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Creato il 06/07/2026, 21:43 · Aggiornato il 06/07/2026, 21:43

Capitolo 13: Tennis Club Gentili

@bergadavideDavide
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13 - Tennis Club Gentili

Guarda che roba…

Guarda questo rettangolo di terra rossa perfetta, racchiuso tra siepi di alloro sforbiciate al millimetro.

Riesci a sentirlo il profumo dei soldi? È un misto di crema solare costosa, lino bianco appena stirato e quel genere di arroganza che eredi direttamente insieme al patrimonio immobiliare.

Benvenuto al Tennis Gentili.

Qui non si scherza, amico mio. Se non hai il pass appuntato sulla borsa o un cognome che compare nelle pagine dell'alta finanza, i guardiani in portineria ti rimbalzano prima ancora che tu possa dire "rovescio". È un club esclusivo, un santuario per la gente che sta bene, dove l'accesso è blindato: o sei un socio, o resti a sbavare fuori dai cancelli.

Mezzogiorno di un fottutissimo martedì di giugno. Trentacinque gradi all'ombra e la polvere di mattoni che mi si impasta col sudore sui polpacci. Sto raccogliendo le palle nel cesto per chiudere l’allenamento con i ragazzini del centro estivo, mostriciattoli ricchi nati con la camicia.

Poi, l’aria cambia.

A bordo campo il custode confabula con due vecchi soci che annegano la noia della giornata nel gin tonic. Parlottano, ridacchiano, indicano l’ingresso. Mi arriva l'eco maligna dei loro sussurri: «È spuntata quella tipa di Sephora... dai, quella che la dà a tutti».

Il cuore mi fa un balzo nel petto. Francesca è lì, bloccata all'ingresso, una macchia di catrame nel mio regno asettico di vestiti bianchi. Sento gli sguardi schifosi dei soci che le sbavano addosso e hanno già emesso la loro sentenza da quattro soldi.

Ma io sono un tennista, l'emozione la tengo dentro, strozzata in gola.

Al club mi chiamano "Il Muro": sono quello che non molla un centimetro, corre su ogni smorzata e ti rispedisce la palla di là, profonda, logorante, finché non ti saltano i nervi o i polmoni. Solo che stavolta la pazienza l'ho lasciata a seccare sulla terra rossa. Pianto in asso il ragazzino e vado a spegnere l'incendio prima che sia troppo tardi.

La portineria è una hall da hotel a cinque stelle: specchi enormi, marmo tirato a lucido e un’aria condizionata sparata che profuma di gelsomino. In mezzo a quel lusso plastificato c'è lei. Ha ancora addosso la divisa nera del negozio, la gonnellina corta, le gambe nude e gli immancabili anfibi pesanti che stonano, facendo attrito sul pavimento perfetto. È incazzata nera, lo vedo dal muscolo della mascella contratta.

Attorno al bancone c’è il festival del viscidume: il direttore e altri tre le ronzano intorno come mosche sulla carne viva. Due di quei fighetti in completino firmato sono intimi conoscenti. Gente che lei si è portata a letto e ha devastato mesi fa, e ora sono di nuovo lì a fare i cagnolini, incapaci di stare lontani dalla sua magnetica presenza scenica.

«Fra!» grido, un po' per farle capire che ci sono e un po' per dare una secchiata d'acqua ghiacciata a quei cani in calore.

Lei si gira di scatto.

Ha quegli occhi lì, quelli di quando qualcosa dentro le fa saltare i nervi ed è sul punto di dare fuoco a tutto il locale. Io la butto in caciara, facendo la prima cazzata che mi passa per la testa pur sapendo che si incazzerà di più:

«Non mi ricordavo di aver ordinato un fondotinta…»

La battuta la incendia. Mi lancia un'occhiata da sgozzamento, gira i tacchi pesanti e punta dritta all'uscita della portineria.

Già ti sento, sento le tue obiezioni: Bravo cretino, sai che lei queste cose non le sopporta, perché cazzo continui a fare gli stessi errori?*

Sei un principiante, amico mio.

Nel tennis, se vuoi stanare l'avversario e capire come gioca, a volte devi offrirgli un colpo apparentemente sbagliato. Devi mostrargli una minima vulnerabilità per indurlo all'errore e definire le regole dello scambio. Io la lascio uscire.

Non le corro dietro, so che se lo faccio, si incazzerà il triplo.

Mi volto verso il bancone. «Ciao, Marcello».

Il direttore mi guarda, mi fa un viscido occhiolino e mi tira una pacca sulla spalla: «Ciao, Muro». Marcello ha abbondantemente superato i cinquanta, sa che io e Francesca siamo legati, e sa soprattutto che per un pelo non se l’è portata a letto pure lui. Gli altri cagnolini rimasti a bocca asciutta, intanto, battono in rapida ritirata verso il bar, con la coda tra le gambe.

Esco dalla hall, nel soffoco denso di giugno.

Lei è seduta sulla panchina a fianco all'ingresso, con le gambe nude accavallate e una Camel a bruciare tra le dita. Mi siedo vicino, invadendo il suo spazio senza chiedere il permesso, e le do una leggera spallata.

Lei molleggia appena sul legno e le scappa un mezzo sorriso. Roba di un millisecondo, quasi invisibile. È il suo modo di riatterrare sul pianeta terra insieme a noi mortali, abbandonando la sua orbita di nebbia e catrame.

Fino a un istante fa aveva quello sguardo, quello di chi sta rincorrendo mille pensieri impazziti senza prenderne uno; ma adesso i suoi occhi non sono più persi nel vuoto, adesso è presente, mi vede sul serio.

«Sono felice di vederti qui» le dico. E mi sento un perfetto idiota non appena la parola "felice" mi esce di bocca in mezzo a tutto il nostro casino.

Lei digrigna i denti, come se avessi appena sparato la stronzata più grossa del secolo.

Sbuffa una nuvola di fumo di lato e mi fissa di sbieco: «Non ti fare film, Francesco. Ti avevo detto che prima o poi passavo a vedere se sai giocare sul serio o se vendi solo fumo a questi quattro fighetti. Anche se 'sto posto mi fa schifo. Anche se non sono manco convinta di restare.»

Eccolo il suo regalo.

Nascosto bene sotto strati di fumo e veleno.

Tu che leggi starai pensando che mi ha appena preso a pesci in faccia. Ma io sono il Muro, cazzo!

Io ci ho passato dieci anni a studiare come rimbalzano i suoi colpi. Francesca non ti dirà mai: Avevo bisogno di te, e ho mantenuto la parola. Lei ti lancia un insulto per farti un regalo, sperando che tu sia abbastanza sveglio da raccoglierlo senza spaventarti del filo spinato che ci ha avvolto intorno.

È scappata dal suo inferno a metà giornata e ha scelto la mia terra rossa per respirare. Mi sta tirando nel suo gioco, ma è esattamente dove voglio portarla io.

Allora, se dobbiamo giocare, io sono pronto. Mi tocco il labbro, sentendo sotto il polpastrello la crosta tesa e il sapore vagamente metallico del bacio di ieri notte. Niente scudi stavolta, le mostro il petto scoperto.

«Io invece mi sono svegliato tutto rotto stamattina» sussurro. «Ieri ho fatto il figo, ma 'sto gioco è duro da morire, Fra. Ho una paura fottuta di sbagliare con te.»

Aggiungo un «Ma sono qua, siamo qua» a fil di voce, e faccio il mio gioco: non aspetto che la palla rimbalzi da fondocampo, avanzo e provo una volée.

Stavolta cambio schema.

Allungo la mano e le afferro le dita, incrociandole alle sue. Non con forza, ma la stringo con la morsa grezza impressa dai calli della racchetta: ferma, pesante, reale.

«Dai che ti offro da mangiare» le dico, indicando con un cenno del mento la veranda del ristorante del club.

Lei si inchioda. Sento le sue dita diventare di pietra dentro le mie. Volta la testa verso i tavoli all'ombra, dove i camerieri in livrea bianca scivolano silenziosi tra i soci e dove quei cagnolini di prima stanno già consumando il pranzo. I suoi occhi fanno un percorso strano, febbrile: fissa la veranda, poi i miei pantaloncini bianchi, la mia maglietta pulita e infine la ferita che mi ha stampato sul labbro.

Ha un sussulto, uno spasmo secco alla corda del collo. Tenta di sfilare la mano con un movimento repentino, ma non è per rabbia. È il riflesso di chi calpesta un vetro rotto a piedi nudi e tira indietro la gamba per non affondare. Squadra quel posto come se fosse un troiaio di lusso, un covo di fantasmi in giacca e cravatta che conoscono la marca delle sue mutandine, poi torna a guardare me. Digrigna i denti, trattenendo il respiro, sospesa sul filo di un'altalena che minaccia di schiantarsi a terra da un momento all'altro.

Poi, cede di schianto. Fa un semplice cenno affermativo con il mento, schiaccia senza pietà il mozzicone di sigaretta con l'anfibio destro e si alza.

Ci sediamo a un tavolino d'angolo, al riparo sotto il classico ombrellone bianco. Intorno a noi va in scena il solito rituale ipocrita del club: soci impettiti che masticano a bocca chiusa, sussurrano per non disturbare il finto decoro e una musica lounge di sottofondo che anestetizza l'aria pesante. L’unica vera nota di colore arriva da lontano, dall'area riservata ai bambini: grida libere, risate sguaiate, ragazzini che corrono nella terra senza badare alla camicia stirata.

Il cameriere ci serve due insalate di riso e le birre ghiacciate che ho chiesto. Solleviamo i bicchieri per un brindisi muto, il vetro appannato che fa un rumore secco prima del primo sorso lungo, che scende giù a grattare la gola.

Io Francesca non l’ho mai conosciuta da bambina. Guardo quel casino di mocciosi e decido di servire la palla, cercando la fessura per infilzarmi nella sua difesa. Indico i piccoli con un cenno del mento.

«Eri una bambina chiassosa da piccola?»

Lei manda giù un boccone a fatica, gli occhi scuri fissi sul piatto, poi appoggia la forchetta sul bordo della ceramica.

E attacca.

Tutto d’un fiato, con quella parlantina frenetica e graffiante che tira fuori quando le sue barriere cedono di schianto.

«Ero una bambina complicata. Il mondo andava troppo lento e io avevo sempre centomila pensieri che mi giravano in testa a duemila all'ora. I miei non ci capivano un cazzo, non hanno mai saputo come gestire una roba irruenta e difficile come me. Erano i classici genitori da vetrina: l'unica cosa che contava era fare la bella statuina per la gente, mica stare ad ascoltare tutto il casino che aveva dentro la figlia».

Infilza con rabbia un chicco di riso, le nocche bianche strette sul metallo. Lo sguardo evita il mio ma resta piantato lì, nudo e scoperto.

Io ho imparato i suoi rimbalzi: quando Francesca comincia a svuotare il sacco, tu non devi fare un fiato. Non devi interromperla, non devi fare domande intelligenti da psicologo. Devi solo stare fermo sulla riga di fondo, incassare il colpo pesante e lasciarla parlare.

Si sta letteralmente scuoiando viva davanti a me. Si sta offrendo in pasto al mio giudizio e a quello di questo troiaio di lusso, pezzo dopo pezzo, quando la bolla di colpo esplode.

«Maestro Francesco! Maestro Francesco!»

Un nanerottolo di otto anni, uno dei miei allievi del centro estivo con la polo firmata sudata e la racchetta stretta nel pugno, mi arriva al tavolo correndo come una scheggia impazzita. Ha il fiato corto, la bocca già mezza aperta per spararmi l'ennesima cazzata su un rimbalzo sfortunato o su un rovescio.

Poi, si gela. Inchiodato sul posto. Paralizzato.

Ha incrociato lo sguardo di Francesca. Lei ha sollevato lentamente la testa dal piatto e gli ha piantato addosso quegli occhi neri, guasti, carichi di tutto il catrame che le stava appena risalendo in gola. Non lo sta guardando male, non ce n'è bisogno.

È pura, cruda esposizione alle radiazioni.

E il ragazzino, cresciuto a prati perfetti e merende bio, quell'abisso nero non lo sa decifrare, ma il puro istinto animale gli sta urlando nel cervello di non fare un solo, fottuto passo in più.

Rompo io quell'incantesimo tossico prima che il ragazzino ci resti secco.

«Daniele» gli dico, usando il mio tono rassicurante da maestro in campo, «ti presento Francesca. La mia amica.»

Il ragazzino sposta nervosamente il peso da un piede all'altro, iniziando a contorcersi le mani sudate attorno al grip della racchetta. «Pia... piacere» balbetta, mettendo su il suo classico disco rotto che parte puntuale tutte le volte che va in agitazione.

E a quel punto succede una cosa che mi fotte il cervello.

Francesca sfodera un sorriso.

Non la sua solita piega storta del labbro, né la mezza smorfia da predatrice che usa per manipolare i disgraziati al bancone del bar. È un sorriso diverso, aperto, una roba disarmante che in dieci anni non le avevo mai visto in faccia.

«Ciao» gli dice semplicemente.

Quel "ciao", sussurrato da una ragazza così bella, così fottutamente nera e così lontana anni luce dal suo mondo ovattato, è il colpo di grazia. Daniele strabuzza gli occhi e si paralizza ancora di più, incantato e terrorizzato allo stesso tempo, come se avesse appena visto una creatura mitologica atterrare in mezzo al campo centrale.

Sorrido. Allungo una mano e gli scompiglio i capelli biondi e perfetti. «Adesso vai pure dai tuoi amichetti. Ci vediamo fra mezz'ora quando riprendiamo i giochi.»

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