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Andiamo in Pizzeria
Non aspettai la risposta di Edoardo e mi allontanai dalla macchina, dirigendomi verso l’uscita del parcheggio. Lui mi seguì, ancora impegnato nella sua conversazione con la Marini. L’atmosfera era vivace e romantica, con coppie abbracciate e gruppi di amici che ridevano. Io, solo, con le mani in tasca, mi sentivo uno spettatore silenzioso. All’improvviso, un pensiero mi colpì: a Edo piaceva Lucia. Mi chiesi come sarebbe cambiato il nostro rapporto.
Camminavamo in silenzio, interrotto solo dal rumore dei nostri passi e dal vociare intorno a noi. Finalmente, la pizzeria si materializzò alla nostra sinistra, con il solito caos di auto parcheggiate e i tavoli esterni, sotto i tendoni beige con la scritta "da Giulio", pieni di gente. L’aria profumava di pizza appena sfornata.
Edo mi affiancò, posandomi una mano sulla spalla: «Fra, ho bisogno di una risposta chiara. Voglio fare il prossimo passo con Lucia, ma voglio sapere se sei interessato anche tu a lei.»
Le sue parole mi colpirono. Dietro di lui, la pizzeria brulicava di gente, ma il mio sguardo fu attratto da una strana luce sotto i tendoni.
«Hai capito?» insistette Edo, scuotendomi.
Annuì, cercando di mostrargli che stavo riflettendo. «Ho bisogno di tempo» risposi.
Lui sbuffò, tolse la mano dalla mia spalla e annuì, allontanandosi. «Tu intanto sali, ci vediamo dopo. Devo controllare una cosa» dissi.
Lui scomparve nella pizzeria, scuotendo la testa. Dal piano di sopra, le voci dei nostri amici gridavano «Lucy, Lucy, Lucy!.»
Dovevo scoprire l’origine di quella luce. Una voce nella mia testa mi urlava “SBRIGATI”. Era un’allucinazione? L’istinto mi spinse ad avvicinarmi. Più mi avvicinavo, più la luce si affievoliva, rivelando la sagoma di una ragazza seduta in disparte. Il caos intorno a me svaniva a pochi passi da lei, che sembrava immersa in un silenzio assoluto, come se fosse in una libreria vuota.
Era Sofia. Seduta su una sedia in un angolo buio dell’atrio, con le gambe accavallate e lo sguardo perso nel vuoto. Indossava gli stessi pantaloni marroni, le vecchie scarpe da ginnastica e la canottiera verde della mattina. I lunghi capelli castani erano raccolti con uno strano fermaglio color ottone. Al polso portava solo il bracciale nero con la pietra azzurra. Era di una bellezza sconvolgente.
Mi avvicinai, sperando che non scomparisse. Lei si voltò, avvertendo la mia presenza, e scoppiò in una fragorosa risata. Mi guardò e, in quell’istante, il mondo intorno a me si offuscò. La discussione con Edo, Lucia, tutto svanì. I suoi occhi verdi erano abissi liquidi.
Rimase in silenzio, con un’espressione interrogativa.
«Buonasera, che ci fai qui tutta sola?» balbettai.
Si alzò lentamente, si spazzolò i pantaloni e si avvicinò. Un profumo di sandalo si mescolava all’odore di sigaretta e smog. «Buonasera» rispose con voce melodiosa, «mi godevo un po’ di pace. E tu? Perché non sei in pizzeria a festeggiare Lucia? Qualcuno ti ha detto dov’ero?» chiese tutto d’un fiato.
«Ti ho vista, tutta sola, e ho pensato di venirti a salutare.» La mia voce era più decisa del solito.
Le sue labbra si incurvarono in un sorriso. «Conosci quel vecchio detto? ‘Quando l’allievo è pronto, il maestro arriva’» iniziò, posando una mano sul mio avambraccio. «Beh, si potrebbe adattare ad ogni cosa... tipo, quando uno è pronto, la ragazza giusta arriva...»
«Non ti seguo, Sofia» replicai, pentendomene subito.
Lei non replicò, i suoi occhi esprimevano comprensione. «Cosa vuoi dire?» Rimase calma e paziente. «Nessuno è obbligato a fare nulla che non voglia. Basta essere sinceri con sé stessi e con gli altri. L’errore più grande è rimanere fermi senza fare nulla.» Le sue parole suonavano come una verità scolpita nella roccia. «Adesso dovresti andare» disse.
«Ma…? Non sali?» chiesi.
Sorrise e, guardando l’orologio, disse: «Devo fare una cosa, e sono già in ritardo. Questa festa è solo per voi ragazzi... Forse ci vediamo dopo...» Mi diede due baci sulle guance e, appoggiando la mano sul mio petto, aggiunse: «Ah, e stasera, fai la cosa giusta, mi raccomando! So che ne sei capace!»
Cosa intendesse per “cosa giusta” rimaneva un enigma. Senza aggiungere altro, si girò per andarsene.
Le afferrai il gomito. «Sofia, stasera ho visto qualcosa di strano, volevo parlartene...»
Girò la testa, con il suo solito sorriso, «Non stasera. Saluta la mia sorellina. Buonanotte Francesco.»
«Buonanotte anche a te» sussurrai, liberando il suo gomito.
Se ne andò, lasciandomi vuoto e disorientato. Un nodo mi strinse la gola. Proprio mentre mi decidevo a salire, sentii due mani coprirmi gli occhi e una voce femminile, chiaramente alterata dall’alcol, mi disse:
«Indovina chi sono?»