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← L'estate in cui conobbi Sofia

Creato il 30/05/2026, 15:29 · Aggiornato il 30/05/2026, 15:30

Capitolo 20: XIX

@bergadavideDavide
AdolescentiCompleta

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Alla Festa della Birra

Ero in macchina, sul sedile posteriore. Laura era davanti, con Edo alla guida. L’abitacolo era impregnato di un forte odore di vaniglia, il suo profumo inconfondibile, che si mescolava all’odore acre del fumo di sigaretta.

Il tragitto verso Lardirago durava una quindicina di minuti, ma con Laura in modalità schiacciasassi sembravano un’eternità.

«Allora, Ciccio» iniziò Laura, voltandosi tra i sedili con un sorriso che non prometteva niente di buono, «raccontami di questa intensa conversazione con la sorellina di Lucy. Ricette vegane? Consigli per lo smalto? O qualcosa di più… interessante?» Il suo tono sottolineava l’ultima parola con una punta di sarcasmo.

“Ci risiamo”, pensai. «Niente di che, non la conosci, parla sempre in modo… complicato» risposi, evitando il suo sguardo indagatore, mentre Edo era fisso sulla strada.

«Ma dai... andiamo!» sbottò Laura, dandomi un colpetto secco sul braccio e girandosi quasi completamente. «Lucy mi ha detto che sembravi… imbambolato. Cos’è, adesso non mi dirai che è la tua guru?» fece, mimando le virgolette con le dita e alzando un sopracciglio. Poi, con un cambio di tono improvviso, si voltò verso Edoardo, appoggiandogli una mano, quasi con noncuranza, sul braccio. «E tu, Edino mio? Tutto bene? Hai una faccia… Non starai mica soffrendo perché Lucy ha occhi solo per il suo Francesco?»

Edoardo tossicchiò, arrossendo. «Ma no! Sono solo stanco» balbettò, senza guardarla.

«Stanco?» rise Laura, con un’aria di sufficienza. Poi, abbassò la voce in un sussurro mellifluo. «Ma non dicevi di avere un appuntamento stasera?» ribadendo ciò che aveva chiesto prima, e ridendo sotto i baffi. «Magari, una volta, ce la presenti e usciamo tutti insieme: io, te, Jack… e magari anche Fra’ e Lucy. Un bel quadretto, non trovi?» Gli strinse il braccio e gli passò una mano tra i capelli, scompigliandoglieli.

Edoardo deglutì a fatica. Lo vidi irrigidirsi. «Non c’è più nessuna, ho lasciato Caterina giusto ieri sera» mormorò, con la voce appena percettibile.

«Ah, ma davvero?» insistette Laura, con il sorriso che le arrivava agli occhi. «Caterina, mi sembrava una tipetta carina proprio adatta a te...»

Sentendomi a disagio per lui, intervenni. «Laura, dai non mettere il dito nella piaga» le chiesi, in difesa del mio amico.

Laura mi guardò, sorpresa dalla mia risposta. «Oh, ma bravo il mio Ciccio, vedo che anche gli amici si sostengono ogni tanto, anche se qualche volta gli piace la stessa ragazza!»

Con quella allusione non proprio velata a Lucia, Edoardo, finalmente, prese il coraggio di intervenire. «No, davvero» disse, con voce più ferma. «Caterina non era decisamente il mio tipo, a me piacciono le ragazze più grandi e più dirette, magari a cui piace vestire rock’n’roll…» Lasciò un forte sottinteso nel silenzio che calò improvvisamente nell’abitacolo, pesante come piombo.

Laura ritirò la mano dal braccio di Edoardo, voltandosi di nuovo in avanti e sciogliendosi i capelli con un gesto teatrale.

Colpita e affondata”, pensai.

Il resto del viaggio fu silenzioso, la tensione palpabile. Io, dal canto mio, non vedevo l’ora di arrivare e di vedere Lucia, mentre il profumo di vaniglia di Laura mi stava già dando alla nausea.

Dalla strada provinciale entrammo nella rotonda di Lardirago, e apparve alla nostra visita il Castello. Non un maestoso maniero, ma piuttosto una robusta casa di campagna fortificata. Le mura color ocra, segnate dal tempo, si stagliavano contro il cielo serale, con la torre quadrangolare che si ergeva a un lato. Non era un castello da fiaba, con torri aguzze e bandiere al vento, ma un edificio solido e pragmatico, che trasudava una certa aria di abbandono. La Festa della Birra era allestita nella campagna immediatamente a fianco al castello. Il che era un bene, perché così non era difficile trovare parcheggio.

Scendendo dall’auto respirai a pieni polmoni l’aria frizzante della sera, impregnata di profumi di luppolo, di cibo grigliato e di musica che arrivava in lontananza. Il castello, con le sue mura illuminate da fari che ne accentuavano le imperfezioni e la patina del tempo, faceva da suggestiva cornice alla festa.

La prima cosa che feci fu quella di chiamare Lucia. Il telefono squillò solo un paio di volte, probabilmente stava aspettando la mia chiamata.

«Ciao piccola» mi venne di getto il nomignolo senza cercarlo ma a lei piacque.

«Ciao Amo’» rispose al settimo cielo, i nostri nomignoli da fidanzati stavano nascendo e quella cosa mi scaldò stranamente il cuore, dopo la giornata intensa che avevo vissuto senza di lei e, ammettiamolo, anche dopo il viaggio in macchina a subire gli attacchi seppur in chiave ironica ma pesanti della sua amica Laura.

Con la scusa della chiamata, mi allontanai da Laura e Edoardo, dicendo loro che avrei raggiunto Lucia. Mentre mi dirigevo verso l’area della festa, mi voltai un’ultima volta e li vidi.

Laura camminava a braccetto con Edoardo, che sembrava totalmente rapito dalla sua conversazione. Laura gesticolava e rideva, mentre Edoardo annuiva e le sorrideva, con uno sguardo che tradiva una certa soggezione.

Una crescente preoccupazione mi assali. Osservando la scena, non potevo fare a meno di pensare a Jack. Se solo avesse avuto il minimo sospetto di quella vicinanza, sarebbero stati guai seri. Edoardo era un amico, e non volevo vederlo coinvolto in una situazione del genere.

«Che carino il ‘piccola’» la voce di Lucia era un raggio di sole. «da dove ti è uscito?» chiese, confermando che il nomignolo le piaceva.

«M’è venuto così…» risposi vago, ma era la verità. «Dove sei di preciso?» domandai, guardandomi intorno.

«Sono all’ingresso, vicino alla biglietteria» mi spiegò. «C’è una stradina sterrata che scende un po’ tra le case, proprio accanto al castello. Non puoi sbagliare.»

«Perfetto, ti raggiungo subito» risposi, chiudendo la chiamata e dirigendomi verso il punto indicato.

La sua voce era allegra, quasi un raggio di sole. Ma subito dopo, un pensiero mi trapassò la mente: e se fosse stata ancora arrabbiata per via della discussione a casa sua? Mi venne una sorta di stretta allo stomaco. E se mi avesse chiesto di Sofia? Sapendo, magari proprio da lei, che ci eravamo visti nel pomeriggio? Sofia oggi non aveva mai nemmeno una volta menzionato sua sorella… un dettaglio che ora, improvvisamente, mi sembrava tutt’altro che insignificante. Forse era stato meglio così, ma ora questa omissione mi metteva una certa ansia.

Mentre mi avvicinavo all’ingresso, continuavo a ripensare a Sofia e a Lucia, sperando che non ci fossero malintesi o situazioni spiacevoli. E poi, la vidi. Lucia era lì, appoggiata al banchetto, illuminata dalle luci colorate della festa. I suoi capelli erano sciolti, liberi di ondeggiare nella brezza leggera, e i suoi occhi verdi brillavano di una luce intensa, diversa da quella più profonda e ipnotica di Sofia, ma altrettanto affascinante.

Indossava un paio di jeans aderenti che le slanciavano le gambe, scarpe da ginnastica comode e una maglietta larga con l’immagine di Patty Smith. Sembrava radiosa, felice di vedermi. Non appena mi vide, mi corse incontro e mi saltò letteralmente addosso, stringendomi in un abbraccio caloroso e baciandomi con passione.

Per un attimo, tutte le mie preoccupazioni svanirono. Ricambiai I’abbraccio e il bacio, lasciando andare le cose come venivano, godendomi quel momento di pura felicità,

Non ci muovemmo da quel posto, scambiandoci effusioni, come se fosse da una vita che non ci vedevamo. Lucia sembrava davvero di buon umore e non fece alcun accenno alla discussione precedente né a Sofia. Ma poi, mentre stavamo passeggiando tra gli stand, mi chiese con naturalezza: «Cos’hai fatto di bello questo pomeriggio?»

Sentii un nodo allo stomaco. “Ok, ẻ il momento di dirglielo”, pensai. “Però non voglio rovinare la serata, con il concerto che sta per iniziare”. Così, sforzandomi di mantenere un tono il più naturale possibile, risposi: «Niente di speciale, in realtà. Ho fatto un turno al Mc, il solito. Poi il viaggio in macchina è stato un po’ pesante, con Laura ed Edo che…» mi fermai un attimo, cercando le parole giuste, colto da un’improvvisa illuminazione. «Diciamo che sono stati molto… vicini.» Lanciai uno sguardo a Lucia, cercando di capire la sua reazione. «Tu cosa ne pensi?» aggiunsi, con una certa leggera esitazione nella voce.

Lucia mi guardò con un’espressione che si oscurò leggermente, dando ragione alla mia preoccupazione. «Oh, ne abbiamo già parlato Laura ed io» rispose semplicemente, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. «Penso che a lei piaccia davvero Edo. La vedo molto più serena e spensierata quando è con lui. Sai» continuò, abbassando leggermente la voce, «ultimamente Jack è stato un po’ pesante… non so, c’è qualcosa che non va tra loro, da un po’ di tempo.»

Proprio in quel momento, Lucia estrasse il telefono dalla tasca. «Accidenti, si sta facendo tardi devo scappare ‘Amo’!» disse, rivolgendosi a me.

Mentre controllavo l’ora sul mio telefono, notai Edo e Laura che si avvicinavano, ancora a braccetto. A differenza di Edo, che sembrava piuttosto a disagio e guardava Lucia con una certa apprensione, Laura non mostrava alcuna preoccupazione. Anzi, sembrava quasi divertita dalla situazione.

Le ragazze si salutarono con un abbraccio caloroso e qualche chiacchiera veloce, poi, prima di allontanarsi sempre a braccetto, Lucia si sporse verso di me e mi diede un rapido bacio sulla guancia.

«Ti guarderò dal palco, non nasconderti!» mi disse con un sorriso che mi arrivò dritto al cuore.

Laura, invece, lanciando uno sguardo ironico nella nostra direzione, mentre si allontanava abbracciata a Lucia, ci salutò con un sorriso malizioso. «Ciao ciccio! Ciao Edino!»

Lucia le diede un leggero buffetto sulla spalla, ridendo, e poi si allontanarono definitivamente, lasciando me ed Edo soli.

Il silenzio che seguì la loro partenza fu denso di imbarazzo. Lo sguardo di Edo vagava ovunque tranne che su di me, le mani che si agitavano nervosamente. All’improvviso, Edo tirò fuori un pacchetto di sigarette dalla tasca, ne estrasse una con un gesto quasi automatico e l’accese con uno Zippo. Aspirò profondamente il fumo, poi, senza guardarmi, disse con voce roca: «Ho bisogno di una birra» incamminandosi verso un stand di un birrificio, il più vicino.

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