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Il parco della Vernavola
20 luglio
Il sole era già alto nel cielo e il caldo era opprimente.
Quando finalmente riuscii a svegliarmi, riemersi dal sonno, come qualcuno che era stato troppo tempo sott’acqua, boccheggiando. La luce bruciante del sole di mezzogiorno filtrava prepotentemente tra le persiane della mia stanza.
La notte era trascorsa in un susseguirsi di immagini confuse: il volto sorridente di Lucia, lo sguardo enigmatico di Sofia, le note malinconiche di un blues del nonno che mi risuonavano ancora nelle orecchie. Mi ero svegliato con una strana sensazione di inquietudine, come se qualcosa di importante fosse sul punto di accadere.
Ancora disteso a letto, con lo sguardo perso nella luce che filtrava dalle persiane, notai la tenue luminescenza del braccialetto al polso. Sospirai, e con un movimento lento mi tirai su, appoggiandomi con la schiena alla testiera del letto. Mi stavo stiracchiando senza riuscire a scrollarmi di dosso il torpore della notte appena passata, quando sul comodino il cellulare vibrò leggermente.
Più veloce del pensiero, presi il telefono e lo sbloccai con un gesto automatico. Sullo schermo comparve un messaggio di Lucia. Lo aprii con un sorriso che mi illuminò il volto e il cuore che batteva un po’ più forte. Era un vocale. Premetti play e la voce di Lucia riempì l’aria.
«Buongiorno amo’! Stanotte ho fatto un incubo strano e mi sono svegliata un po’ agitata. Ma poi ho pensato a te e mi è tornato subito il sorriso.» Un bacio sonoro seguì le sue parole. «Non vedo l’ora di vederti stasera, mi manchi già tantissimo! Suonare sapendo che ci sei tu mi rende ancora più felice. Ci vediamo alla festa della birra di Lardirago! Ti ricordi quando l’anno scorso ti avevo detto che avrei voluto tanto poter suonare a una festa della birra!? Beh, a quanto pare Jack è riuscito a farci suonare stasera! Ci vediamo dopo!» concluse con i soliti cuoricini.
Lessi il messaggio più volte, e un sorriso mi illuminò il volto. Le parole dolci di Lucia, il suo “Amo’” e quel “mi manchi già tantissimo”, per un attimo riuscirono a scacciare la strana inquietudine che mi opprimeva da quando mi ero svegliato, e poi avevo proprio voglia di andare alla festa della birra, l’anno scorso c’eravamo proprio divertiti! Ma fu solo un attimo… Il pensiero che qualcosa di imminente stava per succedere fece di nuovo capolino nella mia percezione… sicuramente la sera dopo il concerto le avrei chiarito la strana relazione che avevo con sua sorella.
Un bussare leggero alla porta mi distolse dai miei pensieri.
«Francesco? Sei sveglio?» La voce di nonno Gianni, carica di una curiosità che conoscevo fin troppo bene, mi raggiunse attraverso il legno.
«Sì, nonno, un attimo» dissi, con la voce ancora impastata dal sonno, mettendo le gambe giù dal letto. Mi passai una mano tra i capelli, cercando di domare la mia chioma ribelle. Aprii la porta e trovai il nonno appoggiato allo stipite, con un’espressione che oscillava tra la curiosità e una sorta di vaga approvazione.
«Dormito bene?» chiese, con un mezzo sorriso che nascondeva un intento ben preciso.
«Insomma» risposi, sbadigliando. «Notte un po’ agitata.»
Il nonno annuì. «Capisco. A volte capita, con questa vita amorosa così intensa che hai ultimamente…» aggiunse con un sorrisetto ironico.
«Non esagerare, nonno. Ho solo una ragazza, e non è tutta questa ‘vita amorosa intensa’ che pensi tu.»
Lui, con un grande sorriso rispose, «Ah, non c’è bisogno che ti arrabbi!» non aveva ancora finito il terzo grado, puntando lo sguardo su di me con una luce maliziosa negli occhi. «Ma dimmi un po’, ieri pomeriggio, chi era la ragazza… Sofia, mi pare. Una personalità molto… interessante.»
Sentii il cuore accelerare. Cercai di mantenere un tono il più naturale possibile. «Sofia? Ah, sì… è la sorellastra di Lucia. Era venuta per parlarmi di alcune cose…»
Il nonno sorrise, un sorriso che era un chiaro invito a continuare.
«Alcune cose…?» ripeté, con un tono di leggera incredulità. «Beh, devo dire che abbiamo fatto una bella chiacchierata… Mi sembra una ragazza molto… sensibile. Abbiamo parlato di blues… Capisce davvero l’anima di quella musica.»
Non mi sorprese affatto sentirlo dire che Sofia fosse ‘sensibile’. Ma non mi sarei mai aspettato che lei e mio nonno avrebbero trovato un terreno comune nel blues, la passione di una vita del nonno. «Davvero?» chiesi, fingendo sorpresa.
«Sì, sì» rispose il nonno, annuendo con enfasi. «Ha una grande comprensione per l’emotività che c’è dietro quelle note. Mi ha ricordato un po’ tua madre, quando era giovane. Anche lei aveva un’anima così… profonda.»
Un nodo mi salì alla gola. Il paragone con mia madre mi spiazzò completamente. A disagio, cercai di cambiare argomento. «Beh, nonno, ora devo andare, ho il turno al Mc. Sono in ritardo.»
Ma il nonno mi fermò con una mano sulla spalla. «Francesco» disse con tono serio, «Lucia è una brava ragazza. Non farla soffrire.»
Abbassai lo sguardo, sentendomi stranamente in colpa, anche se non avevo fatto nulla di male. «Non ho intenzione di farla soffrire, nonno» mormorai, più a me stesso che a lui.
«Spero di no» rispose il nonno, stringendomi leggermente la spalla prima di ritirare la mano. «Ora vai, non fare tardi al lavoro. Ti ho già preparato la colazione.»
Il McDonald’s pulsava della sua solita energia: il ronzio costante delle friggitrici, il brusio delle conversazioni, lo schioccare degli ordini che si susseguivano incessanti. Era una sinfonia caotica che mi avvolgeva, un sottofondo familiare che quasi non sentivo più. Eppure, oggi, ogni suono sembrava amplificato, ogni odore più intenso. I gesti per preparare gli ordini si susseguivano automatici, quasi meccanici, mentre la conversazione con mio nonno mi martellava in testa. Le sue parole su Sofia, quel paragone con mia madre… un eco che non voleva smettere di risuonare. Le ore sembravano dilatarsi, ogni minuto un’eternità. Il tempo scorreva lento, scandito dal ticchettio della cassa e dal friggere dell’olio, mentre assemblavo panini su panini.
Poi, all’improvviso, mentre stavo preparando l’ennesimo panino, il mio sguardo si posò su un cliente che si avvicinava al bancone. Un uomo sulla cinquantina, dall’aria tranquilla e l’abbigliamento curato, con i capelli grigi raccolti in un piccolo codino e una collana con un ciondolo di legno. Lo servii con un sorriso di circostanza.
«Un Big Mac menu e una Coca Cola» ordinò l’uomo con voce pacata.
Mentre digitavo l’ordine, l’uomo notò il braccialetto al mio polso.
«Bel braccialetto» commentò, indicandolo con un cenno del capo. «Quella pietra azzurra poi, è molto particolare!»
Sentii un brivido. Cercai di minimizzare, con un tono il più casuale possibile. «Oh, sì, ce l’ho da un po’...»
L’uomo non demorse. «Mi ricorda molto quello di una persona che conosco» continuò, con un sorriso gentile. «Una ragazza… molto speciale. Si chiama Sofia.»
Il mio cuore perse un battito. Sentii il sangue affluire al viso e le mani iniziare a sudare. «Sofia? Che coincidenza…» balbettai.
«La conosci?» rispose l’uomo, annuendo, con un sorriso. «Conduce il gruppo di meditazione del quale faccio parte. Pratichiamo… beh, non so se lei è interessato a queste cose, ma ci concentriamo molto sull’energia interiore e sulla connessione con il tutto. Sofia è la nostra insegnante, è speciale.» Fece una breve pausa, poi il suo sguardo parve illuminarsi. «Ma certo! Tu… tu sei quel ragazzo dell’altra sera al Social Bistrot!?»
Facendo mente locale lo riconobbi, era uno dei due ragazzi che ballavano insieme a Sofia, quelli che poi si erano fermati a casa sua.
«Certo, Sofia ci aveva detto che sarebbe andata a parlare con una persona importante…» concluse, guardandomi con molta attenzione.
Le mani mi tremavano e sentii la fronte imperlarsi di sudore, incapace di dire una parola.
L’uomo mi osservò per un istante, con un’espressione che non riuscivo a decifrare. Poi, abbassò lo sguardo sul bancone, come se stesse riflettendo. «È strano» disse infine, con un tono di voce più basso, quasi confidenziale. «Conosco Sofia da tempo. Abbiamo condiviso esperienze profonde, persino un ritiro con l’Ayahuasca in Messico qualche anno fa. Non ha mai fatto riferimento a… nessuno in questo modo. Non hai mai parlato di qualcuno che sembrasse… così centrale.» Sollevò di nuovo lo sguardo, incontrando il mio. «A parte, ovviamente, il suo Guru. Ma questa… questa è una cosa diversa. Sembra… un’eccezione.» Aggiunse con un tono leggermente malinconico. «A proposito di Sofia… purtroppo partirà presto per un viaggio. Un viaggio abbastanza lungo, a quanto ho capito.»
Le parole dell’uomo mi colpirono come un pugno nello stomaco. Un viaggio? Sofia stava per partire? Sentii un senso di panico montare dentro di me. «Partire?» chiesi, con la voce che mi tremava. «Per dove?»
L’uomo scrollò leggermente le spalle. «Non so i dettagli precisi. Mi ha solo detto che starà via per un po’. È un peccato, perché è da poco che abbiamo ripreso i nostri incontri qui a Pavia, sarà una mancanza difficile da superare.»
Prese il suo vassoio e si diresse al tavolo così com’era venuto.
Così, Sofia doveva partire… di nuovo? Non mi aveva detto nulla, e sì che ci eravamo visti spesso in quei giorni…
Stavo rimuginando su tutto questo, mentre mettevo il pane sul tostapane, quando all’improvviso mi risuonò nella mente, nitida una voce: “Vediamoci al parco della Vernavola”. Nessuna spiegazione, di dove nel parco e di quando. Solo quelle poche parole, così dirette, così… sue. Era Sofia, il cuore mi perse un battito. Per un istante, dimenticai il ronzio delle friggitrici, l’odore di fritto e le voci dei clienti. Cosa voleva? Perché proprio lì? E perché tanta urgenza? Prima però dovevo parlare con Lucia. Poi se davvero avessi incontrato Sofia al parco le avrei chiesto del viaggio…
Guardai l’orologio: erano le 18.55. Il mio turno finiva alle 19:00.
Scattata l’ora, presi il telefono, misi gli auricolari e cercai il suo numero. Salii in bici, pronto a partire. Il telefono squillò un paio di volte, poi sentii la sua voce, un po’ affannata, sovrastata da un riff di chitarra.
«Francesco! Che bello sentire la tua voce!»
«Ciao Lucia» dissi, iniziando a pedalare, cercando di mantenere l’equilibrio e di non finire contro un palo. «Tutto bene?»
«Tutto alla grande! Siamo in piena sessione creativa! Stiamo provando un pezzo nuovo che spacca!» si sentiva il suo entusiasmo attraverso il telefono, mischiato al suono distorto della chitarra. «Stasera sarà speciale! Preparati che di solito i concerti mi eccitano… questa sera non ti lascio scappare come l’ultima volta!» affermò ridendo.
Le sue parole mi fecero immaginare la sua pelle sotto le mani, le sue labbra sulle mie. E mi ricordarono quando scappai dal locale all’ultimo loro concerto… e a tutti gli eventi che vennero dopo.
«Anche tu mi manchi tantissimo» risposi, già immaginandomi di averla tra le braccia, mentre svoltavo l’angolo e mi immettevo sulla pista ciclabile. «Stavo pensando… visto che stasera spaccherete di sicuro, volevo darti un incoraggiamento speciale prima del concerto. Magari… a suon di baci?»
Ci fu una breve pausa, poi Lucia scoppiò a ridere. «Uuuuh, ma che romanticone che sei diventato all’improvviso! Di solito non sei così smielato! Mi fai venire il diabete!» disse, con un tono scherzoso ma chiaramente felice. «Però… non mi dispiace affatto come idea!»
«Meno male!» risposi, sollevato. «Allora, ti va se ci vediamo un po’ prima del concerto? Magari un quarto d’ora, giusto per un saluto e qualche bacio veloce. Prometto di non rapirti!» scherzai, accelerando un po’ per superare un signore con il cane.
Lucia rise di nuovo. «Va bene, va bene, ti concedo un quarto d’ora, non di più. Ma poi mi devi lasciare tornare ai preparativi, sai quanto ci tengo al concerto di stasera!»
«Agli ordini, signorina Smith!» scherzai paragonandola al suo idolo, mentre arrivavo all’incrocio per il parco, con un sorriso. «Ti chiamo appena arrivo lì, così mi dici se sei libera. Ora devo andare, la strada è piena di pazzi in bicicletta!» dissi, fingendo preoccupazione.
«Stai attento!» rispose Lucia, ridendo. «Un bacione!»
«Un bacione anche a te!»
Chiusi la chiamata e sospirai, il cuore che batteva un po’ più forte. Ero davvero grato all’universo per il fatto che stavamo assieme! E che lei fosse tanto allegra! Il suo tono mi aveva contagiato, ma il pensiero di Sofia e del segreto che le stavo nascondendo mi pesava come un macigno. “Ok, adesso dritti al parco… e poi mi dedicherò totalmente alla mia ragazza!” pensai, mentre svoltavo per l’ingresso del parco della Vernavola.
Il sole pomeridiano filtrava tra le foglie delle querce, l’aria era densa del profumo di terra umida e un leggero nitrito giungeva dal vicino maneggio, aggiungendo una nota agreste all’atmosfera. Mi aggiravo confuso per il parco della Vernavola, stringendo tra le mani il manubrio della bicicletta. Sofia mi aveva chiesto di incontrarsi lì, ma non aveva specificato il punto esatto. Mi guardai intorno, cercando un segno, un indizio che mi indicasse la strada, ma non vedevo nulla di particolare. Solo famiglie intente a godersi un picnic sull’erba, coppie che passeggiavano mano nella mano e qualche runner solitario che si allenava lungo i sentieri.
Un senso di smarrimento iniziò a farsi strada dentro di me. Forse avevo capito male? Forse Sofia non sarebbe venuta? Proprio in quel momento, una strana sensazione mi pervase. Non era qualcosa di fisico, ma una sorta di attrazione interiore, una forza silenziosa che mi spingeva in una direzione precisa. Era come se una bussola invisibile avesse improvvisamente puntato verso un punto preciso del parco. Senza pensarci, obbedendo a quell’impulso inspiegabile, mi incamminai lungo un sentiero poco battuto che si addentrava nel boschetto.
Dopo pochi metri, la vegetazione si diradò e mi trovai di fronte a uno spettacolo inaspettato. Un piccolo laghetto dalle acque tranquille era incorniciato da un anfiteatro naturale di querce maestose, le cui radici nodose si protendevano verso la riva. Sulla sponda opposta, un piccolo gruppo di persone era seduto in cerchio, su un telo steso sull’erba. Riconobbi subito l’uomo del McDonald’s, quello che mi aveva parlato del viaggio di Sofia. Accanto a lui c’era un altro uomo, più anziano, con una barba bianca ben curata che gli conferiva un’aria saggia e pacata. Poi notai una ragazza poco più grande di me, di una bellezza luminosa, con lunghi capelli biondi che le incorniciavano un viso dolce e aperto. Emanava una serenità contagiosa.
Mentre mi avvicinavo, una figura si staccò dal gruppo e mi venne incontro con un sorriso radioso che illuminò il suo volto. Era Sofia. Indossava un abito di lino color avorio che le arrivava alle caviglie e i suoi capelli erano sciolti sulle spalle, mossi da una leggera brezza. Al collo portava la sua solita collana di perle di legno scuro. Notai la mancanza del braccialetto al suo polso, che adesso era al mio,
«Francesco, benvenuto» disse Sofia con voce dolce e accogliente. «Sono felice che tu sia qui» Si voltò verso il gruppo e con un gesto ampio della mano li presentò. «Questi sono alcuni dei miei allievi: Marco» disse indicando l’uomo del McDonald’s, «Pietro» indicò l’uomo anziano, «e Sole» disse infine, rivolgendo un sorriso alla ragazza bionda. «Ragazzi, vi presento Francesco, il mio… nuovo allievo.»
Marco, l’uomo del McDonald’s, mi rivolse un sorriso aperto e cordiale. Pietro, invece, mi osservò con un’espressione più seria e scrutatrice, mentre Sole mi regalò un sorriso luminoso che mi fece battere il cuore. Sembrava quasi che mi conoscesse da sempre.