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← L'Occhio del Male

Creato il 12/05/2026, 10:14 · Aggiornato il 12/05/2026, 10:14

Capitolo 2: II - Un idiota mi salva, ma la sua lancia cerca di uccidermi

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
AdolescentiIn corso

Avvertenze (opera)

  • Uso di sostanze rituali
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Un’antica pianura verde, coperta di corpi e combattimenti, mi salutò con il suo odore di ferro e sangue.

La osservavo strategicamente da un’altura, le mani rugose appoggiate su una spada verde rame piantata nel terreno.

«Il nemico resiste» mi disse la donna del comizio accanto a me, il vestito più arcaico e il pesante trucco nero sotto gli occhi grigio perla.

«Non per molto» rispos… i, credo. La voce sicuramente non era la mia – sembrava di sentire un uomo di mezz’età, sapete com’è – ma stavo parlando effettivamente io.

Tenevo l’occhio chiuso con una naturalezza disarmante, abbastanza da permettermi di non tenere la benda di protezione.

«Non serve che lo affatichi per così poco» disse la donna alzando la mano e indicando verso il campo.

Uno stormo di corvi si abbatté sui malcapitati a terra non ancora morti e sui combattenti di qualunque fazione.

Il caos esplose, mentre i colpi alla cieca prendevano chiunque capitasse a tiro, amici o nemici.

«Con Nuada ferito, nulla ci può impedire di vincere, mio

Una risata gutturale mi uscì dalle labbra, malvagia più di quanto avrei voluto, poi una luce squarciò le tenebre spegnendo il mio divertimento.

Un uomo dai capelli oro stava sulla collina opposta, una lancia dalla fattura antica tra le mani mentre si toglieva l’elmo che gli aveva permesso di essere invisibile fino a quel momento.

«Ti sei persa una pulce, Morrigan» dissi sollevando una gamba e mettendo un braccio dietro la schiena.

Aprii l’occhio in direzione dell’avversario, puntando proprio su di lui.

Una frazione di secondo: il tempo di spalancare le palpebre che una pietra mi arrivò a pochi millimetri dal bulbo, l’uomo dall’altra parte che teneva una fionda proiettata in avanti.

Mi svegliai mentre la donna mi spingeva a terra, l’occhio che pulsava sotto la palpebra istintivamente chiusa. Il cielo aveva ripreso il suo colore naturale, le nuvole il loro solito movimento orizzontale, il sole la posizione di re del giorno.

Ma il cuore mi martellava nelle meningi, irrorando le cornee affaticate.

D’istinto mi portai le mani alla faccia, ricoprendo la congiuntivite con la benda.

Non lo avessi mai fatto.

Il dolore mi fece rotolare a terra come in una danza purificatrice. Per un paio di secondi non riconobbi nemmeno il mio corpo, per quant’era tarantolato.

Probabilmente mi uscì qualche improperio in gaelico perché la donna commentò: «Oh, ora sì che parliamo la stessa lingua, mio

Mi sollevai a sedere, spingendomi all’indietro con le gambe, andando a colpire il muro di corvi alle mie spalle.

Mi misi in posizione di difesa a terra senza pensarci. Qualsiasi cosa mi avesse fatto all’occhio, non le avrei permesso di avvicinarsi di nuovo.

«Perché scappate, mio ?» chiese allungando la mano verso di me «Proprio ora che avete visto la ver…»

Una lancia mi sfiorò il viso superando il muro di corvi. Un colpo preciso e pulito mentre i ricordi dell’antica battaglia mi tornavano alla mente.

Avevo già visto quella lancia, ma dove? E perché?

La donna ringhiò: «Lugh!»

«Lei viene con me, Morrigan!» esclamò chiunque fosse tirandomi oltre il muro di corvi.

Lugh? Morrigan?

Che cavolo stava succedendo?

Rotolai sul marciapiede della strada principale, ma scattai in piedi alla prima occasione.

Il non essere in controllo in una rissa mi stava veramente mandando giù di testa.

«Sei ferita?» mi chiese qualcuno facendo scattare il mio avambraccio contro la sua lancia «Woah, ehi. Tranquilla, sono dalla tua parte.»

Rimasi immobile ad osservarlo, il braccio teso contro l’asta della sua arma.

Era un ragazzo della mia età, capelli pel di carota e occhi azzurri. Portava una maglia azzurro cielo con una scritta che recitava “Campa Tuatha de Danann, Rann na hAthmhuintearaithe”, traducibile in “Campo Gente di Danù, Divisione Reincarnazioni”.

Lo ammetto, in quel momento tradussi erroneamente “Rievocazioni” e tutto prese stranamente senso: ero finita in mezzo a una rievocazione storico-mitologica.

Alla fine il male all’occhio ce lo avevo da tutto il giorno, magari mi si era acutizzato con l’attacco improvviso di “Morrigan”, e tutte le visioni assurde che avevo avuto erano solo dovute allo stress del dolore e dell’inconsapevolezza mia della recita.

Questo spiegava anche perché le persone attorno a noi non sembrassero particolarmente sorprese da una donna che controllava i corvi e un ragazzino armato di lancia.

Il ragazzo si scansò, andandomi alle spalle e posizionò l’arma trasversalmente contro il petto, parando il colpo che ci sbalzò dall’altra parte di Talbot Street.

Certo che per essere una rievocazione, ci mettevano tanta forza!

«Non t’intromettere, giovane de Danann» l’ammonì la donna «Il mio non vorrà mai venire con voi.»

«Il tuo…» inspirai a fondo, riprendendomi dalla botta «Se c’entra l’università, Uncail Tom non mi aveva avvisato, per cui…»

Il ragazzo mi prese la mano, trascinandomi in un vicolo prima che “Morrigan” si lanciasse nuovamente contro di noi.

Senza dire nulla si avvicinò a un tombino di pietra e ci appoggiò sopra la mano armata.

«Ní báisteach ná uisce farraige,

ná sruthán ná uisce tobair,

is é an Drúcht a chruthaíonn Draíocht

Il simbolo brillò appena, come avessero acceso una torcia dalle fognature verso l’alto, poi lui si mise ad armeggiare per sollevare il tombino.

«Hai appena citato un canto celtico a memoria?» commentai sconvolta. Le grida sulla strada mi fecero prendere la decisione folle di aiutarlo con le sue operazioni di sollevamento.

«Hai appena riconosciuto il canto celtico a memoria?» mi rispose sorpreso a sua volta.

Spingemmo con forza la pietra sul cemento mentre, per una frazione di secondo, tutto alla mia vista prendeva una sfumatura azzurra.

Come un filtro di Instagram senza Instagram, per intenderci.

«Quando bazzichi i corsi di antropologia, qualcosa la impari» alzai le spalle controllando dentro «Dovremmo scendere qui?»

«Se non vuoi essere catturata da Morrigan sì» disse il ragazzo prima di aggiungere «Ma se ti fa schifo, ti capisco, insomma, alle ragazze…»

«Mio , dove siete? Perché scappate?» la voce di “Morrigan” mi rimbombò nella testa, la figura che si materializzava alle spalle del ragazzo.

Rapida lo trascinai dentro senza troppe cerimonie mentre gli artigli della donna mi sfioravano nuovamente la benda.

Le visioni della battaglia mi tornarono prepotentemente nell’iride, poi il tonfo sul morbido e l’occhio che si acquietava.

Un materassino da palestra aveva attutito la nostra caduta, tuttavia il ragazzo aveva lasciato la presa sulla sua lancia.

Il legno vibrò, salendo lungo il tombino per poi ricadere con una velocità impossibile verso di noi.

O meglio, verso di me!

Rotolai via appena in tempo, lasciando che si piantasse tremante nel materassino.

«Non mi aspettavo il volo, scusa» commentò il ragazzo estraendo la lancia. L’arma puntò nuovamente contro di me, ma lui la tenne ferma «Woah, buona Slea Bua. Buona, potrai farle le feste dopo.»

«Farmi le feste? Cos’è un cane?» un fischio di dolore, come un uccello colpito da una scossa elettrica, mi fece riportare lo sguardo al soffitto.

Morrigan ci guardava coi suoi occhi da gazza dal tombino ancora aperto, ogni volta che provava a colpire l’apertura, allontanava la mano infastidita, soffiando di rabbia e dolore.

«Tranquilla, non può seguirci qui, a meno che non le venga dato il permesso» mi disse il mio salvatore roteando la lancia «E nessuna divinità che ne abbia il potere glielo darebbe mai.»

L’arma tremò di nuovo, mentre l’occhio pulsava iracondo.

Non so dire se ero più spaventata da Morrigan o dalla lancia, ma di una cosa ero certa: non volevo più avere a che fare con quella gente.

«Tieni quella mano ferma, per favore» dissi cercando di tornare alla realtà «Adesso non serve recitare… credo.»

«Recitare?» mi chiese confuso.

«Sì, insomma. Siete un gruppo di Rievocatori storici, no? Certo, avrei preferito essere avvisata prima, ma…»

Il ragazzo aggrottò la fronte, poi disse: «Ooh, sei quel genere di reincarnazione, capisco.»

Alzai un sopracciglio infastidita.

Un conto era recitare con effetti speciali e una certa dose di autocontrollo, un altro era prendermi per scema.

E la cosa mi faceva ancora più propendere verso l’idea del gruppo di teatro.

«Come, prego?» chiesi con quanta più calma mi concedesse la mia indole.

«Sì, insomma, sei un’accademica: facile farti capire i meccanismi mitologici, difficile farti accettare che esistono» mi sorrise stupidamente gentile «Ma non temere, adesso che sei nel Ankoun tutto ti sarà più chiaro.»

«Nel… eeeh!?» scossi la testa «No, nononono. Ascolta, io adesso torno su, dico alla tua collega che vi siete sbagliati e me ne torno a casa. E se fate altre rievocazioni avvisatemi per tempo, farò in modo di trovarmi dall’altra parte della città» inspirai profondamente «E tieni ferma quella mano, porca di quella…»

La lancia gli scivolò dalle dita e io me la trovai a pochi centimetri dal naso.

Sentii distintamente il desiderio omicida dell’arma e la sete del mio sangue, ma, a quanto pare, il mio “salvatore” non parlava il lancese.

«Slea Bua!» esclamò tirandola nuovamente verso di sé «Ooh, insomma! Potrai abbracciarla dopo, a Gorias.»

Lo guardai sconvolta, poi presi un respiro profondo.

Morrigan era ancora sopra di noi a soffiare iraconda, sempre più animale che umana, e tutto sommato lui sembrava un tipo a posto.

Un po’ svalvolato e ingenuo, ma a posto.

Insomma, potevo farlo ragionare, così decisi di assecondare la sua recita: «Dando per buono che tu sia la reincarnazione di, ipotizzo, Lugh…»

«Oh, nono, io sono solo un suo discendente» ci tenne a precisare.

«Benissimo, dato per buono che ciò sia vero, non senti che la lancia mi vuole morta?»

Il ragazzo guardò prima me poi la lancia, poi agitò la mano evasivo: «Ma certo che no! Slea Bua punta solo a quei cattivoni dei Fomori, e tu sei sicuramente una dei nostri.»

Sbattei le palpebre: «Eh?»

«Una Tuatha de Danann, ovviamente! Insomma, altrimenti perché Morrigan ti avrebbe attaccata? E perché Slea Bua ti vorrebbe abbracciare?» mi avvicinò l’arma «Dai, prova a prenderla in mano.»

Di nuovo il desiderio omicida mi arrivò prepotentemente, e con esso il mio bisogno di spezzarla in due, chiuderla in un sacco, bruciarla e gettarla in mare.

«Tieni lontana quella cosa da me, o giuro su Dio che te la infilo dove non batte il sole» lo ammonii allargando le narici per mantenere la calma.

L’odore di terriccio fresco mi riempì i polmoni più del normale, così decisi di guardarmi intorno.

Più che le solite fogne, sembrava un cunicolo naturale scavato nel terreno. Terra, muschio e rampicati tenevano in piedi in modo mistico quel luogo. La pavimentazione in pietra era decorata da volute arboree e iscrizioni, che s’illuminavano sotto i nostri piedi.

Sotto il ragazzo, la luce aveva preso una bella colorazione azzurrina, mentre sotto di me lampeggiava tra un verde quadrifoglio e un blu petrolio.

Tuttavia, il solo tocco con la pietra, mi dette l’impressione che l’occhio non pulsasse più come prima. Come se si stesse stabilizzando.

Studiai gli effetti scenici che si erano inventati per la recita. Doveva essere un’organizzazione grande e famosa per permettersi un lavoro di quel genere.

Sembrava di essere a Stonehenge, ma sottoterra, il che mi lasciava confusa, ma stranamente non sorpresa. Sentivo di conoscere quel posto, di esserci già stata, ma non capivo perché mi fosse così familiare.

«Dove siamo?» chiesi.

«Te l’ho detto, siamo nell’Ankoun!» esclamò entusiasta incamminandosi «Più avanti dovremmo arrivare a Gorias, così potrai conoscere gli altri membri dei de Danannn» sospirò stringendo l’arma al petto «Aaah, che emozione! Sei la prima eroina che recupero da quando sono nella Divisione Reincarnazioni.»

«Quando dici Ankoun intendi la vostra scuola di recitazione o l’Altromondo?» chiesi seguendolo a debita distanza. All’ennesimo tentativo di trapassarmi, sarei scappata fuori, anche con Morrigan isterica.

«Altromondo» annuì tranquillo.

Decisi che era la loro scuola di teatro, ma che avrei continuato la recita. In fondo lui sembrava così convinto: «Quindi… siamo morti?»

«Morti, no, che io sappia…» lo disse non troppo convinto, per cui gli detti un pugno sulla spalla «Auch!»

«Okay, sei abbastanza vivo» annuii «Dicevi?»

«Che è la via che conduce all’Annwn» brontolò massaggiandosi la spalla «Per cui, per quanto noi siamo vivi, non è raro trovare dei morti da queste parti.»

«Ah» un pensiero folle mi passò per la mente «E per quanto tempo stanno i morti in questo “limbo”?»

«Dipende: alcuni vanno via subito, altri sono qui ancora dalla seconda guerra di Mog Tured» mi guardò ingenuo «Hai perso qualcuno?»

«Diciamo di sì» mi portai le mani dietro la testa. Il pensiero di rivedere i miei genitori era allettante, ma era pur sempre una recita, giusto? Per una frazione di secondo sperai che non fosse così «Ho notato che usi tanti nomi accademici per avere la mia età. Fin ora certe parole le ho sentite solo da Uncail Tom. Nemmeno a scuola le nominano: tutti a parlare di greci, romani ed egizi.»

Sbuffò tradendo un sorriso amaro: «E se chiedi dell’aldilà celtico…»

«Ti rispondono “Vallallah”… o una qualsiasi altra cagata newage» conclusi un po’ più a mio agio.

Ridemmo insieme al solo pensiero.

Lo ammetto, il tipo stava diventando simpatico.

Il che, per una frazione di secondo, mi fece lacrimare l’occhio. Non male o prurito come al solito, proprio lacrime.

Più avanti avrei capito cos’era, ma per il momento mi limitai a recuperare un fazzoletto dalla tasca dei pantaloni e asciugarmi come se nulla fosse.

«Questo “Uncail Tom” deve essere uno di noi per saperne così tanto» commentò svoltando in un tunnel a destra.

«Nah, è solo un fanatico di folklore locale» brontolai, poi mi ricordai «Merda! Se non torno per cena è capace di chiamare la polizia! Quanto dobbiamo stare qui?»

«Oh, non molto. Tempo che Morrigan si calmi e che tu venga formalmente accettata tra i Tuatha. E poi con la rete dei pozzi possiamo arrivare direttamente nel vostro appartamento» spiegò come se stesse parlando di prendere un taxi.

«Oh… okay. Comodo, credo» m’immaginai la faccia di zio Tom con il grembiule da cucina che ci vedeva arrivare dal water o dallo scarico della doccia. Scossi la testa, dovevo rimanere consapevole che si trattava di una recita, non potevo certo lasciarmi trasportare dall’entusiasmo di quel “discendente di Lugh” «Non sono sicura che gli scarichi siano abbastanza grandi per farci passare.»

Il ragazzo alzò le spalle: «E su questo non posso darti torto, anche per gli dèi ci sono dei limiti.»

«Immagino…» svoltai a destra senza pensarci. Un movimento automatico, come se conoscessi la strada a memoria.

«No, non di là!» esclamò il ragazzo prendendomi il polso «Gorias è da questa parte.»

Lo guardai confusa, poi studiai il corridoio che stavo per prendere: non aveva nulla di diverso rispetto a quelli che avevamo percorso fin adesso, forse un po’ più umido e buio, ma nulla che giustificasse la sua reazione.

«Cosa c’è da quella parte?» chiesi tornando a seguirlo.

«La strada per il Nord» rispose criptico «A noi novellini non è concesso andarci: solo la reincarnazione di Nuada può andare, e solo una volta al mese.»

«Il Nord…» scossi la testa mentre le lezioni di Zio Tom mi tornavano alla mente «Scusa, ma a Nord non c’è Falias?»

Sbatté le palpebre confuso, la lancia tirò appena verso di me: «Non è lo stesso Nord… e comunque stiamo andando a Gorias.»

«Aah, capisco» decisi di ignorare la questione «Più o meno quando dovremmo arrivare a questa “Gorias”?»

«Cinque minuti, circa» indicò la fine del tunnel, dove la luce solare entrava prepotentemente. Eravamo in superficie? E da quanto eravamo in salita?

Una delicata brezza estiva mi colpì il volto non abituato.

Caldo? Impossibile, era settembre. A Dublino per di più!

«Certo che dovete spendere un casino di riscaldamento» commentai mentre l’occhio pulsava appena.

Per un momento, soprattutto vicino al corridoio per il Nord, mi ero dimenticata della congiuntivite cronica, come se fosse guarita all’interno di quei cunicoli.

Lo so, non sarei dovuta essere così tranquilla dopo il casino che mi era capitato, ma quel posto – l’odore di terriccio, le pietre che s’illuminavano, il “Nord” che mi chiamava – mi tranquillizzava.

Era una sensazione che non provavo da… beh, più o meno da quando erano morti i miei genitori.

«Perché?» chiese il ragazzo confuso, poi esclamò «Oh, per il caldo! È la fucina di Goibhniu. L’ultima sua reincarnazione l’ha potenziata abbastanza da riscaldare tutta la città, così possiamo starci anche d’inverno, per chi non ha una casa in superficie» notai un sorriso triste attraversargli il volto «Ma tu non hai di questi problemi, da quello che ho capito.»

Non riuscii a rispondere.

Perché, in fondo, l’idea di vivere in una scuola di teatro storico anziché andare in America, non mi dispiaceva affatto. Niente traumi, niente corpi distorti, niente yankee che si dichiaravano irlandesi quando non avevano visto l’Irlanda nemmeno in cartolina.

Niente Zio Tom.

Okay, forse un po’ mi sarebbe dispiaciuto non stare più con Zio Tom: le sue teorie di mitologia comparata e le sue lezioni universitarie erano sempre un qualcosa di rilassante e coinvolgente.

Forse avrei potuto portare anche lui in questo “Ankoun”.

Mentre ci pensavo, la luce ci avvolse, assieme al profumo di quadrifoglio e larice.

Mi fermai sul bordo, osservando la città in pietra e paglia che mi si apriva davanti, incorniciata dal fiume di lava e dai pali di protezione.

La ricostruzione perfetta di un villaggio celtico, a parte per l’enorme fucina fumante al centro del villaggio. Sembrava un reattore nucleare fumante, con l’odore di ferro battuto e legno bruciato che si spandeva nell’aria.

Il ragazzo si girò verso di me allargando le braccia, un sorriso raggiante gl’illuminava il volto con l’innocenza di un bambino appena tornato a casa da scuola.

«Benvenuta a Gorias, giovane reincarnazione!» disse entusiasta «Benvenuta a casa!»

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