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Nel deserto
Sofia mi guardò con i suoi occhi verdi, profondi e penetranti, erano come smeraldo fuso e mi avvolsero nel loro incantesimo. Un leggero sorriso increspò le sue labbra carnose. Sistemò con cura una ciocca di capelli neri lucenti dietro a un orecchio, e mi appoggiò una mano sulla spalla. «Francesco» la sua voce era melodiosa e penetrante, ma appena sussurrata, «Hai sentito il mio richiamo, sei davvero ben instradato nel tuo percorso, possiedi una grande apertura di cuore, questo ti conferisce una sensibilità unica!»
Poi, senza aggiungere altro, mi avvolse in un abbraccio inaspettato. Il suo corpo era leggero, i suoi abiti di lino morbidi come seta. Per un istante, sentii il suo classico profumo di sandalo e incenso, dolce e leggero che si propagava dalla sua intera figura. Era un abbraccio caldo e avvolgente, ma allo stesso tempo aveva un non so che di sacro.
Dal mio cuore si propagò una calma crescente, come se una pesante coperta di lana grezza mi fosse stata delicatamente posata sulle spalle. Era un sollievo simile a quello che si prova quando, dopo essere stati esposti al vento gelido che taglia la faccia in pieno inverno, si entra in una stanza calda e ci si avvolge in una coperta. Sentii il peso confortante del tessuto che si adagiava su di me, avvolgendomi in un bozzolo di calore che mi proteggeva dal ricordo del freddo. Una sensazione di pace mi travolse.
Quel contatto, ne fui subito consapevole, era qualcosa di più di un semplice abbraccio.
Con gli occhi ancora fissi nei suoi mormorai, con la voce rotta dall’emozione, «Un tuo allievo mi ha detto che devi partire… credo fosse quello.» Indicai Marco seduto sulla stuoia poco distante. «Perché non me ne hai parlato prima?»
Non provavo rabbia né delusione, ma un forte senso di perdita. Avevo paura che, senza di lei, sarei tornato alla tristezza di sempre, quella che stavo iniziando a lasciarmi alle spalle solo da pochi giorni, e solo dopo il nostro incontro al McDonald’s.
Sofia si limitò ad annuire, i suoi occhi esprimevano una profonda comprensione del mio stato emotivo. «Non sei solo Francesco. Il nostro legame è più forte di ogni distanza. Ma devi imparare ad attingere dalla forza che è dentro di te, e solo tu puoi compiere il tuo destino.»
Poi facendomi segno di seguirla, si voltò verso il laghetto, con lo sguardo perso all’orizzonte, come se stesse già pensando al suo imminente viaggio.
Il silenzio calò sul gruppo, interrotto solo dal leggero fruscio delle foglie e dal nitrito lontano dei cavalli. La seguii, raggiungendo gli altri tre che nel frattempo si erano disposti in cerchio su una stuoia di fronte all’acqua. Mentre mi sedevo anch’io, una strana sensazione di appartenenza mi pervase, come se fossi tornato a casa dopo un lungo viaggio. Il sorriso radioso di Sole, i suoi occhi azzurri che sembravano darmi il benvenuto, il suo leggero vestito color carta da zucchero, e i capelli biondi che le incorniciavano il viso, mi confortarono.
«Benvenuto» disse solamente, appoggiandomi una mano sull’avambraccio mentre mi sedevo al suo fianco.
Anche gli altri due uomini mi accolsero con sguardi bonari. Nonostante il caldo opprimente e le zanzare insistenti, mi sentii a mio agio in quel cerchio. Sofia ruppe il silenzio, abbracciandoci tutti con lo sguardo.
La sua voce, melodiosa e cristallina, era un sussurro, ma chiaramente udibile da ognuno di noi. «Come sapete» iniziò, con un velo di tristezza nella voce, «sono chiamata a intraprendere un nuovo viaggio. Una prova mi attende nel deserto, un luogo di silenzio e immensità, dove il mio percorso evolutivo richiede un passaggio necessario. Lì, in solitudine, mi libererò da ciò che mi lega al passato e affronterò ciò che è necessario affrontare. Sarà un’immersione nel fuoco interiore, una purificazione che mi condurrà a una nuova comprensione, a una nuova fase del mio cammino.» Si fermò un istante, il suo sguardo ora fisso nel vuoto, ma con una intensità quasi palpabile, poi riprese, «Questo è un momento di transizione, per me, ma anche per tutti noi. Il cammino spirituale è una continua trasformazione, una danza tra l’ombra e la luce, tra ciò che è e ciò che può essere. Ricordate ciò che vi dico sempre: le nostre percezioni individuali non sono sempre vere, dobbiamo abbandonarci e affidarci alle indicazioni del nostro cuore, e affidarci alla forza del gruppo, che non è altro che l’unione dei nostri cuori.»
Fece una breve pausa, il suo sguardo si posò su di me per un istante, un contatto intenso che mi fece sentire allo stesso tempo speciale e incredibilmente piccolo, per poi tornare a includere l’intero gruppo.
«Lasciare questo luogo, lasciare voi» la sua voce era un sussurro, intriso di una profonda emozione che mi travolse, «è un sacrificio immenso per me, un taglio nel tessuto del mio stesso essere. Questo gruppo è la mia famiglia, un faro nel mio cammino, una casa per la mia anima. E tu, Francesco, sei stato l’ultimo tassello, il sigillo che ha reso completo questo prezioso mosaico. La tua presenza qui, il tuo cuore aperto, hanno illuminato la mia strada, conducendomi fino a questo punto.»
Si interruppe un attimo, il suo sguardo ora vagava tra gli alberi, quasi assaporando la bellezza del momento. Poi tornò a guardarci, con una solennità che penetrava fino all’osso. «Ma so che è necessario. La vita è un flusso continuo, un susseguirsi di cicli e trasformazioni. Ciò che fu detto duemila anni fa, e che echeggia ancora oggi con profonda verità è: Noi siamo il sale della terra. Noi siamo qui per dare sapore al mondo, per preservarne l’essenza più pura, per elevarne la vibrazione. E ognuno di noi ha il suo compito, la sua personale melodia da intonare, il suo cammino unico da percorrere, per mantenere questo sale vivo, pulsante e ricolmo di energia.»
Poi, con uno sguardo particolarmente intenso rivolto a Sole e a me, continuò: «Durante la mia assenza Sole guiderà il gruppo con la sua saggezza e la sua luce. E tu, Francesco,» disse rivolgendosi direttamente a me, «anche se sei arrivato da poco, hai il tuo ruolo, e la tua specifica energia rafforza l’intero gruppo. Sarai sotto la sua guida attenta e gli altri membri del gruppo ti offriranno il loro sostegno fraterno. Abbiate fiducia nella luce del vostro cuore e nel cammino che vi si apre davanti.»
Poi Sofia giunse le mani al petto, in segno di preghiera. Un’aura di calma e di potere sembrò emanare da lei, avvolgendo l’intero cerchio. Il vento cessò di soffiare e le zanzare sembrarono ritirarsi, come in segno di rispetto. Il sole, ormai basso all’orizzonte, proiettava lunghe ombre sul terreno, tingendo il cielo di sfumature aranciate e rosate. «Ora» disse Sofia con voce profonda e risonante, «chiudiamo gli occhi e invochiamo le forze superiori.»
Iniziò quindi a recitare la Grande Invocazione. Le sue parole, pronunciate con solennità e devozione, risuonarono nell’aria come un antico mantra, vibrando in ogni fibra del mio essere. Era la prima volta che sentivo quelle parole, eppure mi sembravano incredibilmente familiari, come se fossero state scritte nel profondo della mia anima. La sua voce, inizialmente un sussurro, crebbe di intensità, riempiendo lo spazio circostante con una forza inaspettata. Sentivo una vibrazione percorrermi il corpo, un calore che mi avvolgeva e una luce che si irradiava dal suo cuore, avvolgendoci tutti in un abbraccio spirituale.
Mentre Sofia recitava, visualizzai le parole prendere forma: la Luce che scendeva sulla Terra, l’Amore che fluiva nei cuori degli uomini, il Volere di Dio che si manifestava. Era come se un velo si fosse sollevato dai miei occhi, permettendomi di vedere la realtà con una chiarezza nuova. La meditazione che ne segui fu profonda e intensa, nonostante fosse la mia prima esperienza, e mi sentii subito a mio agio, come se fosse stata una pratica abituale, un ritorno a casa. Mi abbandonai al flusso di energia che ci avvolgeva, sentendo una connessione profonda con gli altri membri del gruppo e con l’universo intero. Era come se fossimo parte di un’unica, immensa coscienza.
Al comando di Sofia, riaprii lentamente gli occhi, il suo sguardo dolce e penetrante si posò su ognuno di noi, indugiando un secondo di più su di me. Un sorriso sereno le illuminava il volto.
«Francesco» mi disse con voce calma e rassicurante, «non cercare risposte al di fuori di te. Tutto ciò di cui hai bisogno è già dentro di te, nel tuo cuore. Ascoltalo, e lui ti guiderà.» Poi, con un tono leggermente più formale, «partirò lunedì prossimo da Malpensa. Sarò via per un periodo indefinito. Mi mancherete moltissimo!» Un velo di malinconia le attraversò lo sguardo, ma subito si riprese, tornando a sorridere. «Ora» concluse, «è tempo di tornare al mondo. Portate con voi questa pace e questa forza interiore. Diffondetela intorno a voi.»
La meditazione aveva lasciato in me una sensazione di pace profonda, come se un velo fosse stato tolto dalla mia mente. Il mondo sembrava più nitido, i problemi di tutti i giorni meno urgenti. Un sorriso si formò sulle mie labbra senza che me ne rendessi conto.
Il gruppo si sciolse lentamente, gli altri membri si congedarono con un sorriso e una stretta di mano, mentre Sofia si avvicinava nuovamente a me. Mi prese le mani tra le sue, stringendole delicatamente. «Abbi cura di te, Francesco» sussurrò, i suoi occhi verdi che brillavano di una luce intensa. «E abbi fiducia nel tuo cammino.» Mi diede un ultimo, leggero abbraccio, di comitato poi si voltò e se ne andò con calma.
Rimasi li immobile per qualche istante, ancora pervaso dalla forza delle parole di Sofia e dal calore del suo abbraccio. Mi sentivo cambiato, come se una parte di me si fosse risvegliata. Salii in sella alla bici e iniziai a pedalare verso casa, il cuore che mi batteva forte nel petto. Mentre pedalavo, ripensavo alle parole di Sofia, al suo imminente viaggio nel deserto, alla Grande Invocazione. Un senso di vuoto mi assalì al pensiero della sua partenza, ma allo stesso tempo una strana eccitazione mi pervase, la consapevolezza che qualcosa di importante stava per accadere nella mia vita.
Immerso nei miei pensieri, sentii il telefono squillare nella tasca. Mi fermai un attimo, per rispondere, avevo dimenticato di mettere gli auricolari. «Pronto?»
«Francesco! Sono Edoardo» rispose una voce allegra dall’altro capo del telefono. «Tutto pronto per stasera? Ti vengo a prendere tra una mezz’oretta, così andiamo insieme a Lardirago. Non vedo l’ora di sentire suonare Lucia!»
«Edo! Ciao! Certo, perfetto» risposi, cercando di scrollarmi di dosso i pensieri su Sofia e di concentrarmi sulla serata che mi aspettava. «Tra mezz’ora va benissimo, mi preparo al volo. A dopo!»
Chiusi la chiamata e ripresi a pedalare, mentre un sorriso mi comparve sul volto. La serata con Lucia, la musica, gli amici. Era tempo di vivere il presente, di godermi la gioia e l’entusiasmo, ma anche di essere sincero con la mia ragazza!
Tornai a casa e mi concessi una doccia rapida per rinfrescarmi dalla giornata. Mentre l’acqua scorreva, ripensai alla stessa serata, l’anno prima. Ci ero andato con Lucia, e ricordo ancora che ci aveva accompagnato il nonno. Edo e gli altri avevano preferito la solita serata in piazza della Vittoria, fedeli al loro rituale del sabato sera. A quel tempo, Lucia era agli inizi con la sua band, le occasioni per suonare erano rare e si limitavano a qualche club. Pavia, in fondo, ne conta solo due. Il nonno mi raccontava sempre di come, un tempo, la scena musicale pavese e dei dintorni fosse molto più vivace, con una miriade di locali che offrivano musica dal vivo.
L’anno prima, mentre passeggiavamo tra gli stand del Craft Beer Festival di Lardirago, una vera e propria parata di birrifici artigianali, uno dei tratti distintivi della festa, Lucia mi confidò che il suo sogno era proprio quello di suonare all’aperto, in un contesto come quello. E quest’anno, grazie anche all’audacia e alla determinazione di Jack, quel sogno si era avverato. Ero davvero orgoglioso di lei.
In pochi minuti mi vestii, un saluto veloce al nonno, con le solite raccomandazioni di rito, e aspettai Edoardo.
Chiusi la porta di casa, un sorriso ancora stampato sul volto. La pace e la chiarezza che avevo provato al parco della Vernavola mi accompagnavano come una dolce eco.
Mi diressi verso Edoardo che mi aspettava appoggiato al cofano della macchina con una sigaretta penzoloni tra le labbra, non l’avevo mai visto fumare prima d’ora. Il fumo si alzava pigro nell’aria tiepida della sera.
«Ehi, Fra’! Finalmente! Tutto apposto?» esclamò, buttando a terra il mozzicone e schiacciandolo con la punta della scarpa, poi abbassando la voce e facendo segno alla macchina aggiunse, «sono passato a prendere Laura che mi ha chiesto un passaggio…» e poi quasi sottovoce, «stasera è così velenosa che sembra si sia mangiata una vipera» mettendo una mano davanti alla bocca per nascondere il movimento delle labbra.
Io, già a disagio, conoscendo bene il personaggio, risposi, «Scusa il ritardo, mi ero un po’ perso nei miei pensieri, aspettate da tanto?» Lo raggiunsi mentre controllavo l’ora sul cellulare, ero in perfetto orario, ma da quanto aveva iniziato a fumare? Non l’avevo mai visto prima di allora...
Stavo per aprire la portiera quando questa si spalancò di scatto, rivelando una figura che riconobbi immediatamente essere Laura, che scese dalla macchina facendo la sua entrata a effetto.
«Aho, ma guarda qui chi abbiamo… Ciccio, il fidanzatino di Lucy!» esclamò Laura con un sorriso malizioso. I suoi occhi neri saettavano tra me e Edoardo. I capelli biondo platino erano raccolti in una coda alta e indossava una canottiera nera molto attillata dei Ramones, che lasciava intravedere una grossa parte del tatuaggio della tigre. Indossava scarpe di pelle nera con fibbie lucide e jeans tutti strappati. Notai che portava un anello a forma di teschio che mi diede i brividi. In un lampo, mi diede due baci sulle guance, lasciando sulla mia pelle la sensazione vellutata delle sue labbra, e un leggero profumo di vaniglia mi avvolse.
Le mie guance presero subito colore. «Ciao Laura, come va’?» balbettai, cercando di mantenere un tono disinvolto.
«Ciao, ciao» rispose lei, con un tono che non prometteva nulla di buono. «Ma dimmi un po’, Fra’, tutto bene? Com’è andata a casa di Lucia l’altra sera? Edoardo mi ha detto che hai fatto il tuo solito casino…» Lanciò un’occhiata a Edoardo, con un lampo divertito negli occhi, e poi tornò a guardarmi, con un sorriso che si allargava sempre di più. «Poi Lucy mi raccontava di una certa conversazione… particolarmente intensa, che avresti avuto con la santa… aspe’ come si chiama… ah sì Sofia, la sua sorellastra!» concluse battendo platealmente le mani.
Il cuore mi martellava nel petto. Se Lucia le aveva detto qualcosa, ero fritto! Un nodo mi strinse la gola. «Ma no, figurati» risposi, sforzandomi di apparire tranquillo. «La serata è andata benissimo, anzi, meglio del previsto…» una bugia a fin di bene, per difendermi.
«Certo, certo» replicò Laura, tamburellando con le lunghe unghie laccate di nero sul tetto dell’auto. «Però, Fra’, ti ripeto una cosa: stai attento con la mia amica» disse, puntandomi un dito contro. «Sai com’è? Io tendo ad essere molto protettiva con le mie amiche!» Il suo sguardo si fece improvvisamente serio, quasi minaccioso.
Al solito, era partita all’attacco.
Edoardo tossicchiò, passandosi una mano tra i capelli. Lo sentii deglutire. «Dai, Laura, lascialo stare. Siamo in ritardo per il concerto!»
«Ah, giusto! Il concerto!» esclamò Laura, ricordandosene all’improvviso. «Non vedo l’ora di sentire Jack spaccare tutto! A proposito, Edo» aggiunse, rivolgendosi a lui con un sorriso sornione, inclinando leggermente la testa e abbassando lo sguardo, «ma tu non mi avevi detto di avere un appuntamento stasera? Non mi dire che hai sacrificato la tua serata romantica per fare da chauffeur a noi due? O forse… non c’era nessuna principessa ad aspettarti? Peccato, mi sarebbe piaciuto conoscerla. Magari mi avresti chiesto qualche consiglio per farla capitolare, sai, io ne so qualcosa…» Laura gli fece l’occhiolino e si avvicinò a lui, lo aveva in pugno, era evidente. Gli appoggiò una mano sul braccio, stringendoglielo leggermente.
Edoardo diventò paonazzo, balbettando qualcosa di incomprensibile. «Ma no, che dici! Io stavo solo accompagnando voi. Anche io voglio sentire Jack e Lucia suonare.»
Laura scoppiò a ridere, era una risata cristallina che risuonò nella strada. «Certo, certo. Come no. Proprio come quando mi ‘accompagni’ al bar e poi ti ritrovo a fissarmi per tutta la sera come un ebete. Ti ricordo che il mio ragazzo è Jack e che ti considero solo un amico. Un caro, carissimo amico.» Laura tolse la mano dal braccio di Edoardo e lo guardò con un sorriso che era un misto di divertimento e quasi compassione, battendogli una pacca sulla spalla.
Io mi sentivo sempre più a disagio. Non capivo se Laura lo stesse prendendo in giro per davvero o se stesse solo scherzando, ma una cosa era certa: la sua presenza rendeva la situazione decisamente esplosiva. E il riferimento a Lucia e alla “conversazione” mi aveva gelato il sangue.
«Dai, ragazzi, andiamo» dissi, cercando di riportare la conversazione su un binario più tranquillo. «Non vorrei che Lucia si arrabbiasse se arriviamo tardi.»
Laura annuì, aprendo la portiera posteriore con un gesto teatrale, invitandomi a salire dietro. Era chiaro che il posto davanti era il suo. «Hai ragione, Fra’. Non vogliamo mica far arrabbiare la nostra Lucy. Forza, salite, che la serata è appena iniziata!» incitò con tono allegro.
Mentre salivo in macchina, lanciai un’occhiata a Edoardo. Capii, all’istante, che la cotta per Laura era tutt’altro che segreta, e che Laura si divertiva un mondo a prenderlo in giro, ma che in certo modo anche a lei lui piaceva. E io ero finito in mezzo a loro due. E con un segreto da nascondere a Lucia, pensai stringendo i pugni.
Chissà cos’altro ci avrebbe riservato quella serata? Di sicuro, non mi sarei annoiato.