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Creato il 02/07/2026, 09:10 · Aggiornato il 02/07/2026, 09:10

Capitolo 12: Campo minato

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
  • Sangue
  • Violenza
  • Violenza Esplicita
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La portiera della Yaris si chiude con un colpo secco e il silenzio torna a schiacciarmi, improvviso e pesante come una lastra di cemento. Rimango immobile sui gradini di pietra del portone, nell'androne buio che puzza di chiuso e di detersivo economico per pavimenti.

Sento il motore della macchina di Francesco che si accende, il rumore delle ruote che fanno inversione sull'asfalto della via, e poi più nulla. Se n'è andato.

Appoggio la schiena al muro dell'ingresso, lasciandomi scivolare giù fino a quando il sedere non incontra il marmo freddo del primo gradino. Stringo la borsa al petto. Sotto la pelle, dove fino a mezz'ora fa c'era quel fuoco assurdo che mi ha bruciato i polmoni nel vicolo, adesso è rimasto solo un mucchio di cenere fredda. E il catrame sta risalendo, lento, inesorabile, a riprendersi ogni centimetro che gli ho tolto.

Infilo due dita nella borsa, cerco alla cieca tra le chiavi e i trucchi finché non incontro la stoffa leggera delle mie mutandine. Le stringo nel pugno. Mi viene da ridere, una risata acida che mi muore in gola.

“A me basta per vincere la partita”, ha detto.

Povero illuso. Povero, stupido Francesco con le sue metafore sulla terra rossa, i suoi cinque set e i calli sulle mani. Pensa davvero che la vita sia un campo da tennis dove basta sputare l’anima e correre da un angolo all'altro per raddrizzare una palla che rimbalza male. Non ha capito niente. Non ha capito che io non sono una palla che rimbalza male: io sono il campo minato. E se insiste a correrci sopra a testa bassa, finirà solo per saltare in aria insieme a me.

Eppure, quando si è fermato... cazzo, quando ha staccato le sue labbra dalle mie dentro la macchina, ho sentito un vuoto nello stomaco che mi ha spaventata più del buio.

Nessuno si ferma mai con me. Gli uomini di solito prendono quello che offro, arraffano questa carne difettosa finché è disponibile e poi se ne vanno, grati del fatto che non chiedo mai il conto. Francesco no. Lui ha guardato dentro i miei occhi morti, ha visto lo schifo e ha fatto un passo indietro. Ha avuto paura per me, non di me. E questa sua pretesa assurda di volermi salvare, di volermi "pulire", mi fa imbestialire perché, per un millesimo di secondo, ci ho quasi sperato anche io.

«Cretina», sussurro nel buio dell'androne, e la mia stessa voce mi sembra quella di un'estranea.

Mi alzo in piedi a fatica, sentendo gli shorts stropicciati che mi si incollano alle cosce. Comincio a salire i gradini verso l'appartamento, un piano dopo l'altro, senza accendere la luce del vano scale. Ormai ci so camminare al buio qui dentro.

Mentre infilo la chiave nella toppa della mia porta, mi torna in mente la sua voce che cantava a squarciagola Here I Go Again con il finestrino abbassato e il vento in faccia. Per tre minuti, là in mezzo alla strada deserta, ho dimenticato chi fossi. Ho guardato il suo profilo ammaccato, il labbro gonfio che perdeva sangue mentre urlava dietro a David Coverdale, e ho pensato che forse, in un'altra vita, in un mondo parallelo dove non sono così fottutamente rotta, avrei potuto essere davvero la sua ragazza. Avrei potuto essere quella che lo aspetta in tribuna con gli occhi puliti.

Ma questa non è un'altra vita. È la mia.

Spalanco la porta, entro in casa e non accendo la luce. Vado dritta in bagno, specchiandomi nell'ombra. Ho il trucco sbavato intorno agli occhi, il collo arrossato per i baci di Francesco e l'odore del suo sudore ancora addosso. Mi sfilo i vestiti, lasciandoli cadere a terra come una muta di cui volermi liberare, e apro l'acqua della doccia.

Aspetto che diventi bollente, quasi da bruciare. Quando entro sotto il getto, chiudo gli occhi e mi appoggio con la fronte contro le piastrelle. L'acqua si porta via l'odore del vicolo, il sapore del sangue, il fumo delle Camel Blue. Ma mentre i vetri si appannano e il calore mi avvolge, so già che domani mattina, quando Francesco sarà sul campo a dare ordini a qualche sfigato con la racchetta in mano, io sarò ancora qui. E la prima cosa che farò sarà guardare il telefono.

Perché la verità, quella vera che non gli dirò mai per non distruggerlo del tutto, è che l'inferno è bello spazioso. E adesso che ci è entrato anche lui, non so più come fare a cacciarlo via.

Chiudo il rubinetto e il silenzio del bagno torna a farsi tagliente. Resto immobile a guardare l'acqua che scivola dentro lo scarico, portando via le ultime tracce di Francesco, del suo sangue, di quella notte. Mi avvolgo nell'accappatoio liso e vado in camera. Sul comodino, lo schermo del telefono si illumina: è la sveglia delle 7:00 che ha già deciso di ricordarmi chi sono.

Niente terra rossa. Niente lezioni private a trecentocinquanta euro.

Tra due ore sarò dietro la cassa di Stradivarius al centro commerciale, con addosso una divisa sintetica che puzza di magazzino e quel cartellino di plastica appuntato sul petto: Francesca - Staff.

Mi siedo sul bordo del letto, fissando le mie scarpe abbandonate sul pavimento. Come ci si presenta davanti al mondo dopo una notte così? Come si fa a incastrare il corpo dentro i ritmi di una giornata normale quando hai ancora le pareti dello stomaco che tremano? Devo passare otto ore a piegare jeans a zampa, sistemare grucce rimescolate da orde di ragazzine urlanti e sorridere. Soprattutto sorridere. Un sorriso aziendale, standardizzato, che non c'entra niente con quello storto e amaro che Francesco conosce fin troppo bene.

E poi ci saranno loro. Gli uomini.

Quelli che entrano con la scusa di fare un regalo alla fidanzata o alla sorella, ma che in realtà allungano l'occhio, cercano lo sguardo, ti lasciano il resto sul palmo della mano sfiorandoti le dita un secondo di troppo, prevedibili, annoiati. Mi ronzano intorno ogni benedetto giorno, convinti che quel cartellino sul petto dia loro il diritto di provarci con una commessa ventenne. Di solito li lascio fare. Di solito uso quel minimo di potere da bancone per assecondare la mia dipendenza da attenzioni, quel bisogno malato di sentirmi desiderata anche da chi non sa nemmeno come mi chiamo, pur di riempire il vuoto. È il mio catrame preferito. Una dose rapida, tossica, che mi tiene a galla per qualche ora prima di farmi sprofondare di nuovo.

Ma oggi? Oggi sarà diverso?

Mi tocco il labbro inferiore, ancora leggermente gonfio per il bacio di poche ore fa. Sento il fantasma delle mani di Francesco sui miei fianchi, quella morsa da tennista che mi ha sollevata da terra come se non fossi un peso, ma qualcosa da proteggere a tutti i costi. Mi ha regalato il fuoco vero. Mi ha fatto bruciare le viscere in quel vicolo buio, urlandomi in faccia che lui nel mio fango ci vuole stare.

Basterà? Basterà quel ricordo incendiario a tenermi fuori dal buco nero per oggi? Basterà a farmi dire di no al prossimo che mi lascerà il suo numero sullo scontrino?

Vorrei crederci. Cazzo, se vorrei crederci. Vorrei che le sue parole sulla terra rossa fossero un'armatura capace di proteggermi dal resto del mondo, e soprattutto da me stessa. Ma la dipendenza è una bestia silenziosa: aspetta che il fuoco si spenga per farti sentire di nuovo il gelo. E la verità è che ho una paura fottuta che quel calore svanisca non appena varcherò le porte scorrevoli del centro commerciale, sotto la luce spietata dei neon.

Mi alzo, infilo un paio di jeans puliti e cerco il correttore per coprire le occhiaie. Guardo lo specchio e stringo i denti.

La partita di oggi è appena iniziata, per tutti e due, Francesco. Vediamo se hai abbastanza fiato per arrivare al quinto set.

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