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Nel bagno della pizzeria con Lucia
«Chi sono?» mi sussurrò all’orecchio, la voce velata dall’alcol. Le sue mani, calde e tremanti, mi coprivano gli occhi e il suo corpo era così vicino che sentivo il battito accelerato del suo cuore. La situazione era surreale e mi sentivo a disagio; capii subito che era ubriaca. Il caldo della serata estiva sembrò intensificarsi. Era chiaro che aveva bevuto parecchio; non l’avevo mai vista in quello stato. Di solito, dopo la pizzeria, andavamo al social bistrot dove lei si esibiva con la sua band. Come avrebbe fatto in quelle condizioni? Chissà da quanto tempo aveva iniziato a bere?
Stavo per voltarmi quando inciampò, cadendomi addosso. Aggrappandosi a me, il suo corpo si premette contro il mio e sentii il tocco morbido del suo seno sulla mia schiena. Sorpreso e disorientato, rimasi immobile. Poi mi strinse in un abbraccio, scoppiando a ridere. Tra una risata e l’altra, cercò di scusarsi, senza però lasciarmi andare.
Due amiche la soccorsero, dandomi la possibilità di girarmi e guardarla. Indossava un completo avorio che la rendeva provocante. Il top senza spalline metteva in risalto le clavicole e le spalle, e il suo seno, con cui avevo avuto un incontro ravvicinato. La gonna corta, dello stesso colore, sottolineava i suoi fianchi. Al collo, una lunga collana di perle bianche avvolgeva il suo décolleté, con un pendente di pietra verde che catturava la poca luce del porticato. Era elegante e sofisticata, un modo di vestire che non le avevo mai visto e che mi sorprese.
Si sistemò il top, che le si era abbassato a causa del contatto di poco prima. I capelli, di solito sciolti e ondulati, erano lisci e raccolti in una coda. Era una visione! Sentii il viso avvampare dallo stupore e i miei occhi si dilatarono tanto che lei arrossì di rimando. Pensai al confronto con Sofia, vista poco prima, senza trucco e trascurata: due bellezze diverse, una naturale e l’altra più ricercata. Mi chiesi quanto tempo avesse impiegato Lucia a prepararsi. Le parole di Sofia, “Quando sarai pronto, la ragazza giusta arriverà”, mi echeggiarono nella mente. Ma non era il momento di pensarci: era una serata speciale, e volevo solo stare con Lucia e divertirmi.
Le sue amiche, tra cui mi sembrava di riconoscere una certa Baroni, mi accolsero con un’occhiata di sfida.
La Baroni mi squadrò dalla testa ai piedi prima di lanciarmi una battuta sarcastica: «Hey Villa, ti godi lo spettacolo!?»
Lucia mi prese per il braccio e mi trascinò via, evitando qualsiasi confronto. Avvolgendomi con il suo profumo dolce, mi chiese, fingendosi arrabbiata: «Che fine hai fatto? Non ti avevo chiesto di essere puntuale?»
Cercai di scusarmi, ma lei mi zittì con un dito sulle labbra: «Dai, aiutami! Andiamo di sopra a festeggiare! Oggi è il mio compleanno e comando io!» disse raggiante e un po’ instabile sulle gambe. Era molto disinibita, e mi piaceva il suo modo di fare, soprattutto con quel vestito provocante.
Entrammo in pizzeria, a braccetto. L’ingresso stretto ci avvolse in un caldo abbraccio di profumi familiari: pizza appena sfornata, basilico fresco e aglio dorato. Le scale, di fronte alla porta, ci invitavano a salire, ma i nostri occhi erano attratti dalle foto di Giulio, il vecchio proprietario, appese alle pareti. C’era un caos pazzesco all’ingresso. Nonostante le restrizioni post-Covid, la gente faceva la fila come ai vecchi tempi.
Lucia si fermò, con un’espressione divertita. «Voi andate pure avanti» disse alle amiche, «io devo andare in bagno. Francesco, mi accompagni?»
Rimasi perplesso. «Ma perché proprio io?» dissi. «Di solito le ragazze non vanno insieme in bagno?»
Lei sorrise, con lo sguardo di chi ha un piano, e mi trascinò via. «Non fare storie!» disse, ribadendo le parole di poco prima: «Oggi è il mio compleanno e comando io. Voi andate pure...» disse alla Baroni e all’altra ragazza, agitando la mano.
Loro si guardarono come se sapessero qualcosa che mi sfuggiva e, ridendo, salirono le scale.
Il bagno era in un angolo remoto della sala. Per raggiungerlo, dovevamo passare davanti al bancone della cucina, con le scatole della pizza impilate.
«Francesco, posso chiederti una cosa?» mi disse Lucia. «Sai, prima di vederti stavo cercando Sofia...» Sottolineò il nome della sorella con aria sospettosa. «Stamattina a casa mia, prima di venire da te al McDonald’s, mi ha portato il suo regalo, questa collana di perle» me la mostrò, «avvolta in una sciarpa azzurra. Mi ha detto che ci saremmo riviste stasera, ma non mi ha detto dove...» Fece una pausa. «Lo so che sembra strano, ma tu l’hai vista per caso? Non ti preoccupare, non è per metterti in imbarazzo» concluse con un sorriso nervoso. «È proprio strana, vero? Tu non la conosci, non puoi capire.»
«Sì, l’ho vista. Era seduta tutta sola proprio dove mi hai visto tu. Mi ha detto una frase strana che non ho capito, poi mi ha detto che questa festa era per noi giovani e se n’è andata… Ah, giusto!» mi battei il palmo sulla fronte. «Mi ha anche detto: saluta la mia sorellina. Hai ragione, è proprio strana!» Dissi, improvvisamente nervoso, sentendomi sotto interrogatorio.
Lei si bloccò, guardandomi fissa negli occhi mentre eravamo ancora a braccetto, davanti al bancone della cucina, con i camerieri che correvano avanti e indietro. «Come l’hai vista?» chiese, con tono alterato. «Ma vi siete dati appuntamento?» chiese, con tono acido.
Mi divincolai dal suo braccio. «Lucia, ma che dici?» dissi, dichiarando la mia innocenza. «Come avremmo potuto? Non ho il suo numero! L’ho vista per la prima volta stamattina, ricordi?» Non sapevo perché mi stessi scusando. Il suo tono era strano.
Sembrò contenta della mia risposta, poi, con un sorriso amichevole, mi riprese sotto braccio e continuammo a camminare. Il suo modo di fare era indecifrabile. La conoscevo da una vita, ma non l’avevo mai vista così spregiudicata.
Il bagno era uno spettacolo desolante: un lavandino guasto al centro, due porte per le latrine e un cartello che avvertiva che un servizio era inutilizzabile. Una terza stanza senza porta era lo sgabuzzino. L’aria era irrespirabile.
Entrati in bagno, lei si avvicinò allo specchio, persa nella sua immagine. Io mi appoggiai al muro, osservandola con le mani in tasca. Tra noi c’era un abisso. Lei elegantissima e bellissima, io un disastro: jeans sbiaditi, camicia stropicciata e vecchie Adidas grigie. Almeno mi ero pettinato e profumato.
Sciogliendosi i capelli, iniziò a canticchiare. Le sue labbra si muovevano su una melodia senza nome, che sembrava un dialogo interiore. «Vediamo cosa ci riserva questa sera» mormorava, con gli occhi persi nel riflesso. «Che è cominciata con un desiderio di vivere le cose che verranno, connessi con respiro e senza troppo affanno, prendendo esempio da quelli che sanno, da quelli che non parlano ma fanno...»
Riconobbi la canzone di Jovanotti, anche se non ricordavo il titolo.
Io, appoggiato al muro, dissi: «Lucy, ehm... cioè, non so come dirlo, ma sei bellissima stasera! Davvero! Non ti ho mai vista così elegante! Che stai canticchiando? Mi sembra di conoscerla quella canzone…»
Con un sorriso ironico, mi rispose. «Senti un po’, quante volte devo dirtelo? Devi chiamarmi Lucia, non Lucy!» alzando gli occhi al cielo in modo teatrale. «Lo sai che mi dà sui nervi quando lo fai!» borbottò.
«Ma se ti chiamano tutti Lucy, anche i tuoi!» dissi.
Lei mi puntò l’indice al volto, ammiccando. «Sì, ma tu non sei tutti!»
Finito di aggiustarsi i capelli, barcollò verso di me, un po’ per l’alcol, un po’ per i tacchi vertiginosi. Si fermò a pochi passi, evitando il mio sguardo. «Ti ricordi quando ho festeggiato il compleanno in prima media? Ero strafelice, avevo invitato tutti i miei compagni. Ma alla fine, solo tu sei venuto. Ricordi quella pizzeria? È stato un po’ imbarazzante, ma in realtà è stato anche figo, vero?»
«Sì!» come potevo dimenticare, era stata una bellissima serata! «Ricordo perfettamente: dopo la pizzeria, andammo alla fiera. Era ancora nel vecchio posto, e i nostri genitori ci accompagnarono sulle giostre. Tu mi offristi un sacco di giri, e poi il gelato!» Sorrisi al ricordo. «Eri così triste che nessuno fosse venuto al tuo compleanno, ma alla fine ci divertimmo comunque!»
«Ecco appunto» disse, improvvisamente impacciata. «Tu per me ci sei sempre stato, anche nei momenti più bui. Tipo, quando eri giù di corda per tua madre? Ma lo stesso, mi stavi ad ascoltare, anche quando parlavo per ore. Anche quando ero paranoica. Hai sempre trovato il tempo per me.» Stava martoriando quella povera collana, mi sembrava un po’ strana, probabilmente era l’alcol a parlare. Poi continuò, «Anche quando, l’anno scorso a Natale, sono caduta sul ghiaccio in Piazza Vittoria. Che figura di merda!» La voce le si incrinò, per l’emozione. «Fosti tu a chiamare la Croce Rossa e a stare con me tutto il tempo al Pronto Soccorso. Nessuno è venuto con noi, nemmeno Edo» mi disse, finalmente guardandomi. «Ti cercano solo per far festa, ma quando hai bisogno di loro spariscono. Tu, invece, ci sei sempre per gli altri… e soprattutto per me!» Distolse lo sguardo. «È questo che mi piace di te, sai?»
Di solito per guardarla dovevo abbassare gli occhi, ma stasera eravamo alti uguali. Ero molto imbarazzato dalla sua confessione, così risposi sminuendo la cosa. «Mai dai Lu...»
Lei mi fece cenno del pugno, intimandomi di non sbagliare nome, anche se si vedeva che stava scherzando.
Alzai i palmi, in segno di resa, poi continuai, «Lucia» stando attento a non sbagliare nome, «come facevo a lasciarti lì, stavi urlando come se ti fossi rotta un ginocchio, e alla fine non ti eri fatta nulla!» Scoppiai a ridere, «come quella volta al parco, da piccoli, che sei andata, a sbattere contro all’albero con la bici!» ero piegato in due dal ridere!
Stava ridendo anche lei, poi fece per darmi uno schiaffo alla spalla, quando perse l’equilibrio, cadendomi addosso, di nuovo. Sentii i suoi capelli profumati sfiorarmi il viso mentre le braccia mi cingevano al collo, e il peso del suo corpo mentre si abbandonava tra le mie braccia. La risata le si spense in gola, e affondando la sua testa sulla mia spalla, sussurrò: «Promettimelo! Tu ci sarai sempre, a prendermi quando sto per cadere.»
Mi venne spontaneo ricambiare l’abbraccio.
Eravamo ancora abbracciati, quando proprio in quel momento sentii una voce femminile urlare il suo nome fuori dal bagno, si stava avvicinando di corsa e non volevo che ci vedesse così, ma Lucia non mollava la presa. Entrò di corsa nel bagno rimanendo impietrita nel vederci, non sapevo nemmeno chi fosse quella ragazza, probabilmente non era nemmeno della nostra scuola.