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← L'Occhio del Male

Creato il 12/05/2026, 10:08 · Aggiornato il 12/05/2026, 10:08

Capitolo 1: I - Mai passare vicino a un comizio politico di corvi e gazze grigie

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
AdolescentiIn corso

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«Non-è-giornata» scandii minacciosa guardando l’energumeno di fronte a me.

Terza liceo, occhi piccoli e corpo grosso, una testa e mezzo in più di me.

Il genere di persona che una ragazza di quindici anni non dovrebbe mai sfidare.

E in effetti non lo avevo sfidato… non per prima, quantomeno.

Il tizio in questione faceva parte del solito gruppetto di sfigati, buoni solo a smutandare, a picchiare e a fare da punchball alla qui presente Maud O’Bride.

Ogni tanto s’inventavano di dar fastidio ai più piccoli in mia presenza, oppure, e lì era ancora peggio, tentare di guardare la mia congiuntivite cronica.

Se la tenevo sotto una benda medica da tre anni ci doveva essere una ragione, no?

A quanto pare per loro no.

«E perché mai? Perché ti fa tanto male l’occhio?» mi canzonò mentre i suoi due amichetti si mettevano dietro di me.

Alzai l’iride blu petrolio al cielo: la loro tattica era sempre la stessa, pensavano davvero di prendermi alla sprovvista?

«Ripeto, non è giornata» dissi trattenendomi dal tirare il primo pugno della rissa.

Mi era già capitato di fare quell’errore, era il modo perfetto per passare dalla parte del torto.

E non ne avevo alcuna intenzione.

«Allora potrebbe essere la volta buona che vediamo quell’occhio malato che ti ritrovi» ghignò prima di guardare i suoi compari «Ragazzi, prendetela.»

Li sentii scattare verso di me: quello a destra era partito poco prima, ma quello a sinistra era sempre stato il più veloce.

Mi sarebbero arrivati addosso in contemporanea, una tattica che stranamente non avevano ancora usato.

Gli sfigati avevano studiato, a quanto pare.

Peccato che avessero una pessima mira come sempre.

Si schiantarono entrambi accanto a me, uno sopra l’altro mentre li osservavo annoiata.

«Bel tentativo» commentai «Ma se sbagliate traiettoria non funziona.»

Uno di loro provò ad agguantarmi la caviglia, sbagliando di qualche millimetro la distanza.

«Non è possibile!» esclamò uno dei tre – chi fosse era indifferente «Come fai schivare così in fretta!?»

«Non schivo, siete voi che fate schifo» spiegai alzando le spalle e facendo per incamminarmi «Ora, se non vi dispiace, dovrei…»

Mi abbassai in un riflesso istintivo, evitando che il più grosso mi agguantasse da dietro, poi mi sollevai con uno scatto all’indietro colpendolo e facendolo andare a terra.

«Abbiamo fin…» uno degli altri due provò a tirarmi un cazzotto al fianco che deviai senza troppa fatica «A quanto pare no» mi scrocchiai le dita «Molto bene allora: volete una rissa? Avrete una riss… ehi!»

Mi trovai sollevata di peso da un quarto incomodo.

Ogni tanto capitava che qualcuno di loro riuscisse a prendermi, il difficile era trattenermi.

«Eddai, non fare la difficile, è solo un occhio in fondo» commentò mentre uno dei suoi amichetti mi si avvicinava alla faccia.

Gli tirai una testata costringendolo a indietreggiare, poi ne mollai una seconda all’indietro per liberarmi.

«Tua madre è solo un occhio!» esclamai inviperita.

Come avevo detto, non era giornata per prendersela con me.

Mi aveva svegliato un gracchiare assordante di corvi fuori dalla finestra. Uccellacci che mi avevano seguito per tutto il percorso fino a scuola, piantandosi ad osservarmi dall’esterno.

Come se i corvi non fossero abbastanza – erano ancora lì ad osservarmi – la congiuntivite cronica pulsava più del solito.

Era talmente insopportabile che non avrei fatto avvicinare neanche il mio oculista, figurati quattro bulletti del cazzo!

«E cosa vuoi fare? Siamo sei – sei? E quando erano arrivati gli altri due? – contro una… e poi è solo un…»

Non so come gli arrivai vicino così rapidamente, ma che si prese un montante alla Rocky Balboa credo se lo ricordi ancora adesso.

Lo sparai all’indietro, poi colpii con una gomitata uno dei suoi compari venuto in suo aiuto.

Certo, loro erano pessimi a prendere la mira, ma questo non voleva dire che io non sapessi combattere.

Anni a difendere i più piccoli mi avevano reso bravina a spostare l’attenzione su di me, restituendo con gli interessi ogni colpo che provavano a darmi.

Schivare o deviare non lo avevo mai imparato a fare – avevano tutti una pessima mira, che fossero in America o in Irlanda – ma pestare come tamburi i prepotenti era una di quelle cose che avevo implementato velocemente, altrimenti gli scontri erano un infinito “mancata” che non portava da nessuna parte.

Comunque, questo per dirvi che il risultato fu abbastanza scontato: due in ospedale, tre appesi per le mutande alla ringhiera delle scale antincendio e uno con la testa nel cesso del primo piano.

Mi sistemai la coda di capelli neri mentre l’ovazione arrivava dalle finestre della scuola come da programma.

Ero diventata l’eroina di mezzo istituto, come capitava spesso quando facevo una rissa all’interno della scuola.

Poi la voce della preside rovinò l’atmosfera che si era creata.

«Maud O’Bride! Nel mio ufficio! Ora!» gridò dall’alto del suo tailleur rosa confetto.

Sbuffai, mettendo le mani in tasca, pronta per l’ennesima ramanzina.

*** * ***

Vi ho già detto che i corvi sono di un fastidioso inenarrabile?

Se non ve l’ho detto, ve lo dico ora.

Rimasero appollaiati tutto il tempo sulla finestra dietro alla preside mentre questa mi faceva il solito cazziatone su quanto bisognasse essere amici, quanto non bisognasse abbassarsi al livello dei bulli e di come si sarebbe sentito in difficoltà Zio Tom con il classico “Hai idea di quanto gli rovini la reputazione?”

Non so se fu peggio la ramanzina o i corvi guardoni.

Scherzavo!

I corvi vincono dieci a zero.

Comunque, voi vi starete chiedendo chi è questo Zio Tom?

Un rompicoglioni, ecco chi!

Okay, no, non a livelli estremi, quantomeno.

Diciamo che è il mio tutore legale, il padrino scelto dai miei genitori quando mi hanno fatta battezzare.

E quindi quello con cui dovevo condividere la mia inutile esistenza da quando i miei erano partiti per un posto ben migliore che chiameremo elegantemente “Isola di Cristallo”.

Zio Tom era, ed è, un professore universitario di antropologia e mitologia comparata. Un secchione delle religioni, insomma, passione che aveva con mio padre fin dai tempi del liceo.

Era, ed è, un tipo mite, accondiscendete… insomma, tutto l’opposto di me.

Fatto sta che mi trovavo per l’ennesima volta seduta nel suo ufficio a sbuffare mentre mi ripeteva di “porgere l’altra guancia” guardandomi con i suoi occhi giada dietro agli occhiali da miope.

«Ad un certo punto le guance finiscono, però» brontolai a braccia incrociate «Posso andare a fare i compiti?»

«No» rispose passandomi una tazza di tè.

Roteai gli occhi: la tazza significava che voleva fare un discorso serio… e io non ne avevo mezza, soprattutto con quei dannati corvi che ci spiavano da fuori – sì, erano anche lì.

Presi il tè infastidita solo per appoggiarlo sulla scrivania in modo da non avere qualcosa da lanciargli addosso.

Sospirò grattandosi tra i capelli fulvi e facendo scivolare la mano sul collo: «Non puoi risolvere tutto con le mani.»

«Gli eroi di cui studi lo facevano, e gli riusciva benissimo, mi pare» risposi aspra indicando i libri di mitologia che tappezzavano l’ufficio.

«Erano tempi diversi, non siamo più così incivili.»

«Inciv…» scossi la testa «Dove sarebbe incivile pestare i prepotenti, uncail Tom?»

«Ovunque» mi guardò come se fosse ovvio sorseggiando la sua tisana.

«Ricordavo di essere a Dublino, non “ovunque”» dissi sardonica «Noi irlandesi risolviamo sempre a cazzotti, che io sappia.»

Lo Zio mosse il dito stringendo le labbra: «No, Maud. È un falso mito.»

Aspettai che avesse la tazza vicino alla bocca: «Ecco perché gl’Inglesi hanno fatto il bello e il cattivo tempo fino al secolo scorso…»

Si trattenne dallo sputare la tisana: «Il tuo nazionalismo è disarmante. Non ti ho cresciuta così.»

«No, infatti lo hanno fatto mamma e papà» feci per alzarmi, ma mi spinse nuovamente a sedere «Devo fare i compiti, andiamo!»

«I compiti? Sul serio mi credi così ingenuo?» alzò un sopracciglio eloquente.

Feci spallucce, colpevole, poi puntellai i gomiti sulle cosce e appoggiai il mento sulle mani: «Dicevi?»

«Che non puoi risolvere tutto con le mani.»

«E fin lì ci siamo, poi?»

«Che se continui così finirò a doverti fare lezione a casa. E non posso se insegno all’università, lo capisci?»

«Eccheproblema c’è! Ormai ci vivo qua dentro!» lo dissi abbastanza forte da essere sentita dal corridoio. Un paio di studentesse si affacciarono incuriosite e Zio Tom andò a chiudere la porta «Sarebbero comunque più interessanti le tue lezioni di quelle che fanno a scuola.»

Abbassò lo sguardo, tamburellando le dita sulla tisana: «Anche se non è detto che farò ancora lezioni» si perse a guardare fuori dalla finestra «Mi hanno proposto una ricerca.»

Sgranai gli occhi.

Quello era un risvolto inaspettato.

Battei le mani con entusiasmo: «Complimenti! Sono anni che chiedi di fare ricerca» tornai seria «Posso andare a fare i compiti?»

«Sulla mitologia Azteca» ignorò completamente la mia affermazione, il che non prometteva bene.

«Fico, così smetterai di parlarmi di Femori e compagnia cantante…»

«Fomori, Maud» sospirò pinzandosi la radice del naso «Si tratta di una ricerca sul campo. Per due anni.»

«Tornerai che sarò quasi maggiorenne, nulla di così…» l’occhio mi pulso improvvisamente «Aspetta. Devo venire con te?» ci ragionai un attimo «Aztechi, quindi… Perù?»

«Mesoamerica, e comunque no» scosse la testa greve «La stazione di ricerca è più a nord.»

Studiai il planisfero appeso al muro e arricciai il naso: «Messico?» indicò ancora più su «Non mi dirai USA?» annuì grave «E… quando pensavi di dirmelo?»

«Stasera, se non ti fossi messa nei guai.»

«Ah, quindi è colpa mia, adesso?» lo guardai indispettita.

Sospirò: «Sai che non intendevo questo…»

Mi presi alcuni minuti per rispondere: «Tu sai cosa penso del America, vero?»

«Sì, ma non influirà se accetterò la ricerca o meno» la tranquillità con cui lo disse mi fece solo più male all’occhio.

Strinsi i pugni.

Prima i corvi, poi i bulli e adesso questo.

Perché io odiavo l’America.

Era dove i miei genitori avevano trovato la strada per l’Isola di Cristallo.

Due mesi in quel posto e il “sogno americano” si erano distorto. Letteralmente.

«Quando dovresti partire?» chiesi cercando di trattenermi dallo sfasciare tutto. Lui ignorò volutamente il mio refuso, prendendo un sorso di tisana fumante.

«Tra una settimana.»

Mi pinzai il naso per non urlare: «Dove?»

Ci pensò più del dovuto: «Texas.»

«Texas» metabolizzai quella parola come un porridge avariato «Dove Texas?»

«Laredo.»

«Laredo. Sarà contento il mio psicologo…» strinsi gli occhi «E immagino che la casa…» annuì greve «Perfetto. Scordati che ti segua.»

«Non puoi Maud, hai solo 15 anni. Io…» mi mise una mano sulla spalla dopo aver appoggiato la tisana sulla scrivania, gli occhi seriamente amareggiati. Non potevo nemmeno dire che stesse fingendo: erano solo tre anni che vivevo con lui, ma quell’uomo era un fottutissimo libro aperto «Capisco cosa provi, per questo non ho ancora accettato.»

«Ma se hai detto prima che…»

M’interruppe con un gesto della mano libera: «Ovvio che è anche per te, ma Oscar era il mio migliore amico. Non è facile nemmeno per me fare un passo del genere.»

«E allora non farlo! Stiamo così bene a Dublino: potrei non mettermi nei guai per un po’, se ti può…» risi amara, consapevole della situazione «Papà ti avrebbe spinto a farlo, non mi stupisce la tua scelta.»

«Sono contento che tu capisca.»

Aspettai la scintilla di speranza nei suoi occhi per aggiungere: «Questo non vuol dire che accetterò la cosa, anche se farai di tutto per farmi cambiare idea» gli scostai la mano e mi alzai infastidita «Ho bisogno di prendere un po’ d’aria.»

Non provò nemmeno a fermarmi, a parte quando gli buttai giù la porta dell’ufficio con un calcio.

Sollevai il cappuccio della felpa, stringendo i cordini e infilandomi le mani in tasca, buttandomi nel caos di Westmoreland Street verso Ponte O’Connell.

I corvi mi seguirono, ma non ci feci caso, troppo presa dai miei problemi familiari.

Merda, merda, merda!

Di tutti i posti in cui poteva andare proprio lì.

Al solo pensiero l’occhio pulsò iracondo sotto la benda medica. Un fastidio inaffrontabile che provai a ignorare, appoggiandomi ad osservare il fiume Liffey dalla balaustra.

Dublino a Settembre aveva un non so che di poetico e malinconico: uggiosa e allo stesso tempo piena di vita per il Samhain alle porte.

Ero cresciuta fino ai dodici anni tra quelle strade, tra canti popolari e fiabe di antichi eroi. Papà studiava in università, faceva il barista e si occupava di me, mamma… non so in effetti cosa facesse. Nessuna delle tre cose indicate sopra, comunque.

Però ricordavo che aveva trovato lavoro come attrice in America.

Eravamo così felici, il grande sogno americano sembrava reale!

Laredo era stato un buon compromesso: vicino al set delle riprese e nel pieno del deserto. Mio padre, grazie ai suoi studi seppur non conclusi, si era reinventato scavatore archeologico in Messico.

Poi mi si era ammalato l’occhio, e papà mi aveva portato a Boston, lasciando mamma alle sue riprese nel deserto.

«‘Fanculo» brontolai tirando un calcio alla balaustra e proseguendo per la mia strada mentre le memorie riaffioravano a ritmo con l’occhio pulsante.

Due mesi!

Due cazzo di mesi e qualcosa ci aveva attaccato.

Cosa, vi chiederete.

Non ne ho idea o, meglio, non me lo ricordo.

Ricordo solo che un attimo prima i miei genitori erano vivi e un attimo dopo non lo erano più, piegati su sé stessi come se qualcuno avesse spento la gravità nel modo sbagliato.

Due nodi di carne e ossa sul pavimento mentre l’occhio pulsava dolorante.

La polizia archiviò tutto come incidente domestico e io accettai quella realtà. Insomma, capita a tutti di contorcersi come una lattina sotto una pressa idraulica quando si cade dalle scale, no?

«Non ci voglio tornare lì, perché mi perseguita!?» gridai verso il cielo attirando gli sguardi dei passanti confusi.

Un corvo mi volò sulla testa con un tempismo pessimo, girando un paio di volte e ripartendo verso Marlborough Street.

Lo presi come un segno: mi perseguitavano da tutto il giorno quei dannati pennuti! A questo punto tanto valeva reinventarsi Alice e seguirlo. Non era un Bianconiglio, ma per quel che mi riguardava si adattava bene al mio umore attuale.

E comunque era meglio della rabbia.

Lo incrociai poco più avanti, come se mi aspettasse per svoltare su Talbot Street.

Velocizzai il passo, la curiosità che aumentava mentre schivavo le persone senza perderlo di vista.

Lo vidi scivolare verso Liberty Park, e io lo seguii senza pensarci.

«…Per questo Èiru dovrebbe tornare ai suoi legittimi proprietari» stava dicendo una donna dal pulpito allestito al centro del parco. Occhi neri e capelli striati di grigio, sembrava parlare a qualcuno che non erano i dublinesi accorsi a sentirla, mentre corvi e gazze le facevano da cornice ferina «Fir Bolg, Tuatha e Milesi se ne devono tornare da dove sono arrivati.»

Aveva una voce insolita: gracchiante e suadente, parlava un fluente gaelico arcaico che capivo solo grazie alle nozioni base di Zio Tom. Era un modo un po’ anacronistico di esporre al pubblico dublinese moderno.

E poi era particolarmente scenica, con il completo nero lucido e i tacchi ocra come le labbra.

Labbra ocra?

Scossi la testa osservandola meglio.

Non lo avessi mai fatto: l’occhio bruciò come se mi avessero rovesciato dentro dell’aceto caldo.

Rapida distolsi lo sguardo, costringendomi ad allontanarmi dal parco verso una stradina laterale, lontano dalla luce, più fastidiosa del solito.

«Dovrei andare dall’oculista» rantolai prendendomi la testa «Dov’è che stava? Qui vicino, se non sbaglio…»

Feci per proseguire, ma il corvo che mi aveva condotto lì mi si piazzò davanti, planando sull’asfalto e osservandomi con l’occhio sinistro.

La congiuntivite dette una nuova fitta, come a voler uscire dal cranio.

Un insano desiderio di togliere la benda mi travolse, ma decisi di resistere.

«Non ho tempo per giocare» dissi provando a superarlo.

Il corvo gracchiò talmente forte che mi trovai appoggiata contro i mattoni: occhio pulsante, testa pronta a esplodere e timpani in confusione totale.

Mi ripresi un po’, scoprendo un muro di uccelli, tra corvi e cornacchie, a bloccarmi il passaggio.

«Non-è-giornata!» esclamai tenendomi una mano sulla benda.

Gli animali non si mossero, così decisi di tornare indietro, trovando la stessa situazione. Quei dannati pennuti mi avevano bloccata nel vicolo!

Okay, questo non era normale.

«Siete tornato, mio » sentii in mezzo al frullio delle ali, poi qualcuno mi appoggiò una mano sulla spalla.

D’istinto mi voltai a tirare un cazzotto a chiunque avesse pensato bene di toccarmi in una situazione del genere.

Il più grosso errore che potessi fare: mi trovai il pugno bloccato in un artiglio dalle unghie nere. La donna che avevo visto sul pulpito mi teneva la mano con una forza inaudita.

«Perché fate così, mio ?» chiese sbattendo le palpebre. Il trucco pesante sembrava colare lungo le guance, striandole il volto di lacrime nere «Non riconoscete più la vostra fedele servitrice?»

«La mia cosa?» dissi provando a liberare il pugno.

Piegò appena la testa come un uccello confuso.

«Oh, mio , la distanza dall’Isola di Smeraldo deve avervi annebbiato la mente. Ma non temete, ci penserà la vostra fedele Morrigan a farvi tornare la memoria» mi avvicinò gli artigli al viso e la congiuntivite esplose di dolore.

La spinsi via, allontanandomi e tenendo la mano sull’occhio, il pollice sotto la benda pronta a toglierla.

Abbassai la mano, guardandomela sconvolta. Che mi stava succedendo? Non avrei mai pensato di provare a togliermi la benda, soprattutto quando bruciava così tanto.

Il dottor Dolittle si era raccomandato di non toglierla se non quando andavo in visita da lui, allora perché sentivo quel bisogno improvviso?

Cercai di riprendere il controllo di me stessa e del mondo che mi circondava.

«Okay. Non so chi lei sia, non so cosa mi stia facendo e decisamente non so cosa sia questo » dissi infastidita «Ma se prova ad avvicinarsi di nuovo…»

Mi spuntò a pochi centimetri dal viso e d’istinto provai a tirarle un montante.

Mi trovai il braccio piegato dietro la schiena.

Cercai di liberarmi, ma la donna aveva una fermezza che non avevo mai provato. Nessun punto cieco, nessuno spiraglio da colpire per liberarmi.

«Oh mio , quanto state soffrendo» disse pacata «Ma non tema, adesso l’aiuto io a vedere la verità.»

«Non ne voglio vedere proprio niente!» esclamai agitandomi. Avevo la bruttissima impressione che qualsiasi cosa fosse successa mi avrebbe rovinato la giornata più di quanto già non lo fosse «Lasciatemi!»

«Adesso dite così, mio , ma una volta che vi sarà tutto più chiaro mi ringrazierete» la donna mi buttò le braccia al collo, abbracciandomi in due ampie ali dalle piume nere.

Provai a scivolare verso il basso, ma mi stringeva con una forza impressionante.

A quel punto iniziai a spingerle e tirarle le braccia, provando a graffiarla per farle perdere la presa.

Sembrava di toccare le piume di un pulcino, piccole e lanose, il che mi dette una sensazione fastidiosissima alle dita.

«Aiuto!» gridai verso Talbot Street «Aiut…»

Gli uccelli iniziarono a muovere le ali con più foga. Non sentivo nemmeno i miei pensieri con tutto quel casino!

Mi tornarono in mente le lezioni dello Zio Tom, quello sugli eroi mitici d’Irlanda e le battaglie epiche del Ciclo delle Conquiste.

Non chiedetemi perché – in quel momento non ragionavo troppo lucidamente – però quella era l’unica cosa razionale a cui riuscivo a collegare corvi senzienti e donne che mi chiamavano “Re” in gaelico arcaico.

In effetti come aveva detto di chiamarsi? Morrigan?

Ma andiamo, era impossibile!

Quelle erano solo leggende…

Mi scoprii la mano sulla benda, pronta a toglierla esattamente come m’era successo prima.

Mi presi il polso strattonandolo nuovamente verso il basso.

Non dovevo liberare l’occhio, altrimenti…

Altrimenti cosa?

Sapevo solo che non dovevo farlo, ma non ne sapevo il motivo.

«Non si trattenga, mio » disse, un altro paio di mani che mi incorniciavano il viso mentre la sua voce diventava duplice «Lasci che la sua natura si apra al mondo…»

L’occhio pulsava isterico, la mano si agitava fuori dal mio controllo.

Forse aveva ragione, avrei dovuto lasciare che il destino facesse il suo corso.

No, non era da me.

Non avrei permesso al destino di fare ciò che voleva.

Ma chi avrebbe resistito di più dei due?

“Okay, istinto” pensai stringendo di più il polso. La mano si calmò tornando sotto il mio controllo “Vuoi vedere da questo occhio? Va bene! Facciamolo, ma giuro che se è una cazzata me lo strappo via!”

Mi avvicinai la mano alla benda, infilando il pollice sotto e inspirando profondamente.

La sollevai con un colpo solo.

Il dolore scomparve, l’occhio libero.

E lì compresi perché non avrei mai dovuto togliere la benda: il cielo si triggerò, prendendo un colore innaturale, nuvole giallo sole su sfondo blu abissale, la luna che prendeva il posto del giorno, illuminando rossa la scena, l’odore di salsedine che saliva dai tombini in volute di fumo blu petrolio.

Feci per richiudere la benda e Morrigan mi prese il polso con fermezza.

«Osservate, mio » disse gracchiandomi nell’orecchio «Osservate il destino che vi attende nel nuovo ciclo che va a cominciare…»

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