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La prima cosa che sento è il peso. Non un peso che schiaccia, ma qualcosa di solido, caldo, che mi àncora al materasso.
Apro gli occhi a fatica. La luce taglia la stanza a metà, dritta, impietosa, piena di granelli di polvere che galleggiano nell'aria. Sono nuda. La pelle della mia schiena è incollata alle lenzuola tese, pulite, che sanno di fresco. Il detersivo di Francesco.
Lui è lì. Un braccio pesante abbandonato sul mio fianco, il respiro regolare, lento, che mi solletica la spalla.
Mi raddrizzo millimetro dopo millimetro, trattenendo il fiato per non svegliarlo. Mi siedo sul bordo del letto e mi guardo le mani. Sono vuote. Non ho mai passato la notte a casa di un uomo. Mai. Per me gli uomini sono sempre stati una transazione rapida: una sbronza, un angolo buio, dieci minuti di rabbia consumata contro un muro per anestetizzare il cervello, e poi ognuno a casa sua. Con Francesco sono rimasta nuda senza fare sesso. Senza quel fuoco violento che uso sempre per bruciare i pensieri prima che brucino me.
Ed è questo che mi spaventa da morire. Mi sento scorticata. Eppure, mentre mi passo le dita tra i capelli aggrovigliati, mi rendo conto di una cosa assurda: ho dormito. Niente incubi, niente spettri del passato, niente viscidi che mi sbucciano viva nel buio della mia testa. Per ore, quel treno merci che ho nel cervello e che viaggia sempre a trecento all'ora si è fermato. Come se fossi sotto l'effetto di una canna pesante, di quelle che ti spengono i riflessi e ti lasciano solo un grande, fottuto silenzio.
Il silenzio, però, dura un cazzo.
Sul comodino, il mio telefono vibra come un insetto impazzito sul legno. Lo afferro prima che svegli lui. Sullo schermo c'è il nome di Sally.
Merda.
«Dove cazzo sei?» la voce di Sally mi gratta nell'orecchio, acida e tesa. «Dovevi timbrare mezz'ora fa. Il capo sta già girando come un avvoltoio intorno alla cassa.»
«Arrivo. Ho avuto un imprevisto» sibilo, la voce ancora impastata dal sonno.
«Un imprevisto? Tu non ritardi mai, Fra. Che fine hai fatto?»
«Ho detto che arrivo, Sal. Dieci minuti.»
Butto giù. Non ho messo la sveglia. Non mi capita mai, io controllo tutto, io sono quella che non sbaglia gli orari per non dare a nessuno il diritto di rompermi i coglioni. Mi alzo di scatto, la testa che gira. I miei vestiti sono sparsi sul pavimento del corridoio, un percorso di guerra che mi ricorda il delirio di ieri sera. Recupero la canottiera dei Limp Bizkit e la gonna nera. Per fortuna la divisa del centro commerciale è ancora nel borsone.
Mi vesto a raffica, incastrando i piedi negli anfibi senza nemmeno allacciarli. Prima di scivolare fuori dalla stanza, mi fermo ai piedi del letto. Francesco è girato di lato, la faccia affondata nel cuscino, un braccio che cerca lo spazio vuoto che ho appena lasciato. Sembra quasi indifeso così. Niente terra rossa, niente scudi da tennista perfettino.
Mi siedo un millesimo di secondo sul bordo del materasso. Mi chino su di lui, l'odore del mio catrame che si mescola a quello della sua pelle pulita.
«Grazie, Fra» gli sussurro all'orecchio. Una parola che mi costa una fatica immane, che mi esce secca, quasi ruvida.
Lui mugugna qualcosa di incomprensibile, gli occhi ancora chiusi, ma sento i suoi muscoli che si attivano. Si sveglia. Non fa domande, non dice «resta». Vede come sono combinata, vede la mia faccia da guerra che si sta già rimettendo in piedi e capisce al volo.
«Ti porto io» dice solo, la voce roca di chi è ancora a metà in un sogno.
Il viaggio sulla Yaris nera è un concentrato di ansia e velocità. Francesco guida con la stessa decisione con cui ieri ha piantato i piedi sull'asfalto, mentre io finisco di allacciarmi gli anfibi sul sedile del passeggero, lo specchietto retrovisore che mi rimanda l'immagine di una me con il mascara della sera prima ancora parzialmente spalmato sotto le ciglia. Un disastro.
Quando inchioda davanti all'ingresso sul retro del centro commerciale, il sole è già alto e l'asfalto fuma.
Scendo dall'auto senza aspettare, ma lui scende con me. Cammina al mio fianco fino alla porta tagliafuoco del personale. Ed è lì che la troviamo.
Sally è appoggiata al muro di cemento armato, vicino ai cassonetti, con una sigaretta rollata tra le dita che profuma visibilmente di erba. Ha i capelli rasati da un lato, l'espressione di chi odia il mondo e, in quel momento preciso, odia soprattutto me. Sally è l'unica che tollero in quel posto di finti sorrisi. Siamo due scarti dello stesso sistema, due emarginate che si fanno scudo a vicenda. Solo che Sally, io lo so anche se faccio finta di niente, mi guarda in un modo strano. Mi guarda come se volesse salvarmi, o forse solo possedere il mio stesso disordine.
Quando ci vede arrivare insieme, i suoi occhi piccoli e scuri passano da me a Francesco. Si fissa sulla sua maglietta, poi sulle mie labbra ancora leggermente gonfie. Il fumo le esce dalle narici come da un toro inferocito.
«Guarda chi si rivede» dice Sally, la voce che gronda un sarcasmo gelato. Butta la cicca a terra e la schiaccia con la suola della scarpa da ginnastica consumata. «La principessa ha trovato un taxi privato. E io che pensavo fossi finita in un fosso.»
«Sally, non iniziare» dico, sfilandomi gli occhiali da sole per guardarla dritto in faccia.
Francesco fa un passo avanti, protettivo, le mani nelle tasche dei pantaloncini. «È colpa mia, l'ho trattenuta io» dice, con quel tono calmo che di solito mi fa imbestialire ma che ora, inspiegabilmente, mi fa da scudo.
Sally fa una risata secca, priva di ironia, e squadra Francesco dalla testa ai piedi. I suoi occhi si soffermano sul taglio leggero che ha sul collo — il segno dei miei denti di ieri sera. Lo vede. Lo vede benissimo.
«Ah, certo. Il tennista» dice Sally, sputando le parole con una sufficienza che vorrebbe essere offensiva, ma che tradisce una nota di panico. «Spero che il set sia valso il ritardo, Fra. Perché là dentro c'è l'inferno e io ho dovuto coprirti il culo con il vicedirettore.»
«Grazie, Sal. Adesso ci penso io» taglio corto, muovendomi verso la porta.
Ma Sally non si sposta. Rimane piantata lì, lo sguardo fisso nei miei occhi. Cerca la solita Francesca. Cerca la ragazza cinica, quella con il cuore nel congelatore, quella che dopo una notte con uno qualunque si pulisce la bocca e dice che fa schifo.
Invece non trova niente di tutto questo. C'è qualcosa di diverso in me oggi, una crepa nel catrame che non sono riuscita a coprire in tempo. E Sally se ne accorge. Lo vedo dal modo in cui le si contrae l'angolo della bocca, da come distoglie lo sguardo, improvvisamente sconfitta, ferita da una verità che non le ho nemmeno dovuto spiegare a parole.
«Muoviti» dice Sally, dandomi le spalle ed entrando per prima nel corridoio buio del personale. «La divisa ti aspetta. E puzzi di pulito, Fra. Ti sta malissimo.»
Mi fermo sulla soglia. Mi volto verso Francesco. Lui è ancora lì, con il motore della Yaris che borbotta in sottofondo, immobile sotto il sole cocente. Non dice una parola. Mi fissa e basta, come a ricordarmi che, ovunque io vada a nascondermi là dentro, lui sa esattamente cosa c'è sotto la maschera.
Giro i tacchi e mi immergo nel buio del centro commerciale. Il rumore sta per ricominciare, ma stavolta ho un pezzo di ferro caldo dentro al petto a tenermi insieme.