Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
Mentre la mano di Francesca mi accarezza la guancia con le dita ancora sporche del mio sangue, so già quello che stai pensando.
Faccio schifo, parlo tanto, ma appena si è concessa mi sono buttato mani e piedi.
Prova tu... prova tu a vederla per dieci anni andare con tutti tranne che con te.
Come dici? Sono un ipocrita?
Può darsi... ma se la vita mi ha insegnato qualcosa è non mollare mai!
«Benvenuto nel mio inferno, Francesco», sussurra lei, mentre l'ultima eco di Feuer frei muore oltre l'angolo del vicolo.
Guardo il cielo scuro che ci sovrasta e lo so, lo so quello che pensi: ci sarà da sputare sangue, proprio come stasera. E io non potrei essere più d'accordo con te.
«Adesso lo sai come funziona. Ma non azzardarti mai a pensare che io possa essere la tua ragazza», dice Francesca, come a rimarcare un concetto per lei limpido e inattaccabile. Ma io so cosa voglio e, cazzo, quanto è vero che ho speso 350 € per la mia Wilson, ti farò cambiare idea.
Faccio un mezzo sorriso, di quelli che ti tirano la pelle del labbro spaccato. «Pensi di essere l'unica cosa insopportabile che ho affrontato, Francesca? Hai idea di quanti siamo al club adesso? Quattrocento. Da quando c'è la fissa per Sinner e per il nuovo tennis italiano, i campi sono pieni di ragazzini nati fenomeni, gente che ha il talento nelle ossa. Eppure, la punta di diamante di quel posto sono io. E sai perché? Perché a dieci anni ero il peggiore di tutti. Non ne azzeccavo una.»
Mi guarda come si guarderebbe qualcuno che sta sparando cose a caso. Nel frattempo fa il tipico sorriso alla Francesca.
Sì, lo so quello che stai per dire, sono fissato con ste cose alla Francesca. Te ne ho già dette un bel po' da quando abbiamo iniziato questa storia.
«Fra, lo sai che ti voglio bene.»
La guardo, sorpreso da quell'esclamazione.
«Sì, lo so,» si affretta a dire, «che non te l'ho mai detto. Ma lo so da sempre che mi muori dietro… e la cosa in un certo modo è reciproca.» Respira, come a mandare giù un rospo in gola. «Ecco, l'ho detto. Ma il punto non è questo. Il punto, come diceva Bruce Willis ne L'ultimo boy scout, ti ricordi, no? L'acqua è bagnata, il cielo è blu e le donne hanno i segreti… ecco, per me la vita è altrettanto semplice. Io sono quello che sono a prescindere da quanto ti possa voler bene, e con sta cosa devi fare i conti, volente o nolente.»
Schiaccia il mozzicone, si appoggia alla mia spalla per alzarsi e si stiracchia la schiena.
Mi stacco dal muro, sentendo ogni muscolo protestare. Ma la voce non mi trema più. Per la prima volta, sono io a condurre il gioco. O almeno, voglio provarci.
Mi rimetto in piedi, acciaccato, con le ossa che scricchiolano. Mi viene in mente quella canzone di Ligabue, il cavaliere dopo la cavalcata... mi scappa una risata amara. Fa male ovunque, soprattutto la faccia. Lei mi osserva, lo sguardo che oscilla tra il dubbio e qualcosa che non so decifrare, ma non se ne va. Mi lascia parlare.
«Senti questa, Fra,» dico, iniziando a camminare verso la macchina. «Mentre gli altri facevano le volée perfette, io passavo ore a fare il 'Tergicristallo'. Destra, sinistra, dritto, rovescio. Il maestro mi sparava palline addosso per farmi crollare. Le gambe bruciavano, il fiato non c'era, volevo vomitare l'anima sulla terra rossa. E sai cosa mi diceva il mio vecchio allenatore quando mi fermavo, piegato in due, convinto di non poterne più?»
Mi fermo un istante, invadendo il suo spazio mentre ci avviciniamo alla Yaris. Sento l'odore di Juri sulla sua giacca mescolarsi a quello del catrame, ma non mi sposto.
«Mi diceva: "Smetti di cercare il colpo perfetto. Impara a stare scomodo. La partita la vince chi ha più fiato quando la tecnica va a puttane." E quando perdevo la testa, mi urlava in faccia: "Il talento ti regala i primi due set. Ma al quinto, quando non senti più le gambe, vince chi ha più calli sulle mani." E soprattutto, Francesca...» abbasso la voce, quasi a un sussurro, «mi ripeteva sempre: "Non arrabbiarti con la palla se rimbalza male. Piegati di più e sporcati le ginocchia. Più il campo è uno schifo, più devi imparare a giocarci sopra."»
Faccio una pausa. La vedo incassare ogni singola parola.
«Quindi, ascoltami bene. Il tuo buco nero, il tuo catrame, la spazzatura di questo vicolo... pensi davvero di spaventarmi? Io ci sono nato, scomodo. Io so come si sta nel fango senza affogare. Dici che questo è il massimo che puoi darmi? Bene. A me basta per vincere la partita.»
Forse per la prima volta da quando la conosco — da quando il caso, l'universo o il karma l'ha scaraventata nella mia vita, in prima liceo all'istituto Pietro Verri — la vedo colpita.
Ciononostante, non dice una parola. Si incammina verso la macchina e, mentre si muove, si spolvera con le mani la gonna nera del vestito, ormai sporco e stropicciato. Mi fa un cenno rapido con la testa. Andiamo, sembra dire.
Vedi? Questa è lei. Questa è la sua forza: è impermeabile a tutto. Ma io sono più testardo di lei.
Poi, mentre la seguo con lo sguardo, mi viene in mente un dettaglio del tutto fuori contesto rispetto a tutta questa pantomima drammatica che sto inscenando.
Cosa, ti starai chiedendo?
In tutto questo, lei è ancora senza mutandine. Le ha infilate nella borsa prima di fare… beh, di fare sesso come un animale insieme a me.
Torniamo alla Yaris. Le portiere sono ancora aperte, il motore spento. Entriamo. Chiudo di netto, isolandoci dalla notte di Milano. Giro la chiave, il cruscotto si illumina e il Bluetooth dell'autoradio si collega in automatico al mio telefono.
Nessun battito industriale, niente chitarre ribassate.
Parte un synth lento, solenne, inconfondibile. L'intro di Here I Go Again dei Whitesnake.
Le mani di Francesca si bloccano sulle ginocchia. Si volta di scatto verso di me. I suoi occhi neri, che fino a un secondo fa sembravano due pozzi senza fondo, si accendono di una luce diversa. È un attimo. Non siamo più i due relitti distrutti di questa notte assurda. Siamo i due ragazzini che dieci anni fa si sgolavano sotto un palco, sudati, con la voce rotta, a guardare David Coverdale.
Alzo il volume al massimo. Abbasso i finestrini. La faccio ripartire.
I don't know where I'm goin'...
But I sure know where I've been...
«E andiamo, cazzo!» urlo, e la mia voce sovrasta il motore.
E poi lo fa. Francesca butta la testa all'indietro e canta. E io con lei. A squarciagola, nel cuore della notte, con la Yaris che sfreccia sull'asfalto deserto. Cantiamo con tutto il fiato che abbiamo in gola, con i polmoni che bruciano, mentre il mio labbro torna a sanguinare e lei sbatte la mano a tempo sul cruscotto.
Like a drifter I was born to walk alone!
Siamo un disastro, siamo ammaccati, siamo pieni di fango. Ma mentre il vento caldo ci schiaffeggia le facce e le chitarre esplodono nell'abitacolo, per la prima volta da mesi, respiro.
Arriviamo sotto casa sua, quel palazzo anni '70 con la vernice gialla della facciata ormai scrostata dal tempo. Proprio come nel finale malinconico di un video musicale degli anni Ottanta, l'assolo di Here I Go Again sfuma lentamente. Spengo la radio. Spengo il motore. Spengo i fari.
Il buio inghiotte l'abitacolo e io mi volto a fissarla, esattamente come un condannato a morte potrebbe fissare le nuvole libere nel cielo prima che il boia tiri la leva. Lei non fa una piega. Aspetta. Sa perfettamente di avere tutto il potere nelle sue mani, sa che sono irrimediabilmente, fottutamente suo.
E io non posso farci niente. Non ci riesco. Devo baciarla.
Mi avvento sulla sua bocca. Non chiudo gli occhi, e non lo fa nemmeno lei. Ma all'improvviso, i suoi si spengono. Ci scorgo dietro una sorta di segnale, un abisso muto e arreso, mentre le labbra premute contro le mie mi fanno un male del diavolo. Sento il sapore ferroso del mio sangue scivolare sulla sua lingua, ma lei non se ne cura minimamente. Anzi.
Prende la mia mano destra, che era rimasta ferma sul suo fianco, e la guida giù. La appoggia sulla sua coscia nuda, terribilmente vicino al suo sesso.
Ma quegli occhi... quegli occhi spenti e vitrei mi spaventano a morte. L'uomo, il maschio dentro di me, è già pronto. Sento l'erezione tra le gambe che già preme contro la stoffa, reclamando d'istinto quello che lei mi sta offrendo su un piatto d'argento.
Eppure, c'è la testa. La mia testa allenata da migliaia di ore sui campi in terra battuta a dover sconfiggere l'avversario prima mentalmente che fisicamente. Il tennis mi ha insegnato una cosa fondamentale: i segnali si ascoltano. Se non li leggi, perdi prima ancora di colpire la palla. E quegli occhi morti mi stanno urlando che questo non è sesso, è solo un altro modo che ha trovato per farsi a pezzi.
Mi fermo. Smetto di baciarla, staccando lentamente le mie labbra macchiate dalle sue. Ma non mi allontano. Resto lì, ancora chino su di lei nel buio della Yaris, sospeso sul suo respiro rotto, aspettando di vedere se c'è ancora qualcuno vivo dietro quel vetro opaco.