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La rissa
«Promettimelo! Promettimi che ci sarai sempre, a prendermi quando sto per cadere» disse Lucia, mentre affondava il viso nella mia spalla.
Mi venne spontaneo ricambiare l’abbraccio, avrei voluto prometterle ogni cosa: ‘che ci sarei sempre stato, finché ne avrebbe avuto bisogno; che avrei voluto che la nostra amicizia fosse durata per sempre; che avrei voluto che la nostra vita fosse stata piena di momenti bellissimi.’ Ma, avevo imparato, dalla morte di mia mamma, che la vita sa essere imprevedibile e che le circostanze possono cambiare improvvisamente, quindi decisi di stringerla forte in silenzio.
Eravamo ancora abbracciati, quando proprio in quel momento sentii una voce femminile, urlare il suo nome dall’esterno del bagno, si stava avvicinando di corsa e non volevo che ci vedesse così, ma Lucia non mollava la presa.
Entrò di corsa nel bagno rimanendo impietrita nel vederci, io non sapevo nemmeno chi fosse quella ragazza, probabilmente non era nemmeno della nostra scuola.
«Lucy! Lucy! Questa la devi proprio vedere!» poi vedendoci gli si smorzò la voce in gola, e con la mano davanti alla bocca, a mo’ di sorpresa, esclamò con la voce un po’ troppo alta, «ma… che state facendo voi due!?» alzando il sopracciglio lasciando intravedere un sorriso ironico.
Era una ragazza minuta, occhi neri, capelli biondo platino a caschetto con una frangia che le copriva la fronte, sembrava uscita da un manga, indossava una canottiera nera dei Rolling Stones, con la caratteristica bocca che fa la linguaccia, che metteva in evidenza la sua pelle bianca. Aveva un enorme tatuaggio a colori, che spuntava da sotto la canottiera, e arrivava fino alla spalla, a forma di tigre. Indossava una gonna di jeans molto corta e degli stivaletti estivi con le borchie che le arrivavano al polpaccio, aveva un look molto rock. Mi fu subito simpatica, inoltre la sua voce leggermente rauca e la sua reazione erano molto sopra le righe. Non era una bellezza mozzafiato, se confrontata a Lucy, ma i suoi lineamenti erano molto aggraziati. Aveva mille braccialetti e collane e anelli di ogni genere su tutte le dita di entrambe le mani.
Lucia, che prima non voleva mollare la presa, appena la vide mi lanciò via con forza mentre in volto le si dipingeva un’espressione di finto stupore. Disse, alzando un po’ troppo il tono di voce, «Ah, Laura, no! Ehm, noi? Ma cosa dici?! Non stavamo facendo niente! Vero, Francesco?!» Appoggiandosi con una mano al muro barcollava ancora vistosamente, portò l’altra al petto come per esprimere la sua innocenza.
Io, invece, non sapendo come reagire, e ancora scosso dall’abbraccio e dalle parole di Lucia, rimasi impietrito, come un gatto di gesso, nella vetrina di un negozio di antiquariato.
Laura era un’amica di Lucia che lavorava da Chiolini in corso Cavour, un negozio di dischi dove Lucia era diventata abbastanza famosa da quando aveva iniziato a cantare, ed era la ragazza del chitarrista del suo gruppo, Jack, un altro personaggio alquanto fuori dagli schemi.
Laura con la faccia di chi non se la beve, mettendo le mani ai fianchi disse, facendomi l’occhiolino, “Certo, certo... abbracciati come due koala, eh? Vi stavo proprio cercando per farvi i miei complimenti, siete in bagno da una vita!» Con un sorriso sarcastico, poi si rivolse a Lucia, «intanto che voi amoreggiavate, iI tuo amichetto, credo Edo, si sta scannando con un altro tipo. E tu, principessa della musica, non vorrai mica perderti lo spettacolo?!»
Lucia era solita dare soprannomi a tutti.
Non aveva ancora finito di parlare che io corsi subito fuori con il cuore in gola. “Edo!” pensai, “non è nuovo a queste scene, poi ultimamente ha particolarmente i nervi tesi per via della storia con i genitori che litigano sempre”.
Lo trovai al centro della piccola piazzetta davanti alla pizzeria, proprio all’incrocio che dava verso piazza Petrarca. Un gruppo di ragazzi si accalcava in un chiassoso pandemonio. Urla e risate si mescolavano in un caos assordante, le ombre distorte dei lampioni danzavano sul selciato.
Al centro del cerchio, Edo e l’altro ragazzo erano in piena lite. Le loro voci si scontravano in un crescendo di eccitazione e cariche di rabbia risuonavano nell’aria. «Adesso io e te sistemiamo questa cosa!» gridò il ragazzo, indicando minacciosamente Edo.
«Non sapevo che fosse la tua ragazza» disse il mio amico, mantenendo una distanza di sicurezza. «Prenditela con lei, si è buttata addosso a me! Alzò le mani, cercando di discolparsi, attirando l’attenzione dei passanti che si affrettavano a passare oltre.
Sentivo il mio battito accelerare, l’adrenalina mi scorreva nelle vene. Dovevo fare qualcosa, ma cosa?
«Se non la smettete subito, chiamo la polizia!» urlò un uomo alle mie spalle, probabilmente un cameriere della pizzeria. La sua voce rimbombò nella piazza.
Detto questo rientrò nel locale.
Tutti si voltarono, increduli, ma prima che chiunque potesse reagire, il ragazzo che prima stava discutendo con Edoardo gli sferrò un pugno fulmineo, colpendolo mentre era distratto.
Proprio in quell’istante arrivò Lucia di corsa, appoggiandosi con le mani alle mie spalle, «Che sta succedendo?» mi chiese.
La piazzetta si ammutolì di colpo al suono secco del pugno. Si sentì uno ‘Squash’ enormemente evidenziato da quel silenzio.
II tempo parve fermarsi, sospeso tra il rumoreggiare dei ragazzi che abbandonavano la piazzetta e il gemito di dolore di Edoardo. Il pugno fu rapido e violento. Ma dal mio punto di vista, fu come se il pugno si muovesse a rallentatore, vidi tutto fotogramma per fotogramma:
gli occhi di Edo si strinsero per il dolore, le labbra si schiusero in una smorfia contorta mentre emetteva un ‘ugh’ soffocato.
Il sangue schizzò via come gocce di rubino, colorando l’aria, e caddero a terra di fianco a lui.
Lucia, che era ancora dietro di me, rimase impietrita, poi nascose il viso dietro alla mia schiena, emettendo un urlo spaventato. A fianco a noi arrivarono di corsa Laura e Jack, con la giacca di Edoardo che avevano recuperato al tavolo.
Jack, con un’aria tranquilla, da ‘ho visto di peggio’, mi disse, togliendosi con calma la sigaretta dalle labbra: «Ti ho portato la giacca del tuo amico! È già finito tutto?»
Jack era energia pura, con i suoi capelli elettrici color corallo e gli occhi che sembravano due laser puntati dritto su di te. Indossava una canotta dei Megadeth attillata e dei pantaloni cargo con grandi tasche laterali. Al collo, aveva una catena da marine americano con tanto di targhetta con il suo nome, mentre ai polsi sfoggiava bracciali di cuoio.
Laura mi diede la giacca nera di Edoardo, poi disse a Lucia, «Noi volevamo andare al locale, che fai? Vieni in macchina con noi?»
Lei che ancora stringeva con le dita le mie spalle, disse con la voce preoccupata, «Non posso adesso, devo pagare in pizzeria, e poi devo vedere come sta Edo!» con la voce ancora un po’ impastata dall’alcol.
C’era un gruppetto della nostra scuola che stava uscendo dalla pizzeria. Affiancandosi a noi uno di loro disse, «Lucy, tranquilla abbiamo sistemato noi in pizzeria.»
La Baroni, sembrando un po’ agitata, mettendo una mano davanti alla bocca nascondendola e abbassando un po’ la voce, aggiunse, «Anzi, ci hanno proprio detto di andare via in fretta!» gesticolando con le mani e guardandosi intorno in modo nervoso.
Subito mi venne in mente quanto Lucia ci sarebbe rimasta male. L’anno scorso ero stato io a rovinare la festa e ora… questo. Certo la sua reazione mi preoccupava, ma adesso avevo questioni più urgenti a cui pensare.
Anche se gran parte dei ragazzi s’era già dileguata, tre di loro, compreso il picchiatore, si aggiravano ancora attorno a Edoardo, che era piegato in due e si reggeva al ginocchio destro con la mano sinistra, con le dita bianche strette attorno alla rotula. La bocca era spalancata in un grido muto, e dal taglio al labbro inferiore colava un filo sottile di sangue che macchiava la sua camicia bianca.
Jack, al mio fianco, mi lanciò uno sguardo che diceva tutto: sapeva già cosa sarebbe successo. «Tu pensa a quello davanti a Edo, penserò io al resto, ok?» gesticolò come Trapattoni ai mondiali 2002.
A un certo punto, fui folgorato da un’idea e tirai fuori il telefono dalla tasca. Cercando l’ispirazione, in modo un po’ confuso, i miei occhi, quasi per caso, incrociarono l’icona di TikTok. In quel momento seppi cosa fare.
Il cuore mi batteva all’impazzata per l’agitazione. Con un gesto rapido, avviai la registrazione e puntando la telecamera verso il gruppo di ragazzi, urlai: «Ehi ragazzi, state facendo una diretta su TikTok!» Poi, con la voce tremante ma decisa, aggiunsi: «Se non vi fermate, l’intera scuola vedrà cosa state combinando!»
Il gruppo di ragazzi si bloccò e i loro sguardi si incrociarono, incerti. Il ragazzo che aveva tirato il pugno, in particolare, sembrò innervosirsi. Il suo sguardo saltellava tra il mio volto e il telefono. Alla fine, spazientito, sbottò: «Ma che stai dicendo?» e cercò di strapparmi il telefono di mano con una manata, avvicinandosi minacciosamente.
«Ultimo avvertimento!» dissi, cercando di mantenere la calma. «O ve ne andate, o parte la diretta! Non sto scherzando!»
In quel momento, Jack, che era ancora lì accanto a me, con la sua solita calma apparente, con un movimento rapido, gli afferrò il polso torcendolo, facendolo urlare dal dolore. «Lascialo stare!» gli intimò con voce roca. «E andatevene, o ti faccio a pezzi il braccio!»
Il gruppo di ragazzi, intimidito dalla reazione di Jack, indietreggiò lentamente. Il picchiatore, con il braccio dolorante, si allontanò insieme agli altri, borbottando qualche imprecazione.
lo, ancora scosso, mi avvicinai a Edoardo che si teneva la guancia con la mano. «Stai bene?» gli chiesi, preoccupato.
Edoardo annuì con la testa, ma il suo viso era pallido. «Taglio a parte, sembra che mi dondoli un dente» disse, facendo una smorfia di dolore, con il respiro un po’ affannato.
Lucia, che aveva assistito alla scena alle mie spalle, gli si avvicinò di corsa. «Edoardo, ti prego, dimmi che stai bene! Mi vuoi spiegare che cosa è successo?»
lo ero perso nei miei pensieri, ancora sorpreso da quello che avevo appena fatto. «Non ci posso credere» balbettai, «Ho solo finto di fare una diretta su TikTok e loro se la sono bevuta!»
Lucia, accanto a Edo che ormai s’era seduto per terra, mi guardò con un misto di incredulità e ammirazione. «Ma dai, quando hai detto quella roba su TikTok non ci credevo proprio! Cioè, tu che non posti mai una foto... come cavolo ti è venuta?» rise, anche se si vedeva che era tesa. «Sei stato un genio!»
«Non lo so» confessai, inorgoglito dal complimento di Lucia, arrossendo. «È stata un’idea improvvisa! Non ho nemmeno l’account di TikTok! È preinstallato sul telefono e non l’ho mai nemmeno aperto!» In quel preciso istante, una strana voce risuonò nella mia testa: “E mi raccomando, fai la cosa giusta, so che ne sei capace”. Un brivido mi percorse la schiena.
Possibile che fosse questo il senso delle parole di Sofia, pronunciate con tanta naturalezza prima della pizzeria? Era già la seconda volta che qualcosa detto da lei mi tornava in mente, cominciando a turbarmi profondamente.
Edoardo mi sorrise a sua volta. «Beh, a quanto pare, sei un influencer nato!» scherzò, cercando di alleggerire l’atmosfera.
«Non scherzare» sbottò Lucia, preoccupata. «Edoardo, hai bisogno di andare al pronto soccorso!»
lo mi voltai verso Jack e, facendogli il pollice in su, gli dissi: «Grazie mille, Jack, te ne devo una!»
Jack, accendendosi un’altra sigaretta, rispose: «Non c’è di che, amico. Ma la prossima volta, prova a risolvere i problemi senza usare il telefono» scherzando e facendomi l’occhiolino.
«Grazie, Lucia, ma non preoccuparti» assicurò Edoardo, preso dall’orgoglio, con voce ferma. Cercò di nascondere il dolore, senza guardare Lucia. «Non è necessario, è solo un taglietto!»
Poi si voltò verso di me e con uno sguardo che diceva più di mille parole, mi fece segno di aiutarlo. «Fra, mi dai una mano ad alzarmi?»
Mi avvicinai dandogli la mano che afferrò, e lo aiutai a sollevarsi in piedi.
Jack, ormai al limite della pazienza, si rivolse a tutti noi, mettendo un braccio intorno al collo di Laura che, per tutto il tempo, non si era mossa di un centimetro, continuando a guardarlo con quel suo sorriso. «Beh ragazzi, direi che è ora di andare al locale, si sta facendo davvero tardi!» Poi rivolgendosi a Lucia, chiese: «Vieni in macchina con noi o vai con Edoardo?»
Lei, probabilmente offesa dal comportamento insensato di Edoardo, rispose: «Forse è meglio che venga in macchina con te e Laura!»
Poi guardandomi negli occhi mentre si alzava ancora un po’ malferma sulle gambe, con un’espressione triste, aggiunse: «Ci vediamo dopo, sperando, questa volta, di poter festeggiare il mio compleanno prima che finisca la serata...» Il suo sorriso ironico diceva tutto.
In breve tempo se ne andarono tutti, lasciando me ed Edoardo da soli. Ce la faceva benissimo a camminare, anche se si vedeva che aveva molto male alla guancia. Ci incamminammo silenziosi verso la buca per prendere la macchina.
Comunque la serata doveva continuare!