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Arrivo al Tennis club, ma come al solito la Fama arriva prima di me. Corre più veloce, sussurra più forte. Devo aver fatto incazzare seriamente Giunone in una vita precedente, perché la manda sempre ad anticipare le mie mosse, a preparare il terreno con il veleno. Lo so che è strano che Francesca — l'adolescente problematica che ha lasciato la scuola in seconda liceo, che in classe faceva schifo e adesso fa la commessa sottopagata in un centro commerciale — parli di epica. Ma l’epica mi piaceva. Era l'unica cosa che ascoltavo. Mi piaceva pensare che tutte le mie disgrazie non fossero colpa mia, ma parte del Fato, l'effetto collaterale dei capricci di qualche dio annoiato lassù nel cielo. Liberava dalla responsabilità di essere un disastro.
Dicevo... arrivo al Gentili e, come sempre, iniziano a ronzarmi intorno come mosche fastidiose. Sguardi obliqui, sussurri dietro le dita curate, occhi puntati sulle mie gambe, sul mio culo, pesanti come sentenze. Sento l'aria che si fa densa di ipocrisia. Due di quei tre me li sono già scopati mesi fa, forse vorrebbero il bis, anche se li ho devastati e frantumati come un bicchiere di cristallo sotto una pressa. Le donne mi guardano dall’alto al basso, vorrei prenderle tutte insieme con i profumi delle loro creme che costano come il mio stipendio mensile; vorrei prenderle per le spalle, scrollarle e raccontare loro, filo per segno, cosa fanno i loro eleganti e ricchi mariti con me. Nei bagni dei locali, sui sedili in pelle delle auto sportive parcheggiate nei vicoli bui, lontano da occhi indiscreti, mentre con me fanno quello che a loro non osano chiedere. Vorrei vedere i loro castelli di carte crollare. Ma oggi no. Oggi sono venuta in pace, o almeno ci provo. Ci provo per quella strana sensazione di fuoco che continua a bruciarmi nelle viscere, anche se sepolta sotto tonnellate di catrame indurito. C'è una scintilla viva là sotto, e non voglio spegnerla oggi.
«Arriva Fra, ohi, Fra, eccomi.»
Lui si gira. Mi vede. Mi vede davvero. Ma mentre mi cammina incontro, un brivido freddo mi stringe lo stomaco: mi chiedo se mi vedrà ancora allo stesso modo dopo l’altra sera, dopo che mi ha scopata come un animale, in piedi, con i vestiti mezzo tirati su in mezzo a un vicolo, mentre l'aria scura sapeva di alcol e urgenza. Mi chiederà il conto di quel disperato bisogno di distruzione? Riesce a farmi incazzare con una delle sue battute, ok, forse è sempre lo stesso. Mi offre da mangiare e con poche parole scaccia le mosche fastidiose che ci ronzavano intorno, facendomi spazio.
Poi arriva un bambino. Si ferma a guardarmi e fa un passo indietro; gli devo aver fatto proprio paura con i miei occhi truccati pesanti,il nero, questa rabbia che mi porto addosso come un’armatura. Mi fissa come se fossi un alieno atterrato per sbaglio sul loro prato all'inglese. Eppure, guardandolo, avverto un filo di speranza. Non mi piace la speranza, quella che da piccola io non ho mai avuto, cresciuta da due genitori che semplicemente non sapevano cosa farsene di una ragazzina problematica, rumorosa e difettosa come me. Anche questo bambino, che ora ha paura del mio nero, è una vittima di questo sistema perfetto e finto. Decido di fare una cosa che non mi viene quasi mai spontanea: provo a sorridergli. Un sorriso vero, per dirgli che non gli farò del male.
Dopo pranzo non rimango. Non posso. L’aria qui dentro è troppo pulita, mi soffoca. Torno al lavoro. La verità è che ho paura di me stessa; ho paura che se resto ancora un minuto finirei per puntare uno di quegli atleti perfetti e sudati, prenderlo per il colletto e sbattermelo nel magazzino del club, solo per il gusto di sporcare questo paradiso. Ma non qui. Non adesso. Non con lui presente, perché lui mi vede davvero e se fino a ieri ho fatto di tutto per distruggere tutto questo, ora ne ho paura.
Lui mi vedeva sempre, fin dall'inizio. Da quando il Fato, con uno dei suoi soliti capricci, ci ha fatti sedere di fianco in ultima fila. C'era lui quando mi accendevo le prime sigarette di nascosto, c'era lui quando mi stordivo di vodka liscia per placare i pensieri che mi urlavano in testa come treni in corsa. Lui: il bravo ragazzo, lo sportivo, quello che prendeva bei voti senza sforzo. Io: quella che non sta mai zitta, mai ferma, che risponde male ai professori, quella che «ha le capacità ma non si applica». Quella che faceva paura alle compagne di classe perché non rientrava nei loro binari precisi, e quella a cui i compagni maschi toccavano il culo nei corridoi, ridendo e facendo finta di niente, come se fossi un oggetto di proprietà pubblica.
I professori non mi vedevano. Giravano lo sguardo dall'altra parte, marchiandomi come un caso perso. Ma io avevo bisogno di qualcosa di più per zittire il caos, qualcosa per gridare al mondo che esistevo, che respiravo anche io. E la mia forza — l’unica che sono riuscita a trovare in mezzo a quel fango — è stata quella di far girare la testa agli altri. Coetanei, adulti, non importava. Imparare a usare il mio corpo come un’arma e come un magnete è una lezione che ho appreso fin troppo presto.
«Ci vediamo, Fra.»
Taglio corto, prima che i muri che ho tirato su crollino. Gli volto le spalle e mi incammino verso il mio mondo: quel grande cubo di cemento fatto di luci gialle artificiali, scaffali da riordinare e clienti che ti lasciano il loro numero di telefono sullo scontrino con un occhiolino viscido.
Mentre cammino verso la fermata, mi domando se tutto questo respirare a metà sarà sufficiente. Se questo continuo fuggire e bruciare basterà a tenere accesa quella fiamma ostinata che soffoca, giorno dopo giorno, sotto tonnellate di
catrame.