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17 - I Fili Rossi
Il telefono vibra nella tasca dei pantaloni: tre impulsi brevi e freddi che scuotono il tessuto contro la coscia. Lo tiro fuori e lo schermo si illumina, sputando tre notifiche che mi costringono a ricalibrare la realtà fuori dall'abitacolo. La prima è una sveglia scaduta: mezz'ora fa iniziava il campus degli under 14 al Gentili. Cazzo, sono in ritardo.
La seconda è di mia madre: "Che fine hai fatto sono 2 giorni che non ti sento quando fai così mi spaventi". La terza è di Playmusic: mi informa che è uscito l'ultimo album degli Evanescence, Sanctuary. Lo aspettavo da sei mesi, da quando in un'intervista Amy Lee aveva detto che ci stava lavorando da cinque anni.
Salgo in auto, accendo la macchina ma non parto.
Cosa sto aspettando, chiedi?
Mentre il motore della Yaris gira al minimo, avverto il ticchettio ossessivo del mio cervello che riordina l'archivio. Attraverso il parabrezza sporco di polvere, guardo la porta tagliafuoco del personale del centro commerciale chiudersi dietro le spalle di Francesca e di quella ragazza, Sally.
Lo so cosa ti stai chiedendo. Sembro strano, vero?
Sento un click nella testa.
Le mie mani stringono il volante, le nocche diventano bianche per la pressione, la pelle fa attrito sulla gomma consumata.
Ti racconto una storia. Da quando ho memoria, la mia mente funziona in un modo preciso: al suo interno c'è una stanza di cemento grigio, asettica, priva di finestre, occupata interamente da cartelline colorate divise per codice alfabetico. E al centro di quella stanza ci sono io, immobile, con le dita tese a stringere una fitta rete di fili rossi che collegano ogni singola casella. Gli orari dei miei allenamenti, la tensione delle corde della racchetta, il conto in banca, i turni del centro estivo, le aspettative di mio padre.
Tutto catalogato. Tutto perfettamente organizzato.
Se una sola di quelle cartelline si sposta di un millimetro, se un filo si allenta, l’intero sistema va ricalibrato. Quando questa costruzione non è esattamente come deve essere, l'impulso che mi risale dal fondo dello stomaco è quello di fare l'impossibile per rimettere tutto in asse.
I medici, quando avevo dodici anni, lo chiamavano con una serie di definizioni cliniche e poco rassicuranti: Disturbo Antisociale di Personalità (ASPD). Se non curato e tenuto sotto controllo, dicevano, può causare una totale mancanza di empatia, manipolazione, assenza di rimorso e, in alcuni casi, sadismo.
Ho passato dieci anni della mia vita a tenere Francesca fuori da quell'archivio.
Dieci anni trascorsi a guardarla da lontano, a studiare i suoi comportamenti distruttivi, sapendo perfettamente che lei era una variabile impazzita per la mia instabilità. Sapevo che se avessi ceduto alla tentazione di creare una cartellina con il suo nome, avrei cominciato a mappare ogni sua mossa, ogni suo respiro, ogni bastardo viscido che le sfiora le dita sul bancone di Stradivarius per lasciarle il numero sullo scontrino. L'avrei catalogata nella mia griglia. L'avrei rinchiusa nella mia geometria per proteggerla, o forse solo per possederla. Per questo mi sono imposto di fare "Il Muro": per proteggere lei da me stesso.
Mi capisci adesso? Vedi quanto è profonda la mia battaglia?
Sposto lo sguardo sul riflesso dello specchietto retrovisore. Sul lato sinistro del collo la pelle è arrossata, tesa, spaccata dall'impronta nitida dei suoi denti che ieri sera hanno cercato la mia carne in mezzo al soggiorno.
Però adesso c'è una nuova variabile da inserire nello schema. Una variabile con i capelli rasati da un lato, una canna tra le dita e occhi pieni di un odio gelato che ho riconosciuto all'istante.
Cosa dici? Il circolo? Che c'entra adesso il Gentili?
Cazzo, giusto. Sono in ritardo.
Metto in marcia, lascio la frizione e sterzo bruscamente per uscire dal parcheggio sul retro. Mentre la Yaris si immette nel traffico cittadino, la mia mente lavora isolando l'ambiente circostante. L'afa di Milano a metà giugno sale dall'asfalto come una nebbia solida, l'aria condizionata sputa un getto tiepido che puzza di filtri vecchi, ma io non lo sento. Sento solo la tensione del filo che si tende.
Quando varco il cancello del Tennis Club Gentili, il profumo artificiale di gelsomino e di siepi d'alloro sforbiciate al millimetro mi investe come una provocazione intollerabile. Parcheggio sotto la tettoia riservata allo staff e scendo recuperando il borsone. Questo posto è un santuario plastificato per gente che non sa cosa sia la fatica, un rettangolo di terra rossa isolato dal mondo vero da una barriera di soldi e ipocrisia. Un ambiente controllato. Il mio rifugio.
Ma oggi i fili rossi nella mia testa vibrano in un modo strano, distorto. Francesca è entrata nella mia casa, ha dormito sulle mie lenzuola, ha lasciato il suo odore di catrame e fumo sul mio materasso. La mia geometria ne è uscita devastata. Devo ristabilire l'ordine. Subito.
A bordo campo l'atmosfera è elettrica. I ragazzini del centro estivo corrono urlando senza controllo, sollevando nuvole di polvere di mattoni. A gestirli c'è Franco, il Puma.
Franco è il tennista ideale per il Gentili. Maglietta firmata aderente, capelli corti sempre in ordine, quell'aria di arrogante sicurezza che si eredita insieme ai patrimoni immobiliari. Tutti nel club credono che sia lui il giocatore migliore.
A Francesca, l'altra sera, ho detto che il migliore sono io. Gliel'ho detto recitando la parte del maschio alfa, ma la verità è che Franco è il numero uno ufficiale solo perché io ho deciso che fosse così.
Essere il migliore significa stare sotto i riflettori. Esporsi. E io non posso permettermelo. Se le persone scavano troppo a fondo, trovano le scatole di metallo e le cartelline colorate. Così mi sono costruito il mio mimetismo: "Il Muro". Il numero due eterno. Quello che non regala spettacolo ma non molla un centimetro, che ti rispedisce la palla di là finché non ti saltano i polmoni o i nervi. Decido io il punteggio, decido io quando cedere un set. È la mia forma più alta di iper-controllo.
Il Puma mi vede arrivare. Lancia la racchetta nel cesto delle palle con violenza teatrale e mi viene incontro. Ha fame e gli hanno appena pestato la coda.
«Ti sei divertito, Fra?» ringhia, fermandosi a un centimetro dal mio petto. «Mezz'ora passata sotto questo sole a fare da babysitter a questi mocciosi perché tu dovevi correre dietro a quella commessa sbandata, quella che si sono passati metà dei tesserati del club? Ti ho coperto con la direzione per non farti cacciare a calci.»
«Ho avuto un imprevisto, Franco. Ti ringrazio per avermi sostituito» rispondo. La mia voce è asettica, una segreteria telefonica.
Dentro la mia testa, la cartellina con il suo nome si apre. Orari, debiti di gioco, il nome della socia sposata che si scopa negli spogliatoi. So che il suo dritto fa male ma gli consuma i polmoni. So che ha un disperato, patetico bisogno di sentirsi il migliore. È un elemento di disturbo nel mio spazio. Va neutralizzato.
«Le tue scuse non mi bastano, Muro» sputa lui. «Campo centrale. Ora. Tu ed io, senza arbitro. Cinque set con le regole del circuito. Vediamo se il muro di gomma regge quando tiro sul dritto senza complimenti.»
È esattamente ciò di cui ho bisogno. Un calcolo balistico, un perimetro chiuso dove scaricare il terrore latente di aver lasciato che Francesca scendesse troppo sotto la mia pelle. Accetto con un cenno del mento.
Un'ora e mezza dopo, la terra rossa è una griglia di tortura medievale sotto il sole verticale.
Ho gestito il punteggio del match come un'equazione, illudendolo, stancandolo, fiaccandone i muscoli e lo spirito fino a trascinarlo esattamente dove volevo: al quinto set. Al limite estremo della fatica. Proprio come la frase che Francesca mi aveva sputato in faccia: Vediamo se hai abbastanza fiato per arrivare al quinto set.
Il calore picchia sulla testa. Il sudore brucia negli occhi e il taglio sul labbro che mi ha fatto Francesca due notti fa ha ricominciato a spaccarsi, riempiendomi la bocca di sangue ferroso. Franco ansima come un animale ferito. La maglietta è una seconda pelle inzuppata, i suoi movimenti eleganti sono scomparsi. È svuotato, tenuto in piedi solo dall'orgoglio.
Sei pari al quinto set. Tie-break.
Nella mia mente, la lavagna è cristallina. Franco serve per primo, una sassata piatta che cerca la riga per chiuderla in fretta. Calcolo traiettoria e spin prima ancora che la palla superi la rete. Faccio un passo laterale, blocco il polso, rimando un back rasoterra velenoso. Franco ci arriva goffo, alza un pallonetto disperato. Io non schiaccio. Non cerco lo spettacolo. Rimango a fondo campo e appoggio un colpo centrale, profondo. Lo costringo a correre ancora. Lo intrappolo nella geometria.
Un filo rosso si tende. Uno a zero.
Lo scambio successivo dura ore. A questo livello di sfinimento il tennis smette di essere sport e diventa chirurgia psicologica applicata. Franco cerca l'effetto scenico, io cerco la sua usura. Ogni mio colpo è la fotocopia del precedente.
Arriviamo a cinque pari. Il cuore mi sbatte contro le costole, lo stesso ritmo di quando Francesca mi stringeva i fianchi sul tavolo.
Franco è al servizio. Teso. Doppio fallo. La palla muore sulla rete.
Sei a cinque. Match point per me.
Mi sposto per servire. Franco trema per l'acido lattico, aggrappato al manico della racchetta. Sa che se perde, il suo regno di cartone si sgretola. Sa che il numero due lo ha appena messo in gabbia.
Lancio la pallina gialla verso l'alto. Il sole mi acceca e, in quel cerchio di calore bianco, vedo la faccia di Francesca crollata a terra, il trucco scuro che le riga le dita. Qui nessuno si salva, Fra. Nessuno...
Io non voglio vincere questa partita.
Vincere è un errore di calcolo. Vincere accende i riflettori, fa scavare la gente sotto la mia superficie. Qualcuno potrebbe vedere le stanze di metallo. I fili rossi.
Il vero controllo non sta nel vincere l'incontro. Sta nel decidere al millimetro chi deve essere il vincitore.
Impatto la palla, ma allento la tensione del polso di appena tre millimetri. Un'imperfezione infinitesimale, calcolata, totalmente invisibile a chi non vive studiando la fisica dei rimbalzi. La palla vola profonda e atterra esattamente due centimetri oltre la linea bianca. Fuori.
«Fuori!» urla Franco, con l'ultimo briciolo di voce.
Sei pari.
Il punto successivo lo regalo colpendo deliberatamente il fusto. Quello del match point per lui lo lascio sfilare sul suo dritto, arrivando volontariamente in ritardo con le gambe.
«Sì! Cazzo, sì!»
Franco esplode. Lancia la racchetta verso il cielo e si accascia sulla terra, piangendo di gioia per un'impresa che racconterà per mesi. Ha il petto gonfio di una superiorità finta. Povero, stupido Puma. Crede di essere il predatore supremo solo perché gli ho permesso di azzannare una preda che si è sdraiata da sola. Non ha capito che il punteggio finale l'ho registrato io prima ancora di stringergli la mano. Io ho deciso che lui doveva continuare a fare il re. Io ho deciso di rimanere l'ombra.
Non aspetto che si rialzi per il saluto. Recupero il borsone, mi getto l'asciugamano sulle spalle e mi incammino verso gli spogliatoi deserti, lasciandolo solo con la sua illusione di gloria.
L'acqua della doccia è gelida, ma non basta a raffreddare il surriscaldamento della mia mente. Rimango immobile sotto il getto d'acqua che batte sulle piastrelle bianche, con gli occhi chiusi, lasciando che il liquido si porti via la polvere di mattoni rossi e il sudore del match. Mi passo un polpastrello sul taglio che ho sul collo, sentendo la carne tesa che brucia a contatto con l'acqua fredda.
Click.
L'archivio mentale si spalanca da solo, le ante di ferro pesante che cigolano nel silenzio dello spogliatoio deserto. Francesca è ovunque all'interno delle mie stanze pulite. Ha infettato i miei spazi, ha scardinato le mie simmetrie, ha lasciato le sue impronte sul legno del mio tavolo. Ma lei non è una casella che posso archiviare. Lei è un virus che ho deciso di accogliere, un caos perfetto che ho scelto di aspettare rimanendo piantato con i piedi sull'asfalto.
Il problema vero, l'anomalia che rischia di far saltare in aria la serratura della gabbia, è un'altra.
Un foglio nuovo, sdruscito, che puzza di fumo di erba e di cemento del magazzino del centro commerciale, si posiziona da solo davanti alla mia vista.
Cartellina: SALLY.
Sento un brivido freddo, antico, familiare, che parte dalla base del cranio e scende giù lungo tutta la spina dorsale. È un impulso elettrico, vecchio di decenni, lo stesso che non provavo da quando i medici dell'istituto mi facevano compilare quei fogli bianchi con le macchie d'inchiostro simmetriche. Quella sensazione compulsiva, fisica, famelica, di dover disporre di ogni informazione riguardante un bersaglio.
Sally ha guardato Francesca in quel modo fuori dai cassonetti. Sally ha notato il segno dei denti sul mio collo. Sally rappresenta l'elemento estraneo, l'ostacolo imprevisto che si è messo in mezzo tra me e la mia necessità di proteggere il perimetro di Francesca.
La mia mente, con la stessa precisione chirurgica e spaventosa con cui ho calibrato l'errore di due centimetri sul match point contro Franco, comincia a calcolare le variabili. A che ora timbra il cartellino Sally per uscire dal lavoro? Dove abita? Quale strada percorre a piedi per raggiungere la fermata del bus quando finisce il turno serale? Se permetto alle mie dita di afferrare quel filo rosso e di tirarlo, nel giro di settantadue ore saprò persino quante volte respira in un minuto. Saprei come studiare i suoi punti ciechi. Saprei come avvicinarmi a lei nel buio del parcheggio senza fare il minimo rumore. Saprei come neutralizzarla, come cancellare la sua presenza dal raggio d'azione di Francesca, come eliminare l'anomalia per rimettere in ordine il quadro perfetto del mio mondo.
NO - urlo nella mia testa e per un attimo tutto il file Sally scompare…basterà a tenere sotto controllo la mia compulsione? Per ora non voglio pensarci, per ora la mia priorità è Francesca, con lei sento ch
e posso uscire da tutta questa merda sepolta nel mio cervello.