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Creato il 10/07/2026, 07:55 · Aggiornato il 10/07/2026, 07:55

Capitolo 15: Qui nessuno si salva

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
  • Sangue
  • Violenza
  • Violenza Esplicita
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La guardo allontanarsi. Fila dritta verso l'uscita, la schiena rigida, i passi pesanti degli anfibi che rimbombano sul marmo.

Aspetto. Un minuto. Due minuti. Il tempo esatto per farle credere di aver vinto, di essersela svignata di nuovo.

Poi mando al diavolo il decoro. Recupero il borsone e me ne vado senza salutare nessuno. Esco dal cancello del Gentili e l'aria cambia di colpo. Addio gelsomino e ombra artificiale; mi investe una zaffata di gas di scarico, asfalto rovente e l'afa cittadina che ti si appiccica ai vestiti.

La vedo da lontano, alla fermata dell'autobus. È lì, appoggiata al palo arrugginito della pensilina mezza fusa dal sole, con lo sguardo scuro perso verso il suo cazzo di centro commerciale.

Mi avvicino a grandi falcate. Sente i miei passi e si irrigidisce subito. Mette su la sua faccia da guerra, quella corazza di catrame pronta a respingere chiunque.

Tira fuori nervosamente l'accendino e la sigaretta, pronta a sbattermi in faccia qualche battuta velenosa per allontanarmi, ma non le do il tempo di aprire bocca. Le pianto gli occhi addosso, col fiato corto. Niente giri di parole, niente scudi.

«So cosa pensi» le dico, la voce ferma sopra il rumore del traffico di mezzogiorno. «Pensi che io sia il solito perfettino. Quello del mondo asettico. Ma la verità, Fra, è che le cose perfette mi mettono il panico.»

Lei si blocca con l'accendino a mezz'aria. Mi guarda di sbieco, la mascella così contratta che vedo il muscolo guizzare sotto la pelle. Ma io vado avanti come uno schiacciasassi.

«Non sono come loro. E non me ne frega un cazzo del finale romantico, perché non ci assomiglia. Noi non c’entriamo niente con gli altri.» Faccio un passo verso di lei, invadendo la sua bolla. «Noi sopravviviamo, non siamo dei santi. Abbiamo messo il cuore nel congelatore da un pezzo per cercare di anestetizzarci da tutto lo schifo che ci circonda.»

Francesca fa uno scatto, pianta l'anfibio a terra e fa per allontanarsi, scuotendo la testa. «Smettila di sparare stronzate, Fra...» sibila, ma la sua voce trema appena, tradendo una falla nel sistema.

Io non mi sposto di un millimetro. «Io penso che io e te siamo un caos perfetto» le rinfaccio, alzando il tono per sovrastare un camion in corsa. «E so che anche tu pensi la stessa identica cosa. Pensi che se stare insieme non è facile, stare lontani è fottutamente impossibile. E lo so, perché io penso esattamente la stessa cosa.»

Fa una risata secca, nervosa. Cerca una via di fuga con gli occhi, guardando a destra e a sinistra lungo la carreggiata vuota. Sta annaspando.

«Non hai idea di quante volte ho provato a mandarti a fanculo» le confesso, nudo e crudo, buttando sul piatto tutta la stanchezza che ho dentro. «A te e a tutte le notti di merda che mi hai fatto passare in bianco. Ma ciononostante... io ci sono.»

Accorcio l'ultimo metro che ci separa. Lei ha il respiro corto, il petto che si alza e si abbassa velocemente sotto la canottiera dei Limp Bizkit. È come un animale braccato, intrappolato tra l'istinto di fuggire e la voglia di restare.

«Perché io vedo tutto il bello che ti ostini a tenere nascosto» sussurro. «E l'ho visto anche prima, con quel ragazzino ricco e viziato. Tu sei anche quello, Fra. Che tu lo voglia o no.»

Le mie parole le arrivano come uno schiaffo in pieno viso. La sigaretta non accesa le scivola dalle dita, finendo sull'asfalto cocente. Abbassa lo sguardo per un istante infinito, lottando contro qualcosa di enorme che le si muove dentro, poi lo rialza e lo incastra nel mio. E in quegli occhi scuri, per un secondo, non c'è più traccia di catrame.

Ma è solo un secondo.

Il panico di essere vista per davvero la travolge, e lei reagisce nell'unico modo che conosce: tirando su un muro di rabbia alto dieci metri e armando i cannoni.

La vulnerabilità scompare, risucchiata da una smorfia dura. Sbuffa una mezza risata priva di qualsiasi gioia e fa un passo indietro, per rimettere distanza tra di noi, come se improvvisamente la mia vicinanza le bruciasse la pelle.

«Non sai cosa cazzo dici» sputa fuori, con la voce che gratta. «Dici di sapere cosa c'ho in testa?!»

Incrocia le braccia sotto il seno, piantando bene gli anfibi a terra. È terrorizzata all'idea di rovinare qualcosa, lo vedo da come le tremano impercettibilmente le spalle, ma la maschera che indossa è di pura ostilità.

«Ma fammi il piacere, Fra!» Scuote la testa, guardandomi con sufficienza. «Non sai cosa t'ho fatto davvero alle spalle in tutti questi anni. Non hai la più pallida idea di cosa pensassi quando ero là dentro, con gli occhi di tutti quei viscidi che mi sbucciavano viva...»

Si passa una mano tra i capelli, un gesto nervoso, elettrico. Sta usando il suo fango per cercare di sporcarmi, per farmi scappare a gambe levate.

«Non venire a dirmi cosa penso e cosa provo!» alza la voce, sovrastando il rumore metallico di un tram in lontananza. «Io non sono la tua ragazza. Sono una donna problematica.»

Le sue parole adesso escono a raffica, affilate e ritmiche, come se stesse recitando il manifesto della sua stessa condanna, un testo crudo che si ripete in testa per non crollare.

«Io sono capace di cambiare idea ogni 10 minuti, prima ti voglio, e poi ti odio. Io sono capace di cambiare idea ogni dieci minuti: prima ti voglio, poi no. Ma sono una stronza sincera, almeno io questo lo so, e non ti vendo favole a lieto fine!»

Io rimango fermo. Il Muro. Incasso il colpo, non le do la soddisfazione di arretrare o di abbassare lo sguardo.

«Come so che ogni cazzo di volta che scherzi o cerchi di alleggerire la tensione con una battuta di merda, perdo la calma,» ringhia lei, puntandomi un dito contro il petto senza però toccarmi, «ma…te lo ripeto io sono una donna problematica, non sono la tua ragazza.»

L'aria tra noi è satura, pesante, carica di un'urgenza che fa a pugni con il traffico indifferente che ci scorre accanto. Lei fa una pausa, il petto che va su e giù, poi mi fulmina con un'occhiata nera, sfidando la mia espressione impassibile.

«Non fare quella faccia da chi non lo sapeva prima... perché se solo dovessi perdere il controllo un secondo di più, sarei già a caccia di qualcun altro.»

Fa un mezzo passo laterale, come un predatore in gabbia, stringendo i pugni lungo i fianchi.

«E tu con tutte le tue cazzo di metafore tennistiche cosa potresti fare? La verità Fra è che, come sempre, scelgo io il mio dramma.»

Si ferma di colpo. Smette di agitarsi e mi fissa. L'aggressività cede il passo a una rassegnazione amara, oscura, definitiva.

Si ferma di colpo. Smette di agitarsi e mi fissa. L’aggressività cede il passo a una rassegnazione amara, oscura, definitiva.

«Qui nessuno si salva, Fra. Nessuno...»

La voce le esce rauca, quasi un rantolo. Per qualche secondo resta immobile, le braccia ancora incrociate strette sotto il seno, come se stesse cercando di tenere insieme qualcosa che si sta già sfaldando. Il traffico scorre indifferente accanto a noi. Un autobus passa rombando, facendo tremare la pensilina.

Poi vedo il cedimento.

Le spalle le si abbassano di colpo. Le mani, fino a un attimo prima strette a pugno, si aprono lentamente, tremanti. Abbassa la testa, i capelli neri le cadono sul viso come un sipario rotto. Respira a bocca aperta, brevi ansiti spezzati, come se l’aria fosse diventata troppo densa da mandare giù.

«Non... ce la faccio» mormora, così piano che quasi si perde nel rumore della strada.

E crolla.

Si accuccia a terra in sospensione sulle punte degli anfibi, un movimento improvviso, quasi animalesco. Si copre gli occhi con entrambe le mani, le dita piantate tra i capelli. Il primo singhiozzo le scuote tutto il corpo — violento, gutturale, come se qualcosa di molto più grande di lei stesse venendo fuori a forza. Piange senza controllo, a singhiozzi secchi che le squassano le spalle, mentre il mascara nero inizia a colarle tra le dita.

In dieci anni non l’avevo mai vista piangere così davanti a me.

La guardo tremare accucciata sull'asfalto e mi chiedo cosa cazzo potremmo mai costruire insieme. Noi due sappiamo solo distruggere, annaspiamo per condividere le nostre solitudini e chiaramente non abbiamo un futuro normale davanti. Sappiamo solo vivere d'urgenza, fino all’ultimo respiro. Ma la verità è che non me ne frega niente se alla fine non funzionerà. L'unica cosa certa è che noi due siamo un caos perfetto, una miscela di catrame e terra rossa. E io, esattamente come ho sempre fatto dal primo giorno, pianto i piedi a terra. E la aspetto.

Quando lei smette di singhiozzare, ha gli occhi rossi, il mascara distrutto, ma si è rialzata in piedi.

Si asciuga la faccia con il dorso della mano, poi mi guarda.«Portami via da qui, Fra.»

Non è una richiesta.

È un ordine stanco.«Non voglio tornare a casa mia. Portami da te.»

Non dico niente. Le prendo la mano, intreccio le dita alle sue e la tiro verso la Yaris che ho lasciato poco più avanti.

Lei sale senza fiatare.

Durante il tragitto non parla.

Tiene solo la testa appoggiata al finestrino, guardando fuori mentre la città e il traffico scorrono veloci. Io guido con una mano sul volante e l’altra sulla sua coscia, sentendo il tremore che ancora non se n’è andato, arriviamo sotto casa mia in silenzio. Parcheggio, spengo il motore.

Lei non aspetta che io apra la portiera, scende e mi precede verso il portone, la porta di casa si chiude con un tonfo secco alle nostre spalle. Non faccio nemmeno in tempo ad accendere la luce del corridoio. Francesca mi è addosso come una tempesta. Mi spinge contro il muro, le mani fredde che mi strappano la maglietta verso l’alto, io le afferro i fianchi, la sollevo di peso, le sue gambe mi stringono la vita mentre barcolliamo verso il soggiorno. Sbattiamo contro lo stipite, una sedia cade con fracasso.

Non ci importa.

Le nostre bocche si divorano, denti, lingue, respiro caldo e rabbioso. Le tiro su la gonna nera con violenza, lei mi abbassa i pantaloncini da tennis con un gesto secco.

I vestiti volano.

La sua canottiera finisce sul divano, la mia maglietta sul pavimento della cucina. Siamo due animali che si strappano la pelle di dosso.

La spingo contro il bancone della cucina, lei mi morde il collo, forte, e sento la pelle spaccarsi di nuovo. La giro, la piego sul tavolo del soggiorno, e sue unghie graffiano il legno mentre io le sto dietro, il cuore che mi esplode nel petto, il sangue che pompa come dopo un match al quinto set.

«Fra…» ansimo.

«Zitto. Scopami.» La sua voce è un ordine.

Sto per entrare dentro di lei, sento già il calore, la promessa bagnata che mi chiama.

Le mie mani le stringono i fianchi con forza.

E poi si blocca.

Tutto il suo corpo si irrigidisce di colpo, come se avesse toccato un filo scoperto.

Si volta di scatto, gli occhi enormi, neri, lucidi di qualcosa che non è più solo fame.

Scoppia a piangere.

Le lacrime le scendono violente sulle guance, portando via il mascara nero in rivoli scuri. È nuda davanti a me, completamente nuda, in mezzo al mio soggiorno, con le gambe che tremano e il respiro spezzato. Io resto fermo, mezzo nudo, con il cuore che ancora corre e il corpo che reclama di finire quello che avevamo iniziato.

Ma non mi muovo.

Non provo nemmeno a toccarla per continuare. Lei si copre la faccia con le mani, singhiozzando forte.

«Che cazzo mi succede…» mormora tra le lacrime. «Volevo solo… volevo sentirti dentro, volevo il fuoco, volevo…»

Non riesce a finire.

Le spalle le tremano, faccio un passo avanti, lentamente,.e prendo i polsi con delicatezza e le abbasso le mani. Siamo nudi tutti e due, in piedi in mezzo alla stanza, senza più niente a coprirci. Né vestiti, né rabbia, né scudi. La stringo contro di me, non per scoparla.

Solo per tenerla, le mie braccia le avvolgono la schiena nuda, una mano le accarezza la spina dorsale con una lentezza che non sapevo di possedere. Sento i suoi seni premere contro il mio petto, le sue lacrime calde che mi scivolano sulla pelle.

«Francesca…» sussurro tra i suoi capelli.

Lei scuote la testa, ancora scossa dai singhiozzi.

«Sono nuda, Fra. Non solo senza vestiti. Nuda davvero. E tu… tu non scappi.»

La sua voce si rompe.

Mi stringe più forte, come se avesse paura che io sparisca.

Restiamo così, abbracciati in mezzo al soggiorno, nudi, esposti, vulnerabili. Il suo corpo trema contro il mio. Non c’è più urgenza animale, non c’è più il bisogno disperato di consumarci.

C’è solo pelle contro pelle.

Cuore contro catrame.

Respiro contro respiro.

Non facciamo l’amore quella sera, non nel senso fisico del termine, facciamo qualcosa di molto più intimo e spaventoso.

Stiamo insieme.

Veramente.

E finalmente, da quando la conosco, sento che il freddo che lei si porta dentro è un po’ meno gelido contro la mia pelle calda.

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