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Balor an Drochshúil
Avete presente quelle giornate in cui sembra che tutto andrà storto?
Io no.
Semplicemente perché fino alla seconda battaglia di Mog Tured non ne avevo mai avute.
Va bene, forse la volta che quell’idiota di mio figlio è tornato in lacrime sproloquiando di quanto fossero ingrati i Figli di Danu… ma andiamo! È risaputo di quanto fossero ingrati quegli stranieri – non quanto mia figlia, ma quella è una storia a parte.
Comunque, non mi sarei mai aspettato quel giorno di ricevere una pietra nell’occhio maledetto ed essere trapassato da parte a parte da quella mezza scartina di mio nipote.
Tutto questo prima di riaprire gli occhi in un luogo stranissimo con una benda a coprire il mio potere e un Lugh molto diverso da come me lo ricordavo che si guardava attorno spaesato.
I nostri sguardi s’incrociarono, poi lo vidi stringere la Slea Bua particolarmente arrabbiato e cercare di trafiggermi di nuovo.
Fu soddisfacente percepire il mondo spostarsi sotto i miei piedi evitando il suo assalto sotto la sua espressione attonita.
Mi portai una mano sull’occhio maledetto, percependone il potere da sotto la benda in cuoio.
Coperto sì, ma funzionante.
Amavo quell’evoluzione inaspettata della situazione.
«Dannato! Cosa ci hai fatto!?» esclamò adirato preparando un nuovo affondo «Può essere solo opera tua e del tuo potere se ora ci troviamo… ovunque sia questo posto!»
«Non potremmo essere semplicemente nell'Ankoun? E dire che sei il “molto dotato”, nipote» commentai sentendomi in vantaggio.
«L'Ankoun non è così!» rispose minaccioso. Non aveva mai imparato quale fosse il suo posto, odiavo quest’aspetto nel suo carattere.
«Perché tu sai com'è fatto?» chiesi pacato.
«Tu sì?»
Promemoria per le prossime reincarnazioni: chiedere a Nuada come lo aveva reso un cagnolino obbediente.
Con uno come lui al fianco altro che Mog Tured, sarei stato sovrano di mezza Europa a quest’ora!
«No, per questo potrebbe esserlo» il mio spostamento evitò un nuovo affondo «Rassegnati, senza la Lia Fail non puoi colpirmi.»
Rimase con la lancia puntata verso di me facendo un paio di salti ad allontanarsi.
«E il nostro aspetto?» chiese sempre sull’attenti «Non mi dirai che non ti sei accorto di essere una donna.»
Sbattei le palpebre, poi mi guardai addosso: avevo un corpo adolescenziale e, come aveva fatto notare mio nipote, femminile. I vestiti non erano femminili nemmeno immaginandolo, ma non erano nemmeno vestiari che potessi riconoscere. Un nuovo popolo giunto a scalzare quello precedente?
«Le vie di OIW sono infinte…» conclusi reinventandomi filid.
«O semplicemente ho appena risvegliato le vostre coscienze nel XXI Secolo» commentò una voce alle mie spalle «Certo, non mi aspettavo un’esplosione di caos incontrollato, ma almeno non si è distrutta casa.»
Mi voltai verso chi ci aveva parlato e mi trovai davanti un Tuatha de Danann che non avevo mai conosciuto.
Non che m'importasse conoscerli uno per uno, ma vederlo rialzarsi dopo un’onda di caos era qualcosa di ammirabile, lo ammetto.
«Miach?» Lugh lo guardò confuso «Non dovresti essere... morto?»
«Non ancora in questo ciclo, per tua fortuna» spiegò sistemandosi quella che doveva essere una giacca grigia.
«Vi abbiamo richiamato qui per una questione di vitale importanza» disse una voce che, in compenso, conoscevo molto bene «Cosa stavate facendo prima di risvegliarvi qui?»
«Quello che facciamo a ogni ciclo, Taliesin» risposi prima di stupirmi della mia stessa frase «Aspetta, perché parlo di cicli come se ne avessi vissuti un'infinità? E perché so cosa vuol dire XXI secolo!?»
«Perché la tua coscienza si sta adattando al nuovo tempo, incanalando le conoscenze di tutte le vite successive alla tua e precedenti a quella attuale» spiegò Miach.
Lo guardai piacevolmente colpito. Non solo aveva richiamato la mia coscienza dalla quarta morte, ma mi aveva dato la possibilità di adattarla al presente.
Fosse stato un Fomori non avremmo conquistato un’Europa, ma due!
Perché erano sempre i migliori a stare col nemico?
«Quindi? Perché ci avete convocato?» chiesi decisamente più incuriosito.
«Per quella cosa che avevate in tasca» disse Miach indicando una pietra di magnetite con venature di granito bianco.
I miei occhi brillarono d’emozione: quella era la Lia Fail! Più piccola e molto più pratica da trasportare, ma non avrei mai dimenticato la pietra che non mi aveva mai riconosciuto come Vero Re.
Ma cosa ci faceva nella tasca di quegli abiti inusuali?
Feci per prenderla, ma Lugh fu più veloce.
Non più veloce della pietra che, in una bolla d’acqua salmastra scomparve per riapparire nella mia tasca.
«Interessante» commentai sfiorandola appena. Ritrassi subito la mano mentre ogni fibra di quel nuovo corpo vibrava di una scossa che avevo già sentito indirettamente in passato. Decisi di sfoggiare il mio ghigno migliore verso mio nipote che mi osservava sconvolto «Molto interessante.»
«Non è possibile» commentò con la voce strozzata «Non puoi essere tu, non…» s’interruppe consapevole di ciò che stava per dire.
Taliesin e Miach ci guardarono incuriositi, alieni a quella conversazione.
«Avanti, dillo» lo esortai sprezzante «Ammettilo davanti al vostro miglior medico e al Poeta dei Poeti. La Lia Fail ha scelto…»
«No!» si lanciò nuovamente contro di me, e di nuovo il mio occhio mi salvò dall’essere trafitto da parte a parte. La spinta fu tale che Lugh cadde a terra in avanti – nella posizione che più gli si addiceva, oserei dire. Rapido si girò verso di me, con la lancia alta «Non ti accetterò mai come Ard Rí. Non l’ho fatto allora e non lo farò adesso!»
«Un attimo…» commentò Taliesin confuso «La Lia Fail aveva già scelto Balor in passato?»
«Grazie a Miach, sono consapevole che sono nove reincarnazioni che ci provava» spiegai con un certo godimento «Ma c’era sempre qualcuno che si prendeva i meriti al posto mio. Il fatto che abbia deciso di entrami in tasca è il suo senso di disperazione.»
«Ma perché dovrebbe scegliere voi, Sommo Balor?» chiese Miach con un sopracciglio alzato.
«La Lia Fail non sceglie il Vero Re, designa chi guiderà il cambiamento» spiegò mio nipote rialzandosi e puntandomi nuovamente la lancia addosso. Decisi di sbadigliare per scherno: insomma, stava diventando ripetitivo «Prima della seconda battaglia di Moytura, la Lia Fail urlò al mio tocco proprio perché avrei guidato la sconfitta dei Fomori e del suo Occhio, altrimenti non si sarebbe mai scagliata così facilmente contro di lui.»
Allargai le narici, portandomi la mano alla benda: «Sei stato cresciuto dagli stranieri, è ovvio che tu non sappia, innesto mal riuscito. Non fu la Lia Fail a sconfiggermi, ma il materiale di cui è composta. E ora che è nella mia tasca, nulla m’impedirà di fare quello che avrei dovuto fare alla tua nascita. Incenerirti!»
Feci per sollevare la benda, ma Taliesin mi fermò il polso, un orrendo braccialetto di magnetite faceva capolino dalla manica della sua camicia. Adulto lui, ragazzina io, non riuscii a opporre troppa resistenza.
«Calmatevi, tutti e due» ci riprese Miach stringendo la Slea Bua come fosse stata una normalissima lancia «Dannazione, sembrate due adolescenti innamorati!» io e Lugh, stranamente d’accordo, lo guardammo malissimo «Ora, se ci ascoltaste per cinque secondi, vi spiegheremmo la situazione.»
Inspirai profondamente, allentando la presa sulla benda e sedendomi pesantemente, appoggiandomi a quello che doveva essere un tavolo assurdamente alto: «Forza, io vi ascolto.»
Lugh dilatò le narici imbufalito, poi abbassò la Slea Bua e si sedette pesantemente anche lui, brontolando un fastidiosissimo: «Vi ascolto anch’io.»
«Abbiamo bisogno che la Lia Fail vi parli, Re Balor» spiegò Taliesin mediatore «Ha detto qualcosa alla sua reincarnazione attuale, ma non siamo riusciti a saperne il contenuto.»
«Quindi vi serve qualcuno che trascriva il testo?» proposi infastidito. Per un attimo avevo sperato di essere stato convocato perché finalmente si erano accorti dell’errore che avevano commesso in passato, ma se questo poteva servire a riportare giustizia nella mia storia…
«E che lo interpretiate con la consapevolezza delle varie reincarnazioni» aggiunse Miach – l’ho già detto che mi stava simpatico quel Figlio di Danu? – avvicinandomi carta e penna.
«Ho solo una domanda» ammisi tamburellando la penna sul piano prima di usarla per indicare Lugh «Lui perché è qui?»
«Effetto collaterale» alzò le spalle il medico.
«Non mi avete coinvolto per tenerlo sotto controllo?» chiese quasi infastidito.
«No, anche perché quel ragazzo non dovrebbe essere legato a te se non per linea di sangue» spiegò Taliesin «Ma finché loro fanno qui con la Lia Fail, noi potremmo studiare la tua “condizione atipica”.»
Lugh sbuffò alzandosi, seguendolo dopo avermi lanciato un “ti tengo d’occhio” da manuale.
Io presi in mano la pietra, stringendola con la destra e preparandomi a scrivere con la sinistra.
Ní cloch ná cré
ná iarann ná ór
is é an láib a chruthaíonn draíocht
Decantai nella mia sicurezza millenaria, ispirando profondamente l’odore di acqua salmastra trasportata dal vento.
La Lia Fail pulsò tra le mie dita, vibrando umida e creando una copertura di fanghiglia tutt’attorno a sé.
Poi iniziarono le visioni.
All’inizio nulla di eclatante: una pietra, un gatto, un pesce. Poi, di colpo, un essere umano.
A Mog Tured.
Con l’occhio sanguinante e la lancia che mi trapassava il ventre.
Ancora, ancora, e ancora.
Smisi di contare le volte che ero morto quando i miei abiti di fecero ottocenteschi e la guerra diventò fratricida.
Sempre noi, sempre su quella collina, sempre con la solita, maniacale, procedura.
Ghigno, corvi, sasso, lancia.
Ghigno, corvi, sasso, lancia.
Non reincarnazioni, non manifestazioni: attori involontari di uno spettacolo fatto di sangue e violenza.
E non doveva essere così.
Lo sapevo io, lo sapeva Lugh, lo sapeva chiunque con un briciolo di consapevolezza dell’universo: quello era un ciclo forzato, corrotto nella sua essenza più profonda.
Qualcosa o qualcuno ci stava volontariamente bloccando in quel combattimento infinito, in un destino eterno fatto di odio e rancore ancestrali.
Ritornai del XXI secolo poco prima di vedere il futuro di quel corpo che mi stava accogliendo, il foglio prima bianco una distesa di scritte in alfabeto ogamico.
Non feci in tempo a leggere che Miach se lo trascinò verso di sé.
Lo guardai infastidito, rimettendomi la pietra in tasca.
Certo, ero più consapevole del trogolo in cui si trovavano – o ci trovavamo, era pur sempre la mia reincarnazione – ma l’essere trattato da fotocopiatrice non era una cosa che da Sovrano apprezzassi.
«Quindi? Cosa ti sto permettendo di leggere?» chiesi trattenendomi dal farlo diventare tutt’uno con la cucina.
«Io sono il ciclo corrotto, e la divinità che lo ha forzato…» iniziò senza scomporsi «Sembra il File Neide, ma non riesco a capirne il significato.»
Tamburellai le dita sul tavolo meditabondo: «Toglimi una curiosità: quante volte sei morto?»
«Centosette morti, esclusa quella di questo ciclo» annuì risoluto.
«E in quante sei morto di vecchiaia?»
«Nessuna?» rispose confuso, poi alzò la testa «Nessuna! Non è stata Maud a forzare il ciclo: lo è già!»
«Esatto: dovete trovare l’infame che sta impedendo al ciclo di rinnovarsi» spiegai «Andiamo, non era così difficile.»
«Ne parli come se non fosse una cosa che ti riguarda.»
«Tecnicamente non lo è: il mio primo corpo è morto secoli fa, ma mi infastidisce l’essere ammazzato da Lugh ancora, ancora, e ancora» spiegai prima di allungarmi verso l’altra sala per dire la cosa che mai mi sarei aspettato di dire in una delle mie vite «Ehi, nipote degenere! Vieni qua, dobbiamo fare una tregua!»
Lugh si affacciò con sguardo omicida: «Come, scusa?»
«Ascoltami bene, incrocio difettoso, che qui la faccenda è seria: siamo bloccati in un’infinita Mog Tured» spiegai in modo che lo capisse anche lui «O ci ammazziamo di nuovo come abbiamo fatto fin troppe volte per essere una coincidenza, o uniamo le forze e troviamo quel gran farabutto che ci sta obbligando in questo ciclo continuo.»
«Lo dici solo perché sei tu a morire tutte le volte» sbuffò incrociando le braccia.
«Non mi provocare: non ci sono riuscito la prima volta, ma ci metto un attimo a portarti su… qual è la torre più alta da queste parti?»
«World Trade International Bridge?» propose Miach «O una torre radio qualsiasi…»
«Ecco, ti porto lì e ti butto di sotto: magari non muori, ma forse ti schiarisci le idee.»
Lugh strinse gli occhi poco convinto, poi guardò il medico che annuì: «Se fossi in te accetterei, potresti salvare Cú Culain.»
Il molto dotato strinse la lancia punto sul vivo: per quanto fossero passati secoli, l’idea di non perdere il figlio rimaneva ancora molto allettante.
«E sia» brontolò infastidito stringendomi la mano «Ma se dovessi scoprire che è un tranello dei tuoi, giuro che…»
«Mi uccidi. Sì, lo…»
La finestra s’infranse, rotta da una piccola sfera di metallo lampeggainte.
La guardai confuso, poi Miach mi si buttò addosso con un placcaggio degno di nota, tanto che non feci in tempo a proteggermi la testa dallo schianto.
Per alcuni secondi gli occhi mi si riempirono di lucine.
Nemmeno il tempo di capire che l’esplosione ci fece rotolare nella stanza accanto, tra libri bruciati e porte divelte.
Le orecchie fischiavano isteriche, la testa faceva un male atroce.
«Tutto a posto?» chiese Miach guardando verso l’apertura nel muro.
«No…» risposi tenendomi dove avevo preso la botta «Cos’è stato?»
«Il mio destino di morte» rispose cupo «Mio padre è venuto a uccidermi nuovamente quattro volte.»