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← L'Occhio del Male

Creato il 12/05/2026, 10:41 · Aggiornato il 27/05/2026, 11:09

Capitolo 6: VI - Vengo nominata Alto Re da un monolite gigante

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
AdolescentiIn corso

Avvertenze (opera)

  • Uso di sostanze rituali
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Il passaggio da Dublino a Laredo fu meno traumatico del previsto.

Forse perché avevo un posto sicuro dove rintanarmi, l’Ankoun, o perché la casa di Laredo non era quella che ricordavo dov’erano morti i miei genitori.

“Ma come!? Fino a poco fa hai scritto…”

Lo so cos’ho scritto, ma in tre anni a Laredo non c’ero tornata nemmeno per recuperare le mie cose o quelle dei miei genitori, e posso garantivi che non era la casa dove eravamo stati attaccati.

Era quella in cui ci avevano trovati, ma non quella in cui ci avevano attaccati.

Il che era strano, perché a parte Laredo dove mai avremmo potuto essere?

Di per sé l’abitazione era comunque un disastro, coi mobili sottosopra, intrecciati e fusi tra loro o piegati in posizioni innaturali, come se una tempesta nucleare si fosse abbattuto all’interno della casa.

Solo all’interno, però: il giardino era impeccabile, tenuto perfettamente in ordine da non sapevo bene chi o cosa. Probabilmente qualcosa come “piccolo popolo” o altre entità mitologiche di cui ignoravo la presenza.

Perché dopo l’incontro con Will e il detective Connelly avevo iniziato a pensare a tutto quello che era successo ai miei genitori: come erano morti, dove erano morti.

Probabilmente quel “qualcosa” che ricordavo di aver visto era un Fomori, il che rendeva il mio occhio meno Fomori di quanto avessi preventivato.

Anche sapendo che i Fomori erano creature del caos, perché avrebbero dovuto attaccare il loro Re?

Ma io non ero un detective e Daniel ci teneva molto al segreto delle indagini.

Comunque, visto il casino che era la casa di Laredo, con Zio Tom avevamo rifatto completamente il mobilio. Certo, era stato divertente immaginarla prima di partire, ma nessuno dei due aveva veramente pensato di dover mettere mano a quel folle progetto appena arrivati.

La mia camera era diventata un misto tra l’emo e il patriottico, con il tricolore irlandese e i trifogli che spiccavano sul nero e il blu petrolio.

Zio Tom era stato più pragmatico, creandosi uno studio-laboratorio con un divano letto da aprire quando andava a dormire. Da quando aveva iniziato le ricerche sui mesoamericani era più facile trovarlo sul divano con un libro sulla faccia o sul petto che sul letto, ma vederlo nel suo mondo mi faceva un discreto piacere.

Vero, preferivo l’umida Dublino alla secca Laredo, ma saperlo così immerso nel suo mondo mi rendeva felice.

Che c’è? Ho un cuore anch’io, sapete?

Detto ciò, ci aveva seguiti senza invito il Dottor Dolittle, preoccupato che il deserto potesse infiammare ulteriormente il mio occhio. Certo, ora sapevo che era un occhio mitologico e non una malattia, o quantomeno lo vivevo come tale, ma non potevo certo dirlo ai Milesi.

«Sbaglio o sembra più affaticata?» chiese il dottore piantandomi la torcia medica nella pupilla grigia «Stai prendendo il collirio regolarmente?»

«Ovvio» brontolai. L’addestramento coi Tuatha de Danann non mi permetteva di lasciare l’occhio senza cure troppo a lungo.

«E cambi la benda tutti i giorni?»

«Come sempre…» di notte tenevo quella medica e lavavo la Filléad an Tréigtheora come mi aveva consigliato Charles, così da poterla usare durante il giorno.

Non avevo più avuto visioni, e, anzi, sentivo l’occhio molto meglio.

Come se “respirasse” – non so se si può dire di un occhio, ma quella era la sensazione – cosa che sotto la benda medica non riusciva a fare.

«Mi hanno detto che hai iniziato a frequentare un corso di teatro» disse continuando a tenermi la torcia addosso «Come funziona?»

«Ci troviamo quasi tutti i giorni dopo la scuola, perché?»

«E tieni la benda quando sei con loro?»

«Ovvio! Ti pare che reciti con questa… cosa in bella vista?»

In realtà quando ero nell’Ankoun la toglievo, era un buon modo per prendere confidenza con il potere di spostamento, che a quanto pare potevo sfruttare per cose incredibili, come pietrificare o incenerire.

La base era semplice: un potere in grado di trascendere la materia, piegando ogni legge al suo volere e fondendo elementi diversi.

Che su carta era fighissimo, il problema era controllarlo. Più di una volta mi ero ritrovata contro dei muri o sul pelo dell’acqua, pochi secondi prima di cadere… tipo Tom & Jerry o i Looney Toons.

Il che è divertente finché non spawni nella baia di San Francisco tra satiri e centauri che poco c’azzeccano con l’Ankoun.

Comunque, eravamo al medico che non si faceva gli affari suoi, alla sua mania per il mio occhio e per la mia vita privata.

«Il responsabile di questo corso è forse quel detective Connelly che mi ha arrestato?» chiese continuando a studiare l’occhio.

«Solo per la sede di Dublino» mentii nemmeno troppo velatamente. Il dottor Dolittle arricciò appena le labbra.

«Io se fossi in te non gli starei vicino» dichiarò spegnendo la luce e mettendomi qualche goccia di collirio «Mi sembra il tipo di persona a cui dai un braccio e lui aiuta tuo padre a ucciderti.»

«Come?» chiesi confusa mentre mi passava un fazzoletto per asciugarmi.

«Niente… Vi trovate anche stasera?» domandò glissando il mio dubbio. Decisi di non indagare.

«Forse…» risposi «Perché?»

Tamburellò con la mano sul bracciolo della sedia meditabondo, lo sguardo fisso sul calendario alla nostra destra.

«Io non c’andrei se fossi in te.»

Lo guardai confusa rimettendomi a posto la benda: «Perché?»

«Perché stasera c’è Samhain» sospirò puntando gli occhi di nuovo su di me «Ti stanno succedendo cose strane da quando frequenti questo corso? Memorie non tue, visioni o simili?»

Qui avevo due opzioni: o dirgli tutto, dai Tuatha de Danann all’Ankoun passando per la visione del fantasma di mio padre e dei ricordi della Battaglia di Mog Tured (andiamo, anche Will ci sarebbe arrivato che era quello che avevo visto con Morrigan); o fingere che andasse tutto bene, tutto normale, tutto senza il filtro della mitologia.

Ovviamente io optai per la seconda versione.

«Nooo… dovrei?» chiesi fingendomi innocente.

Il Dottor Dolittle non rispose subito, accettando la mia risposta come onesta: «Direi di no» si alzò recuperando un paio di flaconcini dal cassetto della scrivania «Comunque se dovesse succedere vorrei che mi avvisassi. E non andare a quel corso, non oggi quantomeno.»

Gli avrei dovuto chiedere il perché, ma proprio in quel momento il telefono trillò un messaggio liberatorio di Will.

“Sono qui sotto! Non vorrai perderti Samhain nell’Ankoun?”

«Il tuo amico, immagino» sospirò il dottore. Arrossii appena, colpevole «Non ti affezionare troppo a lui.»

«Ma che problemi ha con il mio gruppo di recitazione?» chiesi mettendomi la giacca e caricandomi lo zaino in spalla.

«Molteplici, stratificati e storicamente accertati» si alzò per aprirmi la porta «Ma sarà un discorso per la prossima volta.»

Lo salutai con uno sbuffo e un gesto della mano, scendendo rapida i gradini fino alla porta d’ingresso.

Will stava in piedi davanti al portone in vetro, la Slea Bua appoggiata sulle spalle a mo di manubrio. Il Velo faceva miracoli con lui: poteva portarsi armi di qualsiasi tipo che nessun Milese lo avrebbe mai visto.

Il primo giorno di scuola a Laredo si era portato un cannone al plasma creato da Charles: i compagni lo avevano visto tutti come un cilindro gigante sparacoriandoli, ma almeno aveva fatto da deterrente ai mostri appostati attorno. Non avevamo subito attacchi per tutto il giorno e per quelli successivi.

«Credevo non potessi prendere la Slea Bua» dissi confusa.

Tamburellò con le dita sul legno: «È complicato.»

«Più complicato dei discorsi del mio medico? Non penso» sospirai incamminandomi verso il tombino più vicino «Allora? Perché hai la Slea Bua?»

«Mi ha chiamato» chiuse appena le spalle «Apri tu o apro io?»

«Tu. L’ultima volta che l’ho fatto io siamo finiti nella Duat» ammisi. Non ho idea di come ne siamo usciti vivi, ma da allora faccio aprire sempre a lui i passaggi.

Appoggiò la mano sulla ghisa e recitò la formula. Da sotto la luce verde brillò evocativa, sollevammo il tombino e scivolammo dentro con cautela.

Ad accoglierci c’era il solito materassino da palestra e l’odore di umido e radici.

«Comunque dovresti provare a rifarlo tu ogni tanto: se non ti alleni, come pensi di controllare i passaggi?» disse rimettendosi in piedi.

«Non era il tuo cuore che stava per essere pesato quel giorno» lo ammonii infastidita «Sul serio, Eamon non ti ha detto nulla per la Slea Bua?»

Will distolse lo sguardo: «È complicato.»

«E tu sei ripetitivo» sospirai affiancandolo e proseguendo attraverso i cunicoli del Sidhe. Decisi comunque di accettare la sua evasione «Allora? Oggi è il grande giorno, vero?»

«Te ne sei ricordata?» rispose riprendendo un po’ più di colore.

«E chi se lo scorda! Finalmente scopriremo chi o cosa sono.»

«Teoricamente lo ha già visto Daidí Charles…»

«Sì, ma ciò che fa fede è la Lia Fail, no?»

«E anche questo è vero…»

Scivolammo lungo i cunicoli di terra, radici e pietra parlando del più e del meno: compiti da fare, compagni di classe che potevano essere dei nostri, gli ultimi arrivati tra i de Danann e i Fir Bolg, mitologia spiccia ecc…

«Siamo arrivati» disse indicando un grande albero al centro di una città luminosa. La vegetazione ampia e rigogliosa cresceva persino sulle capanne di sasso e paglia viva.

Un torrente limaccioso, simile a un pantano, che non c’azzeccava molto con l’idillio e la purezza del resto, circondava la città in un abbraccio taumaturgico.

Siete mai stati a Lourdes? Io una volta con Zio Tom per una sua ricerca su autoconvincimento collettivo e miracoli. Ecco, quel fiume limaccioso mi dava la stessa sensazione: sporco salutare, tipo impacchi di fango.

Non mi avrebbe guarito l’occhio, ma qualche livido da addestramento probabilmente sì.

«Figooo… dove siamo?» chiesi confusa.

«A Falias» rispose entrando in città, dove eroi e fantasmi si erano travestiti a festa.

Mi fermai un momento prima di seguirlo: «Scusa, perché? Non dovremmo andare alla Piana di Tara?»

Si voltò a guardarmi come se avessi detto una cosa stupida: «Perché dovremmo andare alla Piana di Tara?»

«Per la Lia Fail? Sai no, il riconoscimento, Samhain… quelle cose lì…»

«Oh… vero, tu non lo puoi sapere» mi trattenni dal tirargli un pugno «La vera Lia Fail si trova qui, quella in superficie è solo una copia. Funziona, ma non è precisa come quella originale.»

Proseguì verso l’albero, indicando una nicchia in alto, all’altezza di un grosso ramo su cui si stavano radunando alcuni ragazzi tra i dieci e i sedici anni.

Sotto l'alcova si trovava un monolite di tre metri, nero dalle venature bianche, completamente diverso rispetto a quello che si trovava nella Piana di Tara.

«Quando è il momento, la pietra brilla e si creano gli ogam che definiscono cosa sei» spiegò salendo le scanalature naturali dell’albero come una normalissima scala a chiocciola «“Sangue di” per i discendenti, “Storia di” per le manifestazioni, “Memoria di” per le reincarnazioni.»

«Figo, credo…» commentai seguendolo «Certo che è in alto…»

«Non troppo, dai…» spuntammo sul ramo e Will salutò Daniel intento a parlare con Henry.

Si erano messi una tunica azzurra legata in cintura da una catena in oro, i calzari stretti sotto al ginocchio da un paio di lacci verdi e l’elmo alto.

Poco distante si trovava un uomo in saio bianco e sandali di cuoio. Gli occhi lattiginosi guardavano la pietra come a chiedere una risposta.

«Lui chi è?» chiesi a Will.

«Ma come, non lo riconosci? È Daidí Charles» rispose come se fosse ovvio.

Rimasi interdetta: «Quelli lì sarebbe chi?!» lo guardai sconvolta «Ma… è cieco?»

«Non lo sapevi?»

«L’ho sempre visto con gli occhialetti da saldatore, chi se lo poteva aspettare!?»

«Ah, vero… quelli sono la sua arma: Súileáin na Fírinne, Occhiali della Verità. Quando fa il druido non gli servono.»

«Quando lui fa cosa?»

«Il druido: essendo discendente di Amergin ha un certo talento per queste cose» Daniel batté la spada a terra «Oh, si comincia! Mettiti assieme agli altri e tranquilla. È come il Cappello Parlante, in fondo.»

«Non credo proprio» gli dissi a denti stretti andandomi a mettere in fila con gli altri in attesa.

Will si appoggiò di lato, la Slea Bua sulle gambe piegate, il volto orgoglioso di una madre alla recita scolastica del figlio.

Sarebbe stato da fotografare.

«Benvenuti, futuri eroi dell’Ankoun» iniziò Daniel con voce ferma e austera «Oggi, Samhain, giorno in cui il limite tra vita e morte è più fumoso, siete chiamati a conoscere il vostro destino attraverso la Lia Fail. Charles, che presiede il rituale, vi chiamerà uno per volta, in base a ciò che ha chiesto la Pietra del Destino» guardò il fabbro formato druido per conferma che annuì puntando gli occhi vitrei su di noi.

«Maud O’Bride» chiamò facendo girare tutti verso di me.

Così subito la prima?

Andiamo, era troppo scontato, no?

Va bene, lo confesso… è per non perdermi in un elenco di NPC inutili di cui non ricordo i nomi.

In effetti venni chiamata per ultima, nel brusio generale dei “ma che figo” e “me lo aspettavo”.

In un certo senso era un sollievo, a parte Will, Daniel e Charles non c’era nessun altro a guardarmi. Persino Henry si era allontanato a parlare con un ragazzo appena arrivato.

M’incamminai ispirando a fondo, alla peggio non sarei più potuta stare nel Sidhe dei Tuatha de Danann, giusto?

Allungai la mano come se la stessi per appoggiare su una stufa accesa, le dita che si scontravano delicatamente con la superficie nera.

La sentii pulsare sotto le mie dita, calda e asciutta, ma anche fredda e umida.

Chiusi gli occhi, lasciandomi trascinare da quella sensazione così peculiare.

Io sono figlia della Poesia,

Poesia, figlia della Riflessione,

Riflessione, figlia della Meditazione,

Il canto mi trapassò il cervello mentre l’occhio esplodeva di dolore, talmente forte da annullarsi.

D’istinto provai ad allontanarmi, ma la mano sembrava inglobata nella pietra, mentre ricordi di un antico passato mi riempivano gli occhi.

Meditazione, figlia della Tradizione,

Tradizione, figlia della Ricerca,

Ossessivamente uguali, l’unica cosa che cambiava era il mio aspetto.

Lugh era sempre lo stesso, di fronte a me su quella maledetta collina a lanciarmi una pietra nell’occhio maledetto e poi mi trapassava con la Slea Bua.

Solo una cosa cambiava nella sua persona: l’espressione.

Ricerca, figlia della Grande Conoscenza,

A ogni ciclo il suo volto s’induriva, una maschera che portava provando a nascondere la sua sofferenza.

Piano piano iniziai a vederlo chiudere gli occhi distogliendo lo sguardo, le mani che tremavano mentre mi colpiva.

Ancora, ancora e ancora.

Grande Conoscenza, figlia dell’Intelligenza,

Intelligenza, figlia della Comprensione,

“Da quanto tempo soffri così?” la mia voce riecheggiò nel vento, una domanda che nulla aveva a che fare con la visione della battaglia.

“Troppo…”

Gli occhi del Molto Dotato mi si piantarono addosso: un odio viscerale che gli saliva dal petto, ma non rivolto a me.

“Non succederà più…”

Comprensione, figlia della Saggezza,

Saggezza, figlia dei tre dèi di Dana

Will mi guardava da l’altra parte del valico al posto di Lugh, la Slea Bua in posizione pronto a colpire. Rabbia pura verso di me, quella del Molto Dotato nella prima battaglia di Mog Tured.

Io mi tenevo l’occhio ferito, talmente reale da sentire il sangue che mi colava sulla guancia e tra le dita.

Sarebbe andata così, non avevo scelta: sarei morta per mano del mio migliore amico.

Perché proprio per mano sua? Perché non c’era Lugh nella mia morte?

Anche senza quelle risposte, non mi sarei mai piegata a quel destino.

«Non andrà così!» esclamai portandomi la mano libera sulla benda e sollevandola.

Lasciai il potere di distorsione libero di agire come credeva, i ricordi del Will che conoscevo che si sovrapponevano al nostro destino. La sua semplicità, la sua innocenza, la sua paura e insicurezza.

«Non gli permetterò di avere altri rimpianti!»

Go raibh míle maith aga…”

Il "grazie", scandito dalla voce luminosa del Molto Dotato, mi scaldò l’anima.

Poi da una risata cristallina, simile al battere d’ali di una fata, portò sollievo alla mia mente confusa.

Né amica, né nemica... solo presenza.

La pietra iniziò a perdere acqua.

Profumo di mare che si mescolava a quello del ghiaccio, al sentore dell’erba e all’odore forte del fuoco e del ferro.

Non c’erano più alberi giganti, campi di battaglia, o città Tuatha de Danann.

Solo io e la Lia Fail.

Sono il ciclo che è stato forzato

Sono la dea che lo ha bloccato

Sono la luce che si è ribellata

Sono la catena che la tiene prigioniera

Sono l’impostore ignaro del suo nome

Sono l’eroe disconosciuto dalla sua gente

Sono il Re che sente il richiamo

Sono l’usurpatore che vuole zittirlo

Sono il conquistatore che da est arriva

Sono il popolo che da nord lo ferma

Ní solas ná scáth

Ní spéir ná talamh

Is é anord a chruthaíonn draíocht

Fu un soffio, un vento freddo col profumo di salsedine, poi, come se qualcosa venisse spinto fuori dalla mia testa, la sensazione improvvisa di leggerezza e di consapevolezza mi avvolse completamente.

Persino l’occhio smise di pulsare, cosciente che fino a quel momento tutto era stato sbagliato.

Tutto era stato una menzogna.

Alzai lo sguardo mentre le venature si allungavano in ramificazioni attorcigliate sulla pietra come edera velenosa.

Il bianco si tinse di azzurro cielo, il colore dei Tuatha de Dannann:

᚛ᚃᚒᚔᚂᚐᚔᚇᚐᚁᚏᚐᚈ᚜

Fuil Aid Abrat: Sangue di Aid Abrat, per cui Daniel aveva detto il vero sul fatto che discendevo in parte da Danu.

La parte successiva dell’Ogam, invece, prendeva una sfumatura blu più acceso, simile al lapislazzuli greco.

᚛ᚃᚒᚔᚂᚌᚐᚅᚅᚋᚐᚊᚔᚇᚓᚂᚐ᚜

Fuil Gann Maqi Dela: Sangue di Gran Figlio di Dela, e anche su quello, Daniel ci aveva visto giusto. O Charles. In quel momento m’interessava relativamente, poiché l’ultimo segmento dell’Ogam era di un intenso blu petrolio, definendo che quella era la parte più importante di tutta l’incisione.

᚛ᚄᚔᚂᚃᚔᚐᚏᚄᚔᚒᚉᚆᚐᚏᚇᚏᚔᚅᚐᚁᚐᚑᚁᚐᚂᚌᚂᚐᚄ᚜

Non feci in tempo a decifrarlo.

La luce aumentò enormemente, esplodendo fino a costringermi a chiudere gli occhi.

Poi il buio e io che tornavo alla realtà.

Ero fradicia da capo a piedi di acqua salmastra, e come me tutti attorno, lo sguardo piantato su di me in un silenzio innaturale.

«Cosa succede?» chiesi temendo la risposta.

«Súil Fiarsiúch, Ard Rí na bPobal Glas» disse Charles guardandomi coi suoi occhi lattiginosi «La Lia Fail ha scelto la reincarnazione di Balor Occhio Malvagio come nuovo Alto Re d’Irlanda.»

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