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← L'estate in cui conobbi Sofia

Creato il 30/05/2026, 15:29 · Aggiornato il 30/05/2026, 15:30

Capitolo 15: XIV

@bergadavideDavide
AdolescentiCompleta

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Il mio Guru

L’odore di fritto mi impregnava i vestiti, i capelli, persino le narici. Odiavo quel posto. Odiavo l’unto che mi appiccicava alle mani, le urla dei bambini, le richieste assurde dei clienti. Ma soprattutto, odiavo il fatto di essere lì. Era la punizione di mio padre, la sua personale vendetta per la mia bocciatura alla maturità.

Imparerai cosa significa il duro lavoro,” aveva detto con il suo solito tono sentenzioso, “e magari smetterai di fantasticare e metterai la testa a posto.

Fantasticherie? Come se il mio futuro dipendesse da quanti panini riuscivo a preparare in un’ora.

Il mio pensiero tornò per l’ennesima volta a Sofia. Chissà cosa avrà pensato, mentre omettevo la verità a Lucia su quello che era successo veramente al Vul? Mi chiedevo se avesse notato la mia esitazione, il mio sguardo sfuggente. Probabilmente, con la sua sensibilità, aveva percepito il peso di quel silenzio. Forse, aveva già previsto che non le avrei detto nulla. L’immagine di quel braccialetto e della pietra azzurra che brillava al suo polso sotto il sole del Vul, mi tornò in mente. Era come un promemoria costante del mio segreto, un legame invisibile che mi univa a lei e alla sua proposta di diventare la mia Guru.

Erano passate un paio d’ore da quando Lucia era entrata nel bar da suo padre.

Due ore nelle quali avevo avuto il tempo di tornare a casa e prepararmi per il lavoro. Di salutare il nonno e di raccontargli brevemente tutto quello che era successo la sera prima, e di leggere un messaggio che mi era arrivato da Edoardo.

Poi passo a trovarti al lavoro! Devi raccontarmi tutto per bene!

Era proprio curioso! Chissà se il fatto di aver conosciuto un’altra ragazza gli aveva fatto perdere un po’ di ossessione nei confronti di Lucia? Era più bravo di me a sapere che turni facevo al MC Donald.

Durante il lavoro, cercavo inutilmente di concentrarmi, di allontanare i pensieri che mi affollavano la mente. Era impossibile. La pelle delicata di Lucia, i suoi baci, l’esitazione nella sua voce mentre cercava di spiegarmi cosa volesse da me... Quel pensiero, cosi dolce, veniva però subito oscurato dall’immagine di Sofia. I suoi occhi verdi, profondi e penetranti, e quel leggero sorriso che le increspava le labbra.

Quel sorriso… Cosa significava? Approvava la mia relazione con Lucia? Provava compassione per la mia confusione? O celava qualcosa di completamente diverso?

Mentre sistemavo un vassoio di patatine fritte, mi risuonò nella mente la sua voce. "A quanto pare, abbiamo un po’ di tempo per noi." Un brivido freddo mi percorse la schiena, facendomi rabbrividire sotto la divisa unta. Sofia era sempre così enigmatica, ed era proprio questo che mi attraeva e, allo stesso tempo, mi spaventava. La sua calma, la sua sicurezza, la sua conoscenza di cose che io non riuscivo nemmeno a immaginare. E quel braccialetto, che inspiegabilmente la legava al ricordo di mia madre.

Non so dove trovai il coraggio, ma riuscii a dirle che mi sentivo profondamente onorato del suo gesto, del suo volermi aiutare a ritrovare me stesso. I suoi occhi penetranti si erano illuminati di una luce intensa, quasi pulsante, proprio come aveva fatto poco prima al Vul, aveva congiunto le mani al petto in segno di preghiera, assicurandomi che l’onore era tutto suo. In quel preciso istante era tornata Lucia, di fretta perché doveva andare a prepararsi per andare in sala prove. Ci aveva salutato, mi aveva dato un bacio e mi aveva detto che ci saremmo sentiti dopo.

Il bip del timer del forno a microonde mi riportò alla realtà. Un altro panino da preparare, un altro cliente da servire, quella routine era snervante. Ma la mia mente era altrove, intrappolata in quel breve istante in cui ero rimasto solo con Sofia, in quel silenzio carico di significati, in cui ci eravamo salutati. Il timer mi ricordò anche che, probabilmente, Lucia a quell’ora stava entrando in sala prove con Jack e gli altri, dato che ormai erano arrivate le 16:30.

Stanco e appesantito dalla giornata, finalmente il turno finì. Erano le sette di sera quando, uscendo dal McDonald’s, lo vidi lì: Edo era appoggiato alla mia bici, proprio davanti al fast food. Sembrava che mi stesse aspettando da un pezzo.

Gli raccontai della corsa al Vul, omettendo, ovviamente, qualsiasi riferimento a Sofia. Non mi sembrava il caso di parlarne, altrimenti sarebbe partito con le sue solite allusioni.

Arrivai poi al punto cruciale: l’incontro con Lucia e le sue… confidenze.

«Wow, Fra! Direi che ti è andata alla grande!» commentò Edoardo con un mezzo sorriso, appena gli raccontai di Lucia e di quello che mi aveva detto al bar di suo padre. In pratica, aveva confermato la mia stessa impressione: Lucia non avrebbe tardato a farsi avanti. Mentre parlavo con Edoardo, però, sentivo un misto di eccitazione e… non sapevo, forse una forte scarica di adrenalina. Quasi non credevo a quello che stava succedendo.

Finito il mio riepilogo, toccò a lui raccontarmi cosa fosse successo al locale dopo la mia uscita a effetto. Mi disse di aver conosciuto una ragazza, un’amica della Baroni. Finalmente ne conoscevo il nome: Caterina, un po’ più piccola di noi (aveva diciassette anni, era nella stessa classe di Claudia). A quanto pareva, gli era praticamente saltata addosso. “Possibile che capitino tutte a lui le esagitate?” pensai. Poi mi rivelò che era la stessa ragazza per cui quella sera in pizzeria era scoppiata la rissa. Era tutto strano, un po’ forzato, ma non feci allusioni. Avevo già troppi pensieri per la testa e non volli approfondire quella strana versione dei fatti.

Edoardo ed io ci salutammo. Lui si allontanò a piedi, mentre io salii sulla mia bicicletta e mi diressi verso casa. I pensieri su Sofia e Lucia si alternavano nella mia mente. Ripensai allo strano sogno della mattina, dove avevo visto mia madre giovane, sorridente, con al polso un braccialetto identico a quello che portava sempre al polso Sofia.

Arrivai a casa. Aprii la porta e subito un’atmosfera diversa mi avvolse. La voce profonda di mio nonno Gianni si mescolava a una voce femminile, melodiosa, che riconobbi all’istante: era la voce di Sofia. Un brivido mi percorse: rividi l’immagine del braccialetto e della pietra azzurra che brillava al suo polso quella stessa mattina al Vul.

Mi fermai sulla soglia, sorpreso.

Mio nonno era seduto sulla sua poltrona preferita, un bicchiere di whisky mezzo vuoto sul tavolino. Di fronte a lui, sul divano, c’era Sofia. Sembravano immersi in una conversazione animata, le loro voci si sovrapponevano in un fitto scambio di parole. Riuscii a percepire brandelli del loro discorso: parlavano di musica, di Blues, di come le note potessero evocare emozioni profonde, ancestrali. Ma c’era qualcosa di decisamente strano: come faceva Sofia a sapere il mio indirizzo? Non ci eravamo mai scambiati nemmeno i numeri,

«Nonno? Sofia? Che succede qui?» chiesi, sbalordito,

Mio nonno si voltò, il volto rugoso illuminato da un sorriso. «Francesco, finalmente! Guarda chi si vede! Abbiamo una...» fece una pausa, cercando forse il nome di Sofia, «una visita inaspettata e molto gradita. La tua... ehm... amica è venuta a trovarci.»

Sofia si alzò con un movimento fluido, offrendomi un sorriso che sembrava volermi tranquillizzare, ma i suoi occhi mi scrutavano con intensità. Indossava un lungo abito di lino grezzo dai toni neutri, che le avvolgeva la figura con una morbidezza inusuale, ben diverso da quello che indossava al Vul. Una collana di perle di legno scuro le orlava il collo, un dettaglio semplice ma suggestivo. I capelli erano raccolti in uno chignon complesso, trattenuto da un fermaglio di ottone dall’aspetto singolare, lo stesso che le avevo notato al Vul.

«Ciao Francesco. Spero di non essere di disturbo.»

Ancora incerto, spostai lo sguardo tra mio nonno e Sofia. «Figurati, anzi, sono contento. Ma… non capisco. Perché sei qui? Non ti ho mai vista a casa nostra.»

Mio nonno scambiò un’occhiata complice con Sofia. «Sofia aveva… una cosa importante da dirti. E la sua visita è stata molto piacevole. Abbiamo scoperto di condividere una passione… per il blues, a quanto pare» concluse con un sorriso, guardando Sofia. fece un cenno al bicchiere della donna, conteneva solo un po’ d’acqua. «Fai tu gli onori di casa, Sofia ha voluto solo un po’ d’acqua del rubinetto» poi, con un’occhiata complice a me, si alzò. «Vi lascio soli, io vado a riscoprire le radici del blues.» Si diresse verso il suo vecchio stereo, prese un paio di cuffie con il filo, le indossò e si lasciò cadere sulla sua poltrona di pelle, pronto a immergersi nel suo mondo musicale.

Feci cenno a Sofia di seguirmi in cucina. L’aroma familiare del caffè appena fatto, proveniente dalla macchina sul bancone, ci accolse non appena varcammo la soglia. Lei si appoggiò al ripiano, guardandomi con un’aria sorprendentemente bonaria. Io, invece, mi sedetti a disagio al tavolo.

«Di cosa volevi parlarmi di così importante da venire fino a casa mia? E… scusa la franchezza, ma come conosci mio nonno e come facevi a sapere dove abito?» chiesi, senza mezzi termini.

Sofia mi guardò con i suoi occhi verdi, intensi ma dolci, come se potessero leggermi dentro. «Di un viaggio, Francesco. Un viaggio interiore, un percorso che ti condurrà alla riscoperta di te stesso. E per quanto riguarda tuo nonno… non l’ho mai incontrato.» Un leggero sorriso le increspò le labbra carnose. «Sapevo dove abitavi perché, dopo il McDonald’s, Lucia me ne ha parlato.» Fece una breve pausa, poi aggiunse: «Come ti dicevo stamattina al Vul…»

Era appoggiata al bancone e pronunciava quelle parole con una tale linearità da rendere tutto incredibilmente chiaro, come se seguisse un filo invisibile. Irradiava una profonda serenità.

«Stamattina… ho fatto un sogno strano. Ho visto mia madre. Indossava un braccialetto… identico al tuo,” dissi, riprendendo il discorso interrotto al Vul.

Sofia annuì lentamente, lo sguardo fisso sul braccialetto mentre giocherellava distrattamente con la pietra azzurra. «Come ti dicevo, questo braccialetto è un simbolo. Un legame con il passato, il presente e il futuro. Ma soprattutto, è un tramite per la tua vera essenza.»

«Sai…» iniziò Sofia, con la stessa inflessione nella voce che aveva avuto quando ci raccontò del sant’uomo in India al McDonald’s con Lucia. Si strinse l’avambraccio sinistro con la mano destra, visibilmente emozionata, quasi senza fiato. «Più o meno alla tua età, conobbi il mio guru in sogno. Mi disse che, finita l’università, sarei partita per un viaggio e che lo avrei incontrato in India.» Si staccò dal ripiano e si sedette di fronte a me, la luce verde smeraldo nei suoi occhi brillava come un fuoco.

Indicai il braccialetto. «Parli di quel sant’uomo… e di quando ti donò questo?» Un’improvvisa intuizione mi colpì.

Sofia non rispose, si limitò ad annuire.

Tutto cominciava a combaciare.

Mi guardò con intensità. «Esatto, Francesco!» disse, appoggiando una mano sul tavolo. La pietra azzurra luccicò debolmente. «Come ti dicevo stamattina, tutto era già previsto.» Prese un respiro leggero. «Immagina ogni evento come una sfera di questo braccialetto, tutte legate tra loro affinché tu possa giungere alla comprensione, rappresentata dalla pietra azzurra» seguì con il dito un percorso, dalle pietre di legno nero fino a quella azzurra. Poi, apparentemente cambiando discorso, chiese: «Sai cosa significa la parola ‘guru’?»

«Non… non proprio» risposi, muovendomi a disagio sulla sedia.

«In sanscrito, ‘gu’ significa oscurità, e ‘ru’ significa colui che dissipa. Un guru è colui che ti guida dall’oscurità all’illuminazione, che ti aiuta a trovare la luce dentro di te. È un viaggio, un’evoluzione, un passaggio – come descrivono i Veda – dal reale all’irreale, dal buio alla luce, dalla morte all’immortalità. Non è un maestro nel senso tradizionale, ma una guida spirituale che ti accompagna nel tuo cammino interiore. E io, Francesco, sono qui per questo. Per accompagnarti in questo cammino» concluse Sofia, con un tono più riflessivo. «Anche se, a mio parere, l’unico vero guru è il Sé, la consapevolezza dell’Io Sono che risiede in ogni essere umano. Il guru esterno – io, in questo caso – serve solo a indicare questa verità interiore.”

Smosso da quelle parole intense, un ricordo nitido affiorò nella mia mente. Come spinto da una forza invisibile, guardai verso la credenza e notai, per la prima volta, una vecchia foto di mia madre che sorrideva in un parco d’estate. Indossava proprio quel braccialetto. Il mio cuore perse un battito.

«Quel braccialetto… lo indossava anche mia madre… quando ero piccolo. C’è proprio una sua foto lì… sulla credenza» dissi con voce tremante.

Mi alzai di scatto e mi avvicinai alla credenza. Presi la foto tra le mani e la guardai attentamente. Era proprio lui! Lo stesso identico braccialetto.

«Non ci posso credere… non l’avevo mai notato prima» dissi con le lacrime agli occhi.

Sofia si avvicinò a me, rimanendo in piedi, e appoggiò la sua piccola mano, sorprendentemente calda, proprio al centro della mia schiena, nello stesso punto in cui l’aveva appoggiata al concerto di Lucia. Sentii un calore diffondersi da quel contatto, immergendomi in una pace e una tranquillità che non avevo mai provato prima. Era come se quel tocco avesse risvegliato qualcosa dentro di me.

«A volte, Francesco, le risposte sono proprio davanti ai nostri occhi, ma non siamo pronti a vederle. Il tuo cuore, però, ricorda. E ora, io sono qui per aiutarti a vedere con il cuore» disse Sofia in un tono lieve.

Proprio in quel momento il mio telefono vibrò. Istintivamente, lo presi e lo guardai di nascosto, cercando di non farmi notare da Sofia. Sullo schermo apparvero diversi messaggi di Lucia, uno dopo l’altro. Lessi velocemente. “Amo’, ho appena finito le prove! Sono stanchissima ma non vedo l’ora di vederti stasera!”. Altri messaggi seguivano, con emoticon e cuoricini. La mia espressione cambiò drasticamente, diventando più tesa e preoccupata.

Sofia, ancora in piedi vicino a me, mi rivolse un sorriso comprensivo. «Francesco, non devi nascondermi nulla. Qualunque cosa sia, sono messaggi di Lucia, non è vero?»

Esitando, risposi: «Sì.»

«Non c’è bisogno di scusarti. Mia sorella ti vuole bene, e tu gliene vuoi, non c’è nulla di più bello dell’amore in questo mondo martoriato dalla crudeltà e dall’egoismo. Le relazioni umane sono complesse, come le maree che si infrangono sulla costa. Ogni onda porta con sé nuove correnti, nuove sfide. Ma la verità, Francesco, è sempre la bussola che indica la giusta direzione. E la verità non teme la luce. Io ti aiuterò a trovare la tua verità. Ogni ferita ha una sua medicina. Ma la cura inizia con l’accettazione. Accettare il dolore per trascenderlo. Accettare il passato per abbracciare il futuro. Questo è il patto che ti propongo, Francesco. Un cammino insieme verso la tua piena realizzazione. Sei pronto a intraprendere questo cammino?» Fece una breve pausa, il suo sguardo si fece ancora più intenso, quasi magnetico. Poi, senza aspettare la mia risposta, con un gesto lento e solenne, sfilò il braccialetto dal polso. Lo prese tra le dita, come se fosse un oggetto sacro, e lo porse verso di me. «Questo braccialetto» disse con voce calda e profonda, «ha viaggiato attraverso il tempo e lo spazio, testimone di innumerevoli storie. Ora è giunto il momento che compia il suo ultimo viaggio: il viaggio verso di te.»

Prese la mia mano e, con delicatezza, mi allacciò il braccialetto al polso. Nel momento in cui la fredda superficie della pietra azzurra entrò in contatto con la mia pelle, una scossa mi percorse l’intero corpo. Non era una scossa fisica, ma una vibrazione interiore, un’eco di qualcosa di antico e profondo che si risvegliava dentro di me.

Sofia mi guardò negli occhi, un sorriso dolce e enigmatico sulle labbra. «La verità, in quanto tale, può e deve essere sperimentata come esperienza individuale, la quale, a sua volta ha un senso solo se si avvicina alla realizzazione di sé, o meglio del sé supremo, quello che hai vissuto finora, tutte le tue esperienze, tutte le tue paure, i successi, le delusioni…» mi guardava dandomi il tempo di assimilare quelle parole.

Io ero ancora attonito, avevo spostato il mio sguardo dai suoi occhi e stavo fissando il braccialetto al mio polso.

«Sono solo un pezzo di strada. La realtà nella quale siamo immersi ci parla continuamente e se si è in grado di ascoltarla ci racconta esattamente quello che dobbiamo realizzare; nulla avviene per caso.»

Mi girava la testa nell’ascoltare le sue parole, ma il magnetismo della sua presenza rendeva quel complicato discorso semplice ed intuitivo. Dedussi che non era ciò che diceva ma perché a dirlo era lei, il suo esempio portato nella mia vita.

«Tutto è già stato pianificato perché avvenisse nei modi e nei tempi giusti per la tua evoluzione, devi solo arrenderti al flusso, come ebbi già modo di dirti l’altra sera al Club.»

Un flusso di immagini come una cascata inondò la mia mente, ogni scena e ogni scelta erano legate da un filo che conduceva esattamente a quel preciso istante, ai suoi occhi verdi smeraldo che ardevano come un fuoco da campo.

Piansi di un pianto ininterrotto e liberatorio, lei mi cinse in un abbraccio e sentii come se il muro che fino a quel momento mi aveva tenuto prigioniero cadesse, mostrandomi un paesaggio sconfinato da esplorare, e che io ero solo un minuscolo puntino visto da lontano.

Il suono del blues che proveniva dalle cuffie di mio nonno creava un’atmosfera suggestiva e malinconica.

Il mio sguardo, perso nel vuoto, rifletteva un misto di confusione, stupore e una nascente consapevolezza.

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