andare a parare? La conosco da mesi, lavoriamo gomito a gomito nel magazzino, ma c’è una linea invisibile che nessuno ha mai superato.

Sto per risponderle male, per dirle di farsi i cazzi suoi, quando il campanello della porta del Cinguetti suona. Un rintocco pulito, metallico.

Non mi volto subito. Non ne ho bisogno.

L’aria nel bar cambia, diventa improvvisamente più densa, più fredda. Sento i peli sulle braccia alzarsi uno a uno. Quando mi giro, lui è lì.

Francesco.

Indossa una t-shirt scura, i capelli sono ancora leggermente umidi di doccia e sul collo, dal lato sinistro, l'ombra del mio morso è un ematoma violaceo, una cicatrice fresca che urla nel mezzo del locale. Non avevamo un appuntamento. Non sapeva che fossi qui. Eppure, mentre i suoi occhi calcolano lo spazio e si bloccano sui miei, capisco che non poteva essere altrove. Lo sapeva. Forse lo ha letto nella traiettoria dei miei passi, forse la sua mente ha semplicemente calcolato la mia stanchezza e ha trovato l'unica coordinata possibile.

In quell'istante, lo stomaco mi si contrae in un nodo cieco. Il ricordo di quella notte — del suo petto nudo contro la mia schiena, delle sue braccia che mi stringono nel sonno, del respiro calmo che mi addormentava la rabbia — mi risale lungo la gola come un blocco di cemento. Non riesco a deglutire. È una sensazione d'asfissia, un panico liquido che non ho mai provato in vita mia. Io, che ho sempre usato le persone come scudi usa e getta, mi ritrovo disarmata di fronte a un ragazzo che conosco da una vita e che non dice una parola.

Ho paura. Una paura fottuta, perché se quel muro crolla, io non so cosa resta di me.

Un'ombra si allunga sul tavolo. Sally si è alzata, lo sguardo fisso su Francesco, una frazione di secondo prima che lui possa fare un solo passo verso di noi. Le sue narici si dilatano, riconosce l'intruso nel perimetro.

«Andiamo fuori,» dice Sally, afferrandomi bruscamente per il polso. La sua presa è dura, quasi rabbiosa. «Ho bisogno di fumare. Qui dentro si soffoca.»

Mi lascio trascinare verso i tavolini di plastica sul marciapiede, fuori, sotto la cappa d'afa milanese che odora di gas di scarico e asfalto bagnato. Francesco rimane sulla soglia del bar, immobile dietro la vetrata opaca, le mani infilate nelle tasche, a guardarci attraverso il vetro come se stesse studiando due insetti sotto un microscopio mentre si ordina una rossa.

Sally tira fuori il pacchetto di sigarette con dita nervose. Ne accende una, aspira una boccata profonda e sputa il fumo dritto verso il cielo grigio di giugno. Poi si siede di fronte a me, incrociando le gambe. È tesa come una corda di violino.

«Quello è il cavaliere vero? Non lo avevo mai visto da vicino, di solito lo smollavi in macchina come un taxista irregolare nelle periferie di San Francisco» dice, e la sua voce ha un tono strano, troppo calmo per essere reale.

«Sì, è lui» rispondo, tenendo gli occhi bassi, giocherellando con l'accendino sul tavolo.

Sally fa un tiro lungo, la brace della sigaretta brilla di un arancione cattivo. Si china verso di me, costringendomi a guardarla. Ha un sorriso storto, una smorfia che le taglia la faccia.

«Dovresti guardarti allo specchio quando arriva lui, Fra. Sembri una bambina che sta per essere picchiata o che sta per mettersi a piangere. E tu non piangi mai.» Fa una pausa, lasciando che il fumo si insinui tra noi due. «Pensi che ti sia diverso dagli altri? Pensi che uno così, con quel colletto pulito e quegli occhi da psicopatico che ti scannerizzano anche le mutande, possa davvero tirarti fuori dalla tua merda? E poi chi dice che sia meglio uscire dalla merda?»

La guardo, sentendo il sangue che comincia a pulsarmi nelle tempie. «Tu non sai un cazzo di lui, Sally.»

«So quello che vedo,» sibila lei, e nei suoi occhi c'è quel riflesso d'odio gelato che non avevo mai notato prima, una lama affilata che punta dritta al mio centro. «Vedo un uomo che ti sta recintando. Ti studia, Fra. Mappa ogni tua mossa, decide quando farti respirare e quando toglierti l'aria. Pensi di essere libera con lui? Quello non ti ama, Fra. Quello ti vuole collezionare. Vuole metterti in una scatola e guardarti morire di fame dentro la sua geometria perfetta, solo per avere il controllo completo su qualcosa che non sa gestire.»

Le sue parole mi colpiscono lo stomaco come una raffica di pugni. Sento la testa che comincia a girare, le certezze che si incrinano. Il Muro. La stanza di cemento. Il modo in cui lui mi guarda, come se conoscesse già la mia prossima mossa prima ancora che io la pensi.

È vero? mi chiedo, mentre il respiro mi si fa corto. Mi sta proteggendo o mi sta solo stringendo il cappio al collo?

Sally mi fissa, godendosi l'esatto momento in cui la confusione comincia a mangiarmi viva dall'interno. Allunga una mano, sfiorando leggermente le mie dita fredde sul tavolo«Resta con me stasera, Fra,» sussurra, e la suavoce adesso è un'esca tesa nel buio. «Lascialo marcire lì dentro.»

«Andiamo via da qui,» dico a Sally, troncando il contatto visivo. Non riesco a guardare oltre il vetro, non voglio vedere se lui è ancora lì a calcolarmi. Ho bisogno di rumore. Di qualcosa che copra il ticchettio che sento in testa.

Sally sorride, un lampo di trionfo che le accende gli occhi scuri. Mi lancia le chiavi dello scooter. «Guidi tu. Ti porto in un posto vero.»

Il posto vero è il Mattatoio 4, un buco di cemento armato nella periferia più profonda, dove l'odore di gasolio dei camion si mischia a quello della birra acida versata sui pavimenti. Dentro c’è un concerto indie: quattro ragazzi sul palco che pestano sugli strumenti come se dovessero spaccarli, distorsioni zozze che ti vibrano direttamente nei denti e una calca di gente sudata che si spintona sotto un faretto rosso intermittente.

È perfetto. È il caos violento di cui ho bisogno per silenziare le parole di Sally e gli occhi di Francesco. Bevo due shot di tequila uno dietro l'altro, lasciando che il bruciore mi raschi la gola, poi mi butto nella mischia, muovendo il bacino a tempo con i colpi di batteria, bagnata dal sudore degli sconosciuti. Per due ore non penso. Esisto e basta.

Quando le luci si accendono, svelando lo squallore delle pareti scrostate, Sally mi afferra di nuovo per il braccio. Ha le pupille dilatate e l'aria di chi si sta muovendo nel proprio territorio caccia.

«Vieni dietro, ti faccio conoscere i ragazzi. Leo è un mio amico» urla per farsi sentire sopra il ronzio che ci è rimasto nelle orecchie.

Ci ritroviamo nel backstage — che poi è solo il magazzino sul retro del locale, tra fusti di birra vuoti e casse di amplificatori. Leo, il chitarrista, ha ancora la tracolla della Fender che gli pende su una spalla e una sigaretta spenta tra le labbra. Insieme a lui ci sono il batterista e un altro tipo della security.

Appena varchiamo la soglia, gli sguardi dei tre si piantano su di me. È quel solito, fottuto sguardo. Quello che Sally ha descritto tre ore fa al bar: gli occhi lucidi, la postura che si fa predatrice, l'odore di maschi che sentono odore di carne fresca.

«E lei chi è, Sal? Non ce l'avevi mai detta questa novità,» dice Leo, allungando una mano sudata verso la mia vita con una confidenza che nessuno gli ha dato.

«Si chiama Francesca. E non è roba per te, Leo,» risponde Sally, ma il suo tono è leggero, quasi divertito.

Il batterista si fa avanti, stringendo un bicchiere di plastica pieno di gin caldo. Si appoggia al muro di fianco a me, intrappolandomi nel suo raggio d'azione. «Dai, una così non si vede spesso da queste parti. Cosa bevi? Resti con noi dopo che abbiamo sbaraccato?»

L'aria si fa pesante, satura di fumo e di quella fastidiosa insistenza bavosa che conosco fin troppo bene. Sento la rabbia che ricomincia a spingere contro le costole. La Francesca di qualche giorno fa lo avrebbe attirato nel bagno per scoparselo velocemente e rabbiosamente, ma ora sto solo pensando di stampargli il mio anfibio su una tibia, quando Sally si infila tra me e il batterista.

Mi guarda dritta negli occhi. C'è un'elettricità strana nella sua espressione, una sfida latente.

«Ho un'idea per levarseli di dosso in tre secondi,» mi sussurra all'orecchio, il suo respiro caldo sulla pelle bagnata di sudore.

Non faccio in tempo a risponderle, a chiederle che cazzo stia dicendo, che Sally mi afferra la nuca con le dita infilate tra i miei capelli. Mi tira verso di sé con una forza decisa, spiazzante, e mi pianta la bocca sulla mia.

Il bacio non è una finzione. Non è un gioco per far guardare i ragazzi. Sally mi spinge la lingua in bocca con una foga disperata, calda, che sa di nicotina e di alcol economico. Le sue labbra premono contro le mie, morbide ma possessive, stringendomi la testa come se volesse cancellare ogni altro pensiero dal mio cervello.

Intorno a noi, sento il fischio infastidito di Leo e il batterista che borbotta qualcosa, indietreggiando. Ma io, in quel momento, non sento più loro.

Sento solo la pelle di Sally, il sapore del suo fumo e quel senso di vertigine cieca che mi trascina ancora più a fondo nel disordine.

Il sapore della nicotina e del gin mi riempie la bocca, viscido, estraneo. Per un secondo esatto rimango paralizzata, con le dita di Sally piantate tra i miei capelli e i muri del backstage che sembrano stringersi intorno a noi. Poi, l’aria mi ritorna nei polmoni tutta insieme con il peso del catrame e un’esplosione di rabbia pura mi scarica l'adrenalina nelle braccia.

Le punto le mani contro il petto e la spingo via con violenza, facendola barcollare contro un fusto di birra vuoto che rimbomba nel silenzio del retrobottega.

«Ma che cazzo stai facendo?!» urlo, pulendomi la bocca con il dorso della mano in un gesto rabbioso, quasi schifato. Il cuore mi batte in gola come un animale in gabbia.

Leo e il batterista ci guardano, ammutoliti, l'aria da marpioni completamente cancellata dalle facce.

Sally si raddrizza, si sistema la canotta con un colpo di dita e si dipinge in viso una smorfia sdegnosa, le braccia incrociate sul petto. «Oh, rilassati, Fra. Cazzo ti prende? Era uno scherzo per levarceli dai piedi. Te l'avevo detto.»

«Non era uno scherzo di merda, Sally! Non mentire a me!»

La mia voce trema per la furia. So perfettamente cos'era. Ho passato la vita a decifrare gli sguardi della gente, riconosco il desiderio a un chilometro di distanza, e quello che ho sentito sulla bocca non era una recita per due deficienti con le bacchette in mano. Era fame. Era la pretesa di prendersi un pezzo di me, esattamente come fanno tutti gli altri.

Sally apre la bocca per replicare, lo sguardo che oscilla tra il risentimento e una frazione di vulnerabilità che cerca subito di mascherare. Ma io sono già oltre il limite. La testa mi scoppia, le pareti del Mattatoio 4 mi soffocano, il trucco mi brucia negli occhi insieme al sudore.

«Andate tutti a fare in culo, stronzi» ringhio.

Giro i tacchi, spingo via il batterista che si trova sulla traiettoria e mi avvento verso l'uscita di sicurezza. l batterista non mi fa uscire, ha visto quella che crede la sua preda e non mi permette di andarmene. Mi riparo nel bagno.

Sento una morsa allo stomaco, un senso di colpa acido che mi mozza il respiro. Penso a tre ore fa. A come l'ho schivato al bar, a come l'ho lasciato sulla porta dietro il vetro opaco a guardarmi mentre scappavo con Sally. L'ho trattato come un appestato, dopo che due notti fa ho dormito stringendogli la schiena.

Le dita mi tremano sul vetro dello smartphone. Esito. Scorro il nome in rubrica. Francesco.

So che chiamarlo significa cedere. Significa rientrare in quella sua griglia, dargli partita vinta, consegnargli le chiavi del mio disordine. Ma la paura di restare sola con i miei mostri stasera è più forte della mia fottuta dose di orgoglio.

Schiaccio l'icona della chiamata. Porto il telefono all'orecchio.

Il segnale acustico squilla una volta, due volte. Il tempo si dilata, ogni secondo è una goccia di piombo. Al terzo squillo, la linea si apre. Non sento rumori di fondo, solo il silenzio pulito, asettico, della sua stanza.

«Pronto, Fra...» la mia voce esce piccola, incrinata, un s

ussurro disperato che odora ancora di fumo e di rimpianto.

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