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«A proposito, io sono Will, e tu?» chiese mentre lo seguivo all’interno della città.
La cupola di terra e rampicanti era illuminata a giorno da un improbabile sistema di specchi.
Le scuole di teatro moderne ne avevano di soldi da spendere!
«Maud» risposi guardandomi attorno col terrore che mi crollasse tutto addosso.
Sì, sarei dovuta essere rasserenata dalla visione idilliaca di quel posto… ma a me faceva solo paura.
Irrazionale, come se qualcosa dentro di me percepisse che ero nel posto sbagliato, il che stonava con la sensazione di familiarità e quiete che avevo avuto nei cunicoli che avevamo appena superato.
L’occhio riprese a pulsare dopo aver superato un paio di cerchi di case, non come quando Morrigan lo aveva “aperto”, ma abbastanza da farmi pensare “qui non ci devo stare”.
«Dove stiamo andando?» chiesi cercando di sembrare tranquilla.
«Da Daniel, la reincarnazione di Nuada» spiegò roteando la lancia come una majorette «Così sapremo se sei una reincarnazione, una manifestazione o solo una discendente come me.»
«Mi sembravi abbastanza sicuro che fossi una reincarnazione, prima» velocizzai il passo per stargli vicino.
«È altamente probabile, Morrigan ha “becco” per questo genere di cose.»
Non ero troppo convinta di quell’affermazione, ma decisi di accettarla.
Anche perché era tutta una recita, no?
Mi guardai intorni, scoprendo una serie di sguardi su di noi: ragazzi e ragazze come Will, con la maglia azzurra e l’albero della vita.
Mi guardavano straniti, qualcuno bisbigliava coi fantasmi presenti – delle ombre azzurrine dall’aspetto leggero come piume – come se cercassero conferma dei loro dubbi.
«Ho come l’impressione di non essere la benvenuta» dissi affiancandolo.
«Dev’essere per la benda, si staranno chiedendo se sei ferita o qualcosa di simile.»
«E perché tu non te lo sei chiesto?»
«Perché ho visto che ce l’avevi da prima dello scontro.»
Mi fermai: «Tu… cosa!? E perché non hai impedito a Morrigan di…» presi un respiro profondo «Lasciami indovinare: necessità di sceneggiatura.»
«No» mi guardò alzando un sopracciglio «Ti avevo persa di vista.»
Ripresi a camminare sbattendo le palpebre: «In che senso, scusa?»
«Un attimo prima eri vicino al palco ad ascoltare Morrigan, un attimo dopo non c’eri più, come se…»
«…il mondo si fosse spostato» conclusi la sua frase con una lucidità disarmante.
Possibile che la mira pessima dei bulli fosse in realtà un mio spostamento involontario nello spazio?
Ma andiamo! E come avevo fatto a non accorgermene in tre anni di risse?
«Esatto, come se il mondo si fosse spostato sotto i tuoi piedi» annuì Will prima che un corvo gli si appollaiasse sulla spalla. Era un’animale atipico, dalle sfumature dorate e il portamento regale «Se non ci fosse stato Cu non ti avrei mai trovata per salvarti da Morrigan.»
«Cu?» scossi la testa «Non ha senso! Lo spostamento, intendo. Insomma, nessuno rimane fermo se il mondo si sposta» replicai.
«Non se hai dei poteri divini da De Danann, immagino.»
Lo guardai eloquente: «Non devi essere il più sveglio della famiglia, tu.»
«Me lo dice anche mio cugino» si annodò una ciocca di capelli imbarazzato mentre il corvo gli dava una leggera testata di conforto «Ma ho salvato qualcuno dei nostri, e questo migliorerà la reputazione che ha di me» si mise a parlare in avanti «O almeno spero…»
Si chiuse appena nelle spalle, stringendo la Slea Bua al petto.
Mi fece tenerezza: non doveva essere così facile essere un discendente del Molto dotato, non facile quanto provava a farlo credere lui.
Mi sentii quasi in colpa per la battuta che avevo fatto, poi l’occhio bruciò appena e tornai a non sopportarlo.
Era come se qualcosa, o qualcuno, stesse forzando la mia ragione, semplicemente non ne ero consapevole.
Come uno script preimpostato: fai questa cosa perché è questo il tuo compito.
In effetti c’era una parte di me che mi stava dicendo che ero nel posto sbagliato e nel posto giusto contemporaneamente: appartenevo ai cunicoli dell’Ankoun, al ciclo della vita e della rinascita, a quel mondo fuori dal tempo, ma non a Gorias, o a qualsiasi altra città dei Tuatha de Danann.
A ripensarci diventa frustrante e inquietante allo stesso tempo.
Decisi di guardare altrove, concentrandomi sulle ombre per strada.
Una in particolare, dalle sfumature verdi attirò la mia attenzione.
Se ne stava in disparte, nascosta nell’oscurità di un vicolo, il mantello logoro e il cappuccio sollevato. Sembrava che nemmeno gli altri spiriti lo potessero vedere, il che mi lasciò sorpresa.
Pochi secondi, il tempo che i nostri sguardi s’incrociassero e si voltasse con tutta l’intenzione di allontanarsi.
Le gambe mi si mossero d’istinto, scattando all’inseguimento senza pensarci.
Will mi chiamò, ma lo ignorai, concentrata solo sul riuscire a raggiungere quell’ombra.
Perché quell’ombra sembrava proprio chi stavo cercando, e se fino a quel momento avevo pensato che si trattassero di ologrammi, adesso avevo la fredda consapevolezza che erano anime reali.
Perché nessuna scuola di recitazione avrebbe mai potuto creare un ologramma così fedele di mio padre, no?
Lo vidi svoltare a sinistra, il mantello svolazzante mentre mi lanciava un sorrisetto di sfida.
Mi tuffai senza pensarci e… bam!
Mi scoprii a massaggiarmi il naso.
Ero davanti alla porta di una fucina, il calore che usciva dalle pietre tra fumo e luce sospetta.
Qualsiasi persona sana di mente dopo aver seguito in ordine corvi, tizi armati di lancia e fantasmi verdi avrebbe deciso di fermarsi.
Ma io no!
Quel cavolo di fantasma verde doveva essere entrato lì dentro, e io lo avrei trovato, non mi sarei più chiamata Maud O’Bride.
Spinsi la porta, riuscendo ad aprirla con una discreta facilità.
Dentro un irreale caos ordinato accoglieva fabbri, maniscalchi e curiosi.
Era un ibrido strano tra una fucina fatta e finita e un negozio di oggetti GDR, con cose di qualsiasi tipo appesi alle pareti: armi, scudi, ma anche magliette del campo, scarpe, pettorine.
«Buongiorno, signorina!» esclamò una voce facendomi trasalire. Mi guardai intorno senza vedere nessuno «Ehi, qui sotto, qui sotto!»
Abbassai lo sguardo: una creatura vestita di verde con un trifoglio appuntato sul cappello e le orecchie a punta mi guardava come un commesso di Foot Looker.
«Come posso aiutarla? È venuta a cercare qualcosa in particolare?» domandò con la cortesia di un tirocinante nella sua settimana di prova.
«Un leprecauno?» dissi confusa, poi scossi la testa, cercando di concentrami sul motivo per cui ero lì «Avete visto un fantasma verde da queste parti?»
«No, signorina, non ho visto nessun fantasma verde» rispose piegando appena la testa «Ma se vuole, abbiamo le riproduzioni delle Spada di Nuada scontate del cinquanta percento» abbassò la voce «Non si sa quando inizierà la battaglia, meglio trovarsi pronti.»
«Battaglia?» alzai un sopracciglio, poi scossi la testa «Non sono qui per un’arma, davver…»
«Padraig, smettila d’importunare i clienti» lo riprese un uomo con un paio di occhialetti da saldatore. Stava incidendo qualcosa su un paio di pantaloni grigio ferro, per la precisione lungo le cuciture «Anche perché non vendiamo nulla a chi non ha ancora la sua arma.»
Padraig sbatté le palpebre: «Tralasciando la discutibile scelta di marketing, capo… questa non ha ancora un’arma?»
La carineria del tirocinante era andata a farsi friggere, soppiantata dall’acidità di un commesso prossimo alla pensione.
«“Questa” ha un nome, e se non la finisci cambio fucina» risposi prima di alzare lo sguardo sull’uomo. Capelli castani e viso continentale, la precisione chirurgica di un orafo.
Avrà avuto l’età di zio Tom, con la stessa dedizione – per non dire maniacalità – al lavoro e qualche muscolo più definito.
Feci per chiedere informazioni sul fantasma verde, ma lui alzò la mano e tornò al suo lavoro.
«Mai parlare con il boss quando è concentrato…» bisbigliò Padraig «Il rischio è che l’ogham non venga bene e debba rifare tutto il lavoro da capo.»
«L’ogham?» chiesi abbassandomi altezza leprecauno.
«Il nome dell’arma» spiegò in un moto d’orgoglio «Ogni arma deve avere un nome, così genera potere.»
«Maud!» la voce di Will ci raggiunse da fuori, poi la porta si spalancò e Cu mi si appollaiò sulla spalla gracchiando. Dal canto suo il ragazzo di piegò sulle gambe ansimando «Che… ti è… preso…»
«Sei già spompato per tre minuti di scatto?» risposi confusa.
«Te… l’ho detto…» prese un respiro profondo rimettendosi dritto «Il tuo potere ti sposta nello spazio.»
«E io ti ho già detto…»
«Willy!» esclamò Padraig «Il capo ti cercava. Gli ha trovato un nome!»
«Papà ha…» vidi gli occhi di Will illuminarsi prima di prendere il leprecauno di peso e stritolarlo in un abbraccio non troppo apprezzato dalla creatura «Finalmente avrò anch’io una mia arma! Grazie, grazie, grazie!»
«Merito del capo – e mio per i materiali – che ha avuto l’illuminazione stanotte» spiegò Padraig cercando di liberarsi «Ehi, “questa ha un nome”, dammi una mano.»
«Perché?» lo guardai con un ghigno da villan «Mi sembra così felice di vederti…»
Will alzò lo sguardo su di me senza mollare il povero leprecauno «A proposito, Maud, perché sei venuta qui?»
«Stavo cercando un fantasma…» ammisi «A proposito…»
Il “Capo” sospirò talmente forte da rimbombare in tutta la fucina, poi si alzò asciugandosi il sudore dalla fronte: «E anche questo è fatto. Non so a quale eroe andrà, ma non mi sono venuti male» si voltò verso di noi togliendosi i guanti da fabbro e pulendosi le mani con un fazzoletto sudicio «Will! Proprio te cercavo.»
«Papà Charles!» esclamò il ragazzo lasciando finalmente Padraig e correndo ad abbracciare l’uomo «Grazie, grazie, grazie!»
«Qualcosa mi dice che il mio assistente non se n’è stato zitto» guardò il leprecauno che si allontanò fischiettando colpevole «Vieni, così le provi» alzò lo sguardo su di me «Vieni anche tu, novellina. Ho come l’impressione di avere qualcosa anche per te.»
Lo guardai confusa mentre Cú mi dava dei piccoli colpi sulla testa.
Decisi di seguirli, anche perché senza la mia guida non avevo idea di dove andare.
E poi il fantasma verde poteva essere ancora lì da qualche parte, e avevo tutta l’intenzione di ritrovarlo.
Entrammo nel magazzino, un gigantesco e assurdamente ordinato insieme di scaffali pieni di armi e armature – sempre se magliette, pantaloni e cappellini della Shamrock Rovers si potevano definire “armature”.
«Ma di preciso… chi è?» chiesi a Will mentre l’uomo ci anticipava rapidamente.
«Papà Charles, la manifestazione di Goibniu. Anche se non siamo imparentati, è stato lui a crescermi assieme agli altri Tuatha de Danann» spiegò la mia guida saltellando euforico.
«Ah» sbattei le palpebre «Hai detto di essere un discendente di Lugh?»
«Così ha detto la Lia Fàil al mio riconoscimento» spiegò stringendo la Slea Bua e cercando il “padre” tra gli scaffali «Dovrai fare anche tu il riconoscimento. Che invidia: Samhain è vicino, la farai subito. Io ho dovuto aspettare dieci anni…»
Trovammo Charles intento a scandagliare lo scaffale di cinque anni prima per poi scendere lungo la colonna “completate prenotate”.
«E ne hai aspettati altri cinque per l’arma?» chiesi confusa.
«Già» ammise Will entusiasta. Sembrava un bambino a cui stavano per regalare la prima PlayStation «Papà Charles non trovava il nome da dargli, anche se aveva già la forma. Dev’essere destino che le abbia finite proprio quando ho incontrato te.»
Alzai un sopracciglio.
La situazione stava diventando sempre più assurda, il che mi faceva propendere definitivamente per il prank stile The Truman Show.
Charles estrasse una scatola anni Novanta della Nike, probabilmente riciclata dato che dentro c’erano tutto fuorché un paio di scarpe di quella marca.
Si trattava di un paio di running in cuoio dalle rifiniture color ferro, la suola sembrava in metallo, scomodissime per correre, il che le rendeva pressoché inutili.
Will le sollevò eccitato, in una posizione tale che potessi vedere la frase in alfabeto ogamico scritto sul bordo delle suole.
᚛ᚉᚒᚐᚏᚐᚔᚅᚐᚅᚈᚄᚑᚂᚐᚔᚄ᚜
Sarò sincera, non ero – e non sono – molto pratica di ogamico: mio padre e Zio Tom avevano provato a spiegarmi qualcosa, ma non c’erano molto riusciti.
«Collurailmruisailmidheadnion…» provai a pronunciare.
«Non si legge così» commentò Will.
«Ah no?» risposi abbassandomi a studiargli la suola.
«No, devi prendere la prima lettera di ogni ogham: Coll Ur Ailm e così via» mi guardò sorpreso «Mi eri sembrata più preparata mentre venivamo qua.»
«Preferisco altre lezioni rispetto a “linguistica morta”» tornai a leggere con le nuove informazioni «Cuarain an tSolais. Calzari della Luce, in effetti così ha più senso.»
«In gaelico suona tutto più figo, non trovi?» commentò raggiante, poi arrossi appena voltandosi verso Charles «Posso provarle?».
«Ovvio! Se ti fa piacere puoi già tenerle indosso» esclamò indicandogli una panca poco distante «Intanto cerco qualcosa per la tua amica…»
«Non siamo amici… per ora» brontolai seguendolo in uno scaffale più recente «Ma sono in ferro?»
«Cuoio e lamé misto a caucciù, il che le rende particolarmente comode e funzionali» spiegò tranquillo «Vediamo, vediamo… dove li avevo messi? Ah, ecco qui!» estrasse una scatola da biscotti, di quelle di latta tonda, la soppesò e poi me la allungò «Dimmi se ti vanno bene.»
Alzai un sopracciglio, poi guardai il giorno sulla scatola e mi venne un brivido: «La data è giusta?»
«Certamente. Catalogo ogni cosa che creo: non si sa mai quando un eroe verrà a prendere la sua arma peculiare» spiegò «C’è qualche problema?»
Decisi di scuotere la testa.
Di fatto mi stava regalando un… qualcosa, dirgli che lo aveva forgiato quando mi era spuntata la congiuntivite cronica non era proprio la cosa più corretta da fare.
Non avrei dovuto essere così nervosa, in fondo era una recita – se non uno scherzo trentasettennale – eppure c’era qualcosa che mi esaltava.
Qualcosa che dentro di me stava aspettando quel momento da tre anni.
Aprii la scatola.
᚛ᚂᚐᚋᚐᚔᚅᚅᚔᚐᚅᚓᚔᚄᚏᚓᚐᚉᚈᚐᚔ᚜
Lamainni an Eisreac(h)tai, Guanti del Fuorilegge
Così recitava la scritta sulle nocche di metallo di ciò che Charles mi stava consegnando.
In cuoio morbido, senza dita e con i rinforzi da tirapugni, sembravano fatti apposta per me.
Il che aveva un non so che d’inquietante: come poteva un perfetto sconosciuto aver creato per me un oggetto unico senza nemmeno conoscermi?
Per non parlare di quello che c’era sotto di essi: una benda per l’occhio in cuoio con rifiniture in ferro, veramente troppo personale per essere una coincidenza.
Tutt’attorno l’ogham recitava
᚛ᚃᚔᚂᚂᚓᚐᚇᚐᚅᚈᚏᚓᚔᚌᚈᚆᚓᚑᚏᚐ᚜
Filléad an Tréigtheora, che era traducibile in Fascia del Rinnegato.
Diciamo che il mio arsenale non presagiva nulla di buono.
«Davvero sono per me?» chiesi sperando in un “no”.
«Può darsi, come no» spiegò Charles «Dipende tutto da cosa hai provato.»
«Timore? Paura? Confusone? Voglia di denunciarvi tutti per stalking?» risposi passando lo sguardo da lui agli oggetti «Ma soprattutto, cosa ti fa pensare che siano per me?»
Charles si fece pensieroso: «Chiamalo… intuito di fabbro.»
Mi sembrava molto una supercazzola, ma decisi di assecondare la cosa.
In fondo era uno scherzo ben riuscito, giusto?
Provai a infilare i guanti: mi stavano alla perfezione, adattati perfettamente alla mia mano di quindicenne… e lui li avrebbe creati che ne avevo dodici? Andiamo, era impossibile.
Provai un paio di montanti contro l’aria, trovando gli inserti di metallo assurdamente leggeri.
Non c’era resistenza, come se la stessa atmosfera facesse spazio al vuoto per permettermi di colpire più forte.
Li avessi provati sui bulli a scuola li avrei uccisi sul posto.
Erano una figata!
Mi guardai le mani affascinata, poi spostai lo sguardo sulla benda. Cosa mai avrebbe potuto fare?
Curarmi l’occhio? Permettermi di vedere il mondo come una persona normale? Farmi sembrare una vera dura?
Decisi di provarla immediatamente, nascondendomi dietro uno scaffale per togliermi la benda medica.
L’occhio pulsò appena a contatto con l’aria, costringendomi ad asciugarlo con un fazzoletto, poi m’infilai la Filléad an Tréigtheora.
Non lo avessi mai fatto.
Davanti al mio occhio malato apparve Morrigan nel suo abito di piume nere, inginocchiata verso qualcuno che era fuori dal mio campo visivo.
«L’Occhio è stato risvegliato, mia signora» disse a sguardo basso «Ma non sono riuscita a portarlo nel suo Regno.»
«Non ti preoccupare, mia cara» rispose una voce distorta. Sembrava di sentire tre voci femminili contemporaneamente, ma non in coro, quanto piuttosto che si disturbassero a vicenda «Hai attivato il Richiamo, sarà lei a raggiunger…»
Morrigan alzò lo sguardo: «Mia Signora?»
«Nulla nulla, mi è parso di percepire una distorsione» disse mentre la voce sfrigolava indecisa «Ma è impossibile che Danu l’abbia accettato tra i suoi figli, no?» la dea della guerra s’irrigidì impercettibilmente «Devo forse sapere qualcosa, Morrigan?»
«L’Occhio è… è fuggito con un Tuatha de Danann armato di Slea Bua, Mia Signora» ammise abbassando nuovamente lo sguardo «Ma come avete detto, è impossibile che Danu l’abbia accettato tra i suoi figli, giusto? In fondo il ciclo…»
La visione s’infranse come un vetro rotto, poi la congiuntivite iniziò a pulsare isterica.
Mi scoprii ad ansimare, la mano sulla benda rovente.
Volevo toglierla, ma non riuscivo.
Ogni parte del mio corpo mi diceva che era sbagliato farlo, che dovevo costringermi a tenerla.
Che l’Occhio sveglio avrebbe causato solo danni se lo avessi liberato senza precauzione.
E che quella benda sarebbe stata la mia salvezza per il resto della mia permanenza nell’Ankoun.
Mi appoggiai sconvolta agli scaffali, duri e piatti, simili a un muro coperto di stoffa.
E prima che me ne potessi rendere conto ero in un vicolo a stringere la maglia azzurra di un perfetto sconosciuto.