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Bodhisattva
Giovedì 18 luglio
Seduto al tavolo del McDonald’s, ero un’isola di solitudine in un mare di chiasso.
La mia pausa era appena iniziata e stavo riflettendo su come, in sole due settimane, la mia vita fosse stata completamente stravolta.
Avevo iniziato a lavorare part-time al McDonald’s come punizione, in seguito alla bocciatura agli esami di maturità. Mio padre era stato perentorio: non avrei fatto vacanza e avrei lavorato lì fino alla fine dell’estate
Nella mia mente era ancora vivo il ricordo dell’attimo in cui vidi il tabellone con i risultati degli esami. Scorrendo l’elenco, il mio nome era seguito dalla parola "bocciato".
La sconfitta mi lasciò avvolto da un vuoto incolmabile. Al ritorno a casa, mio padre, come al solito, non c’era, troppo impegnato con il lavoro. Ma, non abbastanza per incazzarsi quando l’avvisai, e a quanto pare, abbastanza svelto nel farmi avere un colloquio in questo "paradiso" di hamburger e patatine fritte.
Gruppi di ragazzi, chiassosi e incuranti, andavano e venivano, lasciando dietro di sé un caos di tovaglioli accartocciati e bicchieri sporchi, incuranti delle regole e dell’educazione. Chiunque sapeva che una volta finito di mangiare bisognava sparecchiare e buttare tutto nell’apposito contenitore, ma probabilmente loro si sentivano sopra alle regole.
Victor, il nostro addetto alla sicurezza, si arrabbiava sempre molto quando trovava i tavoli in disordine, ma poi sistemava tutto, e io lo aiutavo spesso. Proprio in quel momento lo stavo guardando mentre rimproverava un gruppo di ragazzi che se ne stavano andando senza aver sparecchiato. Mi infastidiva la loro superficialità e maleducazione, ma ancor di più il fatto che riuscissero ad essere così spensierati.
lo, invece, non ricordavo nemmeno più l’ultima volta che avevo riso di gusto o che non avessi avuto questa strana malinconia.
Solo il pensiero di dover tornare in cucina e riprendere a lavorare mi angosciava.
Avrei preferito rimanere lì a fissare fuori dalla finestra la pioggia che scendeva lenta e costante, sperando che portasse un po’ di fresco in quella lunga estate afosa. Mi sembrava di potermi specchiare in quelle gocce così fredde e indifferenti.
Stavo fissando il mio vassoio come se contenesse veleno: il panino, le patatine, l’acqua frizzante, tutto mi ripugnava.
Quel posto mi ripugnava!
Non avevo voglia di mangiare.
La scritta "Bocciato" sui tabelloni mi bruciava ancora gli occhi, ma in fondo era dalle cinque del mattino che non mangiavo nulla e lo stomaco, alla vista del cibo, iniziò a brontolare. Il fatto è che non ero proprio dell’umore giusto per ingerire qualcosa.
Mi sentivo completamente solo, se solo mamma fosse stata ancora qui le avrei potuto urlare contro, le avrei potuto dire tutto quello che avevo dentro. Invece avevo come confronto solo la fredda voce di mio padre al telefono.
Ricordo ancora quando mi ero rotto un braccio e lei mi aveva stretto tra le sue braccia, dicendomi che tutto sarebbe andato bene. Ora, invece, avvertivo solo un vuoto incolmabile.
Avevo otto anni quando il mondo mi si era sbriciolato addosso. Stavo aspettando mia madre all’uscita di scuola, come al solito, ma quel giorno qualcosa era diverso. Un’insegnante, con un’espressione triste, mi disse che mia madre non poteva venire a prendermi.
Mi ero sentito come se il sole fosse stato improvvisamente oscurato.
Non avevo capito cosa stesse succedendo.
Mio nonno Gianni, il padre di mio padre, arrivò poco dopo.
Ricordavo ancora il suo volto rigido e impassibile. Mi aveva portato via da lì, in un silenzio assordante. Solo più tardi, a casa, mi dissero che era stato un incidente: a quanto pareva, era stata investita per strada. Mio padre, come al solito, non c’era a confortarmi.
Un incidente!
Una parola così piccola per un dolore così grande! Non avevo mai saputo i dettagli, non avevo mai voluto saperli. Preferivo tenere stretta l’immagine di mia madre sorridente, piuttosto che quella di un incidente stradale.
«Francesco!»
La voce allegra di Lucia mi fece sobbalzare, strappandomi dai miei pensieri. ll suo sorriso radioso e coinvolgente era l’ultima cosa che mi aspettassi di vedere in quel momento. I suoi capelli castani, mossi e luminosi, contrastavano con la pelle abbronzata e gli occhi verdi. Indossava un vestitino blu, molto leggero, che non lasciava spazio all’immaginazione. Come sempre, la sua presenza era una sferzata di energia.
Accanto a lei c’era una ragazza più grande che non conoscevo. Era sua sorella, o meglio, la figlia del nuovo compagno di sua madre. Era appena tornata da un viaggio intorno al mondo, come mi raccontò poi.
Se Lucia era un vortice di energia, lei era calma come un lago alpino. Emanava una pace profonda.
C’era qualcosa in lei che mi faceva sentire al sicuro e allo stesso tempo vulnerabile. Ero irresistibilmente attratto da quella ragazza silenziosa, così distante eppure così vicina.
Quando i nostri sguardi si incrociarono, il tempo sembrò fermarsi.
Un brivido mi percorse la schiena.
Un’emozione che non avevo mai provato prima si impossessò di me.
Lucia si avvicinò al tavolo dove ero seduto e si accomodò di fronte a me. La misteriosa ragazza, si sedette affianco a me’. Non riuscivo a distogliere lo sguardo dai suoi occhi, erano verdi come quelli di sua sorella ma più intensi, ed erano così profondi, che sembravano due pozzi senza fondo in cui mi sembrava di annegare.
«Ti presento Sofia» disse Lucia con un sorriso, indicando la ragazza con un gesto della mano. «È la figlia del nuovo compagno di mia mamma.»
Fissai Lucia e lei, rispondendo alla mia espressione confusa, ribadì «Te l’avevo accennato, vero? Da un paio d’anni mia mamma ha una nuova relazione.» Fece una pausa, come per darmi il tempo di afferrare l’informazione.
Sofia, seduta al mio fianco con un’’espressione tranquilla e a suo agio, mi rivolse un sorriso. Le sue labbra carnose si incurvarono, mostrandomi dei denti bianchi e ben curati. «Ciao"»disse con voce melodiosa. I suoi occhi verdi brillavano di curiosità. «Ho sentito tanto parlare di te.»
«Sofia è sempre stata affascinata dalle culture orientali» spiegò Lucia. «Dopo la laurea, ha sentito il bisogno di esplorare il mondo, di cercare risposte alle grandi domande della vita. Ha viaggiato per quattro anni, immergendosi in tradizioni antiche e pratiche spirituali. È tornata l’’altro ieri.»
La guardavo affascinato dalla sua storia, non riuscivo a staccare gli occhi da Sofia, che ricambiava il mio sguardo con un’espressione enigmatica, ma sostenendolo senza mostrare imbarazzo.
Era più alta della sorella e con delle curve morbide, ogni suo gesto emanava serenità, come se provenisse da un posto lontano da tutto e da tutti. Mi chiesi quanti anni avesse, senza però aver il coraggio di esprimere a parole la mia domanda.
Era vestita con abiti semplici color pastello: una canottiera verde, con al collo una lunga collana di perle di legno marrone e un pendente in avorio, un paio di pantaloni marroni e scarpe da ginnastica bianche
«Piacere, Sofia» disse porgendomi la mano. Al polso aveva un sacco di braccialetti, ma uno in particolare mi colpì: era di legno nero con una pietra azzurra che sembrava brillare di luce propria, Sofia mi guardava con un’espressione quasi divertita. Il tono della sua voce, calmo e rilassato, mi fece sentire subito a mio agio. Ricambiai la stretta di mano.
«Hey!» irruppe Lucia. La sua voce stridula mi fece sobbalzare. «Terra chiama Francesco... Tutto bene, ti sei incantato?» mi chiese, ridacchiando.
«‘Sì, sì…» balbettai, un po’ imbarazzato, liberando la mano a Sofia, che avevo stretto per un tempo infinito. «È che, non mi hai mai parlato di tua sorella…» ammisi, grattandomi la nuca.
«Beh, ora lo sai» rispose sbrigativa.
Lucia, con la sua solita vivacità, prese subito le redini della conversazione, non tollerando di essere messa in secondo piano. «Sofia ha studiato Psicologia a Milano, poi è partita per un viaggio alla scoperta di sé, girando mezzo mondo» spiegò con un tono quasi orgoglioso.
Sofia, dal canto suo, manteneva un’espressione enigmatica ma non assente: anzi, i suoi occhi sembravano catturare ogni dettaglio della scena, come se stesse analizzando tutto e tutti. C’’era un’’aura di mistero intorno a lei che la rendeva ancora più affascinante.
lo però stavo ancora guardando il braccialetto nero.
La pietra azzurra inserita al suo centro, tra le altre sfere di legno, catturava tutta la mia attenzione.
La luce del lampadario ne esaltava le sfumature più profonde, creando un effetto ipnotico. Sembrava un frammento di cielo notturno, incantato e misterioso.
«È bellissimo» sussurrai toccando la pietra blu con l’indice.
Sofia sorrise, un sorriso appena accennato che le illuminava gli occhi. «È un regalo molto speciale» disse, con la voce velata da un’emozione che non riuscivo a decifrare. «Me lo ha dato un uomo saggio, durante un viaggio che ha cambiato la mia vita.»‘ Mentre parlava, avvicinò il polso ai miei occhi con un gesto lento e controllato, mostrandomelo. Nel farlo, le nostre spalle si toccarono.
Sentii il calore della sua pelle e un brivido mi percorse la schiena. Un leggero profumo di incenso e sandalo proveniva da quel bracciale, creando un’’atmosfera quasi mistica, o forse era il profumo di lei, non lo seppi mai.
Mi guardò negli occhi, con un’’espressione profonda e serena, e continuò il racconto.
«Il sant’uomo, disse di essere Nisargadatta» spiegò a voce bassa e tranquilla, «durante l’Ardh Kumbh Mela del 2019.»
Mentre parlava, le dita di Sofia scivolavano sulla superficie liscia della pietra, come a tracciarne contorni invisibili.
Lucia, incuriosita, strabuzzò gli occhi e chiese a sua sorella: «Nisargadatta, Kumbh Mela? Di cosa stai parlando?»
Sofia, alla domanda di Lucia, sorrise divertita. «Nisargadatta Maharaj era un grande maestro spirituale indiano. Il suo insegnamento si basava sull’idea che la realtà sia un’illusione e che la vera natura dell’essere umano sia divina. Il problema è che morì nel 1981...» Disse tutto questo come se fosse la cosa più naturale del mondo, con un tono di voce pacato ma risoluto. «Mentre l’Ardh Kumbh Mela è una delle più grandi e antiche celebrazioni religiose al mondo che si tiene ogni 6 anni a Prayag Raj in India.»
La voce le si incrinò, sommessa da un’improvvisa malinconia. Poi, dopo un breve sospiro, continuò. «Mi ricordo quel giorno come fosse ieri: immersa in quell’atmosfera spirituale, tra i canti devozionali e gli incensi che si levavano verso il cielo, incontrai questo sant’uomo. Sapevo che non era possibile fosse lui, ma il mio istinto mi diceva il contrario.» La voce di Sofia si ridusse a uno soffio, «L’energia che pervadeva l’aria era palpabile, un misto di devozione e gioia, il profumo dell’incenso si mescolava all’odore dell’acqua sacra, creando un’atmosfera surreale. Stavo osservando centinaia di fedeli che si immergevano nel Gange, durante un rito di purificazione. A un certo punto il mio sguardo fu attratto da una insenatura lì vicino, c’era un uomo anziano, avvolto in una lunga tunica bianca che stava meditando. Si voltò verso di me, con un gesto lento mi chiese di avvicinarmi a lui e mi porse questo bracciale- “Questo oggetto ti accompagnerà nel tuo viaggio”, mi disse con voce calma.» Sofia smise di accarezzare la pietra e con una scrollata di spalle rivolse lo sguardo a sua sorella che la stava guardando con aria attonita, lasciando cadere come se niente fosse l’argomento e, rivolta a me, aggiunse «complimenti Francesco hai buon occhio!»
Rimasi a bocca aperta quando sentii la storia di Sofia. Quel complimento mi fece sentire un po’ importante, ma c’era qualcosa di strano in quel bracciale. Mi sembrava di averlo giả visto da qualche parte, come se lo conoscessi da sempre. Tra l’altro, prima, quando l’avevo toccato, avevo sentito un leggero formicolio alla mano. E poi, avevo capito male o aveva appena detto che quel bracciale le era stato donato da un uomo morto più di quarant’anni prima??
«Beh» dissi a Lucia, grattandomi la nuca ancora imbarazzato dal complimento ricevuto e un po’ frastornato dal racconto di Sofia. Intanto, il rumore delle patatine fritte e delle voci dei clienti creava un sottofondo rumoroso nel locale. «Che siete venute a fare al McDonald’s durante la mia pausa?»
Lucia mi sorrise, i suoi occhi erano scintillanti. «Come ben sai» iniziò, «oggi è il mio compleanno e faccio una piccola festa in pizzeria. Volevo invitarti. Puoi invitare anche Edoardo, se non ti va di venire da solo.»
Pensai per un attimo, cercando di nascondere la mia esitazione, ma era ovvio che ci sarei andato. Probabilmente ci sarebbe stata mezza ITIS. ‘Magari’, considerai tra me e me, ‘avrebbe invitato anche sua sorella’. Un brivido mi percorse la schiena. Ma, allo stesso tempo, un nodo mi stringeva lo stomaco. E se poi mi avesse ignorato? Evitai di guardarla negli occhi. Sofia se ne stava lì tranquilla, con quel suo sorriso calmo e pacifico, non consapevole delle mie ansie, ma nemmeno lei mi guardò direttamente. Sentii un’ondata di delusione
«Comunque…»’, riprese Lucia,
«Francesco!» sentii urlare Karl, il mio supervisore, da dietro al bancone, «la pausa è finita’» Non avevo mangiato niente. Mi alzai dal tavolo, sentendomi come un palloncino sgonfio. Dovevo riprendere a lavorare, ma una parte di me voleva rimanere. Salutai le ragazze. Sofia mi fece il gesto del telefono, lasciandomi intendere che ci saremmo sentiti.