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«Cosa intendi per “reincarnazioni, manifestazioni e discendenti”?» chiesi sinceramente incuriosita prendendo l’ultima crocchetta al sanguinaccio e alzandomi dal tavolo.
Daniel, o dovrei dire il Detective Connelly, si era alzato pochi secondi prima per andare a pagare, controllando l’ora sul telefono e decidendo che “forse” era il caso di riportarmi a casa.
«Discendenti sono coloro che portano in sé il sangue degli antichi eroi: è pieno nel mondo e spesso non evolvono poteri di alcun tipo, ma se succede è compito nostro guidarli affinché il loro potere non li metta in pericolo» spiegò come se mi stesse raccontando della sua giornata.
«Tipo Will?».
L’uomo tentennò appena: «Diciamo di sì.»
«Will non è un discendente?»
«Le manifestazioni…» proseguì eludendo l’argomento ed incamminandosi verso l’uscita «Sono coloro che, anche senza legami di sangue diretti, presentano caratteristiche o pattern di caratteristiche che si sono già visti nel mito.»
«Come Hanry?» domandai. Al solo ricordarlo gli ormoni esplosero come petardi. Decisi di pensare ad altro velocemente «Le reincarnazioni, invece?»
«Le reincarnazioni sono delle manifestazioni che hanno mantenuto il ricordo delle loro vite passate» guardò fuori dal pub come a cercare qualcuno «Ad esempio, io ricordo vividamente le battaglie di Mag Tured passate senza, però, avere la coscienza di Nuada.»
«Come i canti dei druidi?» proposi mentre le visioni che avevo avuto durante l’attacco di Morrigan mi rimbalzavano nella retina «E… ogni “cosa” è una di queste tre?»
«Noi mortali sì, poi ci sono le divinità più antiche, che sono presenti e si muovono all’occorrenza» estrasse il telefono per inviare un messaggio «Morrigan, Eiru, Danann… loro esistono e intercedono con noi per proporci missioni, donarci benedizioni o cercare di far esplodere l’ennesima guerra tra Fomori e resto dei popoli mitici.»
«Quindi Morrigan mi ha attaccato perché…» decisi di non finire la frase, concentrandomi sul presente «Cosa si fa adesso?»
«Adesso… ti riaccompagno a casa direi. Will ci metterà un po’ a tornare da Findias, anche se potremmo incrociarlo per strada» s’incamminò verso sud «Sai se il tuo tutore è a casa o in università?»
Guardai l’ora sul telefono: «Dovrebbe essere a casa, perché?»
Non rispose subito, guardando verso l’alto meditabondo: «Allora passiamo da est, saremo più vicini.»
«Ma non ti ho detto dove abito.»
«Sono un detective, è il mio lavoro scoprire dove abita la gente.»
*** * ***
Il Dottor Dolittle era un uomo longilineo, dal viso pulito, gli occhi azzurri e i capelli biondo grano. Chiunque lo incontrasse non gli dava più di venticinque anni, e in effetti ne aveva appena ventisette.
Laureato in medicina in giovanissima età, era riconosciuto un luminare in qualsiasi ambito. Un folle e un rivoluzionario, sempre ligio ai suoi studi e alla cura dei pazienti.
Ciò che la maggior parte delle persone ignorava era il suo feticismo, inteso come idolatria di un feticcio, del mio occhio maledetto.
Pretendeva di vederlo tutte le settimane, e mi chiamava se saltavo un appuntamento. Dopo la morte dei miei genitori era diventato più ossessivo a riguardo, ma era pur sempre un medico in qualsiasi ambito, anche medicine non convenzionali o ideate direttamente da lui, per cui non lo avevo mai visto come una minaccia.
Aveva persino abbassato la sua parcella solo per studiarlo, ma ehi, con il suo collirio brevettato il dolore era molto migliorato e, anche se raramente, potevo togliere la benda e sembrare una ragazza normale. Una volta all’anno, tendenzialmente intorno a Yule.
Ma perché vi sto scrivendo di lui?
Perché fu la prima persona che incontrammo davanti al portone di casa, e, senza presentarsi prima, mi fece una visita a sorpresa all’occhio.
Capite bene che un adulto che prende il volto di una quindicenne davanti a un detective della polizia dublinese non è la mossa migliore che si possa fare.
Nemmeno il tempo di dire “Tutto a posto, meno male” che Daniel lo aveva schiantato a terra pronto ad ammanettarlo.
«Sono un medico!» rispose rapido.
«Dillo al giudice» sospirò il Detective.
Aspettai che gli mettesse le manette per commentare: «È il mio oculista, quello di cui le parlavo prima, che mi controlla regolarmente la congiuntivite cronica.»
«Visto?» commentò il dottor Dolittle.
«Questo non giustifica l’assalto a cui ho appena assistito» commentò Daniel risollevandolo in piedi. Al confronto il medico sembrava un bambino «Una notte di fermo non te la toglie nessuno.»
«Posso controllare l’occhio della mia paziente prima?»
«No» lo caricò sull’auto di servizio come un sacco di patate e chiuse la portiera «Interessante il tuo medico.»
«Già» mi affacciai un attimo verso la macchina. Il dottore si era rimesso a sedere, lanciando delle occhiate a Daniel in un misto di paura e fastidio, come se potesse riconoscere in lui qualcosa o qualcuno «Non ricordavo la polizia irlandese così violenta.»
«E posso esserlo anche di più se me lo porto nel Tir na nOg.»
Mi venne un brivido lungo la schiena, sentendomi dispiaciuta per lui: «È un po’ eccentrico, ma non è cattivo» ammisi diplomatica, poi alzai un sopracciglio «Aspetta: non era Ankoun?»
«Ankoun è il tutto, poi si divide in Sidhe – i cunicoli che abbiamo usato fuori da Gorias – e Tir na nOg – le città mitologiche sotterranee» spiegò cercando in tasca ed estraendo un foglio ripiegato «Fa firmare questo al Professor Pearsen: è la liberatoria per l’iscrizione alla nostra “scuola di teatro storico”, dato che sei minorenne ho bisogno della sua autorizzazione» guardò il dottor Dolittle intento a tamburellare con le dita sul sedile al ritmo frenetico dei suoi pensieri «Se non fosse stato per lui sarei venuto a parlargli di persona, spero ci sarà occasione prima della vostra partenza per l’America.»
«Con l’Ankoun non si può raggiungere anche l’America?»
«Sì, ma sarebbe strano se un detective irlandese venisse nel nuovo continente solo per parlare di una scuola di teatro, ti pare?»
Alzai le spalle guardando dentro l’abitacolo. Il dottore sembrava tranquillo adesso, ma Daniel non sembrava molto intenzionato a farlo tornare a casa nelle prossime ore. O non con le sue gambe, quantomeno: «Non gli faccia troppo male, il suo collirio è miracoloso.»
«Gli metto solo un po’ di paura, così impara a fare visite improvvise per strada» rispose il detective dando un paio di pacche sul tettuccio dell’auto risvegliando il dottore dai suoi pensieri «Ci vediamo presto, stammi bene e non farti attaccare di nuovo da Morrigan.»
«Non garantisco, ma farò il possibile» ammisi salendo in casa.
Era un condominio qualunque nella periferia di Dublino, di quei posti sovraffollati e con l’odore di cucina speziata talmente forte da farti chiedere se non fossi finito per sbaglio a Nuova Delhi.
Suonai il campanello raggiunto il pianerottolo, aspettando paziente che Zio Tom raggiungesse la porta saltando tra i libri universitari e gli appunti accademici.
Lo sentii inciamparsi per la foga di venire ad aprire.
«Sono torn…» provai a dire. Mi trovai stretta in un soffocante abbraccio preoccupato, poi arrivò il sollievo e le carezze sulla testa.
Ricambiai l’abbraccio mentre i ricordi di quella giornata si facevano più fievoli.
Ero a casa, al sicuro, tra pile di libri sparsi, appunti e odori molesti sul pianerottolo. Zio Tom l’unico adulto con cui avessi bisogno di raffrontarmi e la TV che riportava la notizia della fuga di gas a Liberty Park.
«P… posso entrare?» rantolai.
«Mi sono spaventato» rispose stringendomi di più prima di lasciarmi andare «Dall’università non si è sentito nulla, sono contento che stai bene. Ma cos’è successo?»
Tentennai appena, prendendomi il tempo di chiudere la porta prima di rispondere.
«Ooh, non ci crederai mai a quello che è successo» dissi ricordando la recita su cui mi ero accordata con Daniel «Tutto è iniziato da un sasso…»
«Un sasso?» mi chiese mettendo qualcosa in microonde a scaldare.
«Sì, un sasso» annuii convinta togliendomi la giacca «Tipo effetto farfalla: ho calciato un sasso per il nervoso, questo ha rimbalzato in giro e ha colpito esattamente un bullone pericolante. Da lì fuga di gas, animali rintronati e la polizia che mi cercava pensando che lo avessi fatto apposta» risi appena preparando la tavola «Per fortuna il Detective Connelly ha capito che non mi ero nemmeno accorta del casino che avevo causato ed è stato tutto archiviato come incidente.»
«E Will?» chiese sedendosi con me ad aspettare.
«È un ragazzo della mia età che passava da quelle parti, e a quanto pare fa parte di una scuola di teatro storico» spiegai come da richiesta di Daniel. Zio Tom era pur sempre un Milese e non potevamo trascinarlo tra dèi, titani e altri mostri «Stava provando la parte di Lugh Samildanach, e quando è scoppiato il casino è venuto a darmi una mano senza sapere che ero stata io. Beh, non lo sapevo nemmeno io, in realtà.»
«Se ne parli così bene deve averti fatto una buona impressione, il che non è facile con te» non feci troppo caso al sorriso sereno che gli si allargava sul volto, troppo presa dal mio racconto per accorgermi della quiete prima della tempesta.
«Vero, ma è un tipo sveglio, anche se un po’ ingenuotto. Mi ha ricordato un po’…» scossi la testa «Comunque, grazie a lui sono scappata dalla fauna impazzita di Liberty Park.»
Il microonde suonò. Feci per alzarmi, ma zio Tom fu più veloce.
«E dove siete finiti dopo? Mi dava “non raggiungibile”.»
«Nelle fogne. Will ci si muove come se avesse una mappa mentale, a quanto pare è la cosa più simile al Sidhe che hanno trovato per le loro recite» ammisi entusiasta. Era una balla, vero, ma nella mia testa ogni cosa che stavo raccontando a Zio Tom era un tassello di quel mondo di sotto in cui, nel bene o nel male, volevo fare parte e in cui non potevo introdurre lui «Sa un sacco di nomi, soprattutto perché all’inizio pensava facessi parte della recita. Mi hanno fatto anche provare la parte di Balor, per questo la benda e i guanti – in effetti mi devo ricordare di riconsegnarglieli» mi frugai in tasca recuperando la liberatoria che mi aveva dato Daniel «Una volta chiariti mi ha proposto di unirmi a loro e…»
Notai lo sguardo di Zio Tom spegnersi. Inizialmente felice del sentirmi così viva e motivata, un’ombra scura gli era calata sulle iridi come un velo cupo.
«Sono felice che ti sia trovata bene» mentì spudoratamente «E soprattutto che tu non ti sia fatta male, sarebbe potuta andare molto peggio» studiò lo stufato riscaldato «Domani scriverò al referente di ricerca, rimaniamo a Dublino, così non dovrai perdere questa nuova amicizia.»
Fu peggio che ricevere la Slea Bua in pieno petto, un caldo squarcio di cui non sapevo se essere triste o felice.
«Non serve, davvero…» dissi rapida, più per educazione che per reale convinzione.
Ovvio che serviva: a Laredo avevo solo pessimi ricordi, indipendentemente che nell’Ankoun potessi andarci quando volevo da qualsiasi tombino mi capitasse a tiro!
L’idea di non doverci tornare non c’entrava con il poter o meno stare con Will e Daniel: era una questione personale che nessun posto incantato avrebbe potuto mitigare.
«Ma è la cosa giusta da fare» mi dette un colpetto sulla fronte «Ora mangia prima che si freddi, e poi a fare la doccia, che si sente l’odore di fogna.»
Studiai il piatto con lo stomaco bloccato, poi lanciai uno sguardo ai libri sparsi in giro.
Certo, a Laredo erano solo successe cose brutte, e lo Zio non sembrava poi così dispiaciuto di restare a Dublino e rinunciare alla sua ricerca sugli Aztechi.
Mi alzai di scatto, fiondandomi in bagno. Zio Tom mi disse qualcosa, ma prima di poterlo sentire aprii l’acqua, sollevai la benda e mi lavai la faccia.
Lo schiaffo freddo calmò per un attimo i miei pensieri, mentre guardavo l’occhio maledetto: sclera rossa simile a un’infiammazione, iride blu profondità marina, pupilla grigia vorticante.
Non l’avevo mai guardato così bene. Chi cazzo si guarda una congiuntivite cronica quando pensa che sia una congiuntivite cronica?
Okay, probabilmente tutti.
Ma io no: vedevo il rosso infiammato, vedevo il grigio opaco e tanto mi bastava per dire “okay, è già tanto se non l’ho perso quest’occhio di merda”.
Con le nuove informazioni che avevo, però, aveva assunto un aspetto diverso: il rosso era uno sforzo di qualche tipo, il grigio vorticante un turbine sigillato, il blu profondo… solo blu profondo, quello non sembrava molto cambiato dalle altre volte.
Ma la cosa che veramente mi sconvolse è che lo riuscivo a tenere aperto, e non stavano succedendo cose strane né mi faceva male. Come se fosse stato quello il mio occhio naturale.
Quindi doveva esserci qualcosa che lo faceva scattare, qualcosa come Morrigan o…
Lo ricoprii e tornai in cucina.
«Tutto ben…» provò a chiedere Zio Tom. Lo fermai prendendogli il viso e guardandolo dritto negli occhi.
«Tomàs Pearsen, noi andremo a Laredo» gli dissi decisa più per convincere me che lui. Gli lasciai la faccia indicando le pile di libri a terra «Sono tre anni che pensi solo a me, facciamo qualcosa per te ogni tanto, no?»
«E la scuola di teatro?» chiese innocentemente.
«Hanno una sede anche in America, se m’iscrivo adesso posso chiedere il trasferimento appena siamo a posto con Laredo» spiegai evasiva «E poi anche Will si sta trasferendo nel Nuovo Continente, faccio partire lui dopo che gli ho fatto una testa così su Laredo?»
Zio Tom alzò le dita della mano come a contare: «Hai ripetuto Laredo tre volte. Sei sicura che ti vada bene?»
«Per un cazzo» ammisi senza giri di parole «Ma me lo farò andare bene in qualche modo. Prima o poi dovrò superarlo questo schifo di trauma, no?»
Mi guardò sorpreso, poi scoppiò a ridere prima di alzarsi in piedi: «E sia! Il Professor Pearsen e la sua figlioccia andranno a Laredo!» rimise a scaldare lo stufato e andò a recuperare la piantina di una casa «Ora, vediamo come arredarla? Non ho intenzione di tenere il mobilio di Oscar.»
Passammo il resto della serata a progettare e pianificare, inventandoci un po’ arredatori e un po’ armocromisti, addormentandoci tutti e due sul tavolo fino alla sveglia del giorno dopo.
La nostra nuova vita in USA stava per cominciare.
Con tutto quello che mitologicamente ne poteva conseguire.