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Il Bar Italia
Non ero ancora salito in bici che ricevetti un messaggio da Lucia con le coordinate e una GIF di due cuori pulsanti. Aprii Google Maps e scoprii, con sorpresa, che ci saremmo incontrati al bar di suo padre in Corso Mazzini, il famoso Bar Italia. Era un posto che conoscevo benissimo; negli anni ci ero stato innumerevoli volte, specialmente quando accompagnavo Lucia alle uscite con gli amici. Mi stupii del fatto che non mi avesse detto semplicemente “ci vediamo al bar di mio papà”, come faceva di solito. Era evidente che, scegliendo quel luogo, volesse giocare in casa.
Dall’Area Vul al Bar Italia ci volevano solo quattro minuti in bicicletta, passando per il Ponte Coperto. Iniziai a pedalare con forza, sentendo i muscoli delle gambe tendersi e la bici scattare in avanti. L’Area Vul si allontanava alle mie spalle, con i suoi alberi, il fiume e la sua quiete, mentre mi lanciavo nel caos cittadino. Il vento mi sferzava il viso, portando con sé un misto di odori: l’erba tagliata e la terra bagnata si mescolavano all’aroma di caffè e allo smog che già si percepiva nell’aria.
Il Ponte Coperto si stagliò improvvisamente davanti a me, imponente e solenne, con le sue arcate che si specchiavano nelle acque del Ticino. Lo superai con una pedalata più decisa, avvertendo il rumore delle ruote sull’acciottolato e le voci dei passanti. Il cuore batteva forte. Dopo il semaforo imboccai Strada Nuova, animata da persone intente ad ammirare le vetrine; al terzo incrocio, svoltando a destra, finalmente scorsi Corso Garibaldi e, da lì a poco, con una breve pedalata – sebbene sotto il sole di mezzogiorno di fine luglio che mi fece sudare - arrivai a destinazione, la voglia di vedere Lucia mi metteva il fuoco addosso!
Le vetrine del Bar Italia brillavano sotto la luce del sole e i tavolini all’aperto si estendevano sul marciapiede come una variopinta fioritura. Provai un misto di paura, eccitazione e curiosità mentre mi avvicinavo, cercando di mettere ordine ai miei pensieri. Avevo una gran voglia di rivederla, ma anche il timore di dire qualcosa di sbagliato.
Lucia mi aspettava seduta a un tavolino fuori dal bar, intenta a leggere “Seventh Heaven”, il libro che le avevo regalato. Sul tavolo c’era una bottiglietta d’acqua a metà; proprio come me, Lucia preferiva l’acqua frizzante. Indossava occhiali da sole, e potevo immaginare il perché.
Parcheggiai la bici e mi avvicinai lentamente, quasi in punta di piedi, come se fossi accompagnato da una musica che solo io potevo sentire. «Ehi» dissi, con la voce un po’ roca.
Lei alzò di scatto lo sguardo dal libro, riconoscendo la mia voce. Togliendo gli occhiali da sole, con un sorriso raggiante. I suoi occhi verdi brillavano, nonostante fossero ancora gonfi e rossi dalla sera prima, mentre era intenta a sistemare con cura gli occhiali da sole nella custodia e accarezzava la copertina del libro. Non mi diede nemmeno il tempo di aprire bocca. «Francesco!» esclamò, con un tono di voce felicissimo, battendo con una mano sul seggiolino accanto a lei per invitarmi a sedermi al suo fianco. «Cavolo, questo libro è pazzesco! Non so come tu abbia fatto a trovarlo, ma è perfetto!» iniziò subito a parlare, senza darmi la possibilità di dire nulla. «Ti giuro, non ho mai letto niente di simile!» continuò, con gli occhi che brillavano e le guance arrossate. «Patty Smith è una dea, lo sai? Ma in questo libro si è superata! Le parole sono così vere, così potenti, che mi fanno venire i brividi!»
A quelle parole mi sentii sollevato. Non sembrava arrabbiata per il mio comportamento della sera precedente, non mi stava rinfacciando la mia fuga. Era lì, entusiasta come sempre, con la sua passione per Patty Smith che la faceva brillare. Il cuore mi diede un balzo.
«E la poesia… quella che parla di New York, dove dice che le strade sono quasi le vene di una città che non dorme mai…» continuava, con un tono incantato, «…e poi quella che parla di un amore che ti fa sentire viva, anche quando hai paura… è qualcosa di incredibile!» Prese la bottiglietta d’acqua e bevve un sorso. «Poi, c’è quella dove parla della notte, non in senso triste, ma come un momento di liberazione, dove ci si può togliere la maschera e mostrarsi per quello che si è. Cavolo, è bellissima!» Mi guardò negli occhi e si fermò un attimo. «Scusa Francesco, mi sono lasciata trasportare e ho iniziato a parlare a raffica, ma dovevo dirti che è pazzesco, potentissimo. Grazie!» disse, sorridendomi. Poi fece un respiro profondo. «Grazie ancora per il regalo, sono felicissima di vederti!»
La guardavo rapito dalla sua energia, dalla sua passione, dal suo modo. Era la solita Lucia, ma ora era anche la mia ragazza? Dovevo assolutamente chiederglielo, dovevo chiarire la situazione.
«Lucia» la interruppi, cercando di controllare il respiro. «Lucia, senti…»
Lei mi guardò, confusa, e smise di parlare. «Sì?»
«No… ecco… cioè… noi due…» balbettai. Mi sentivo un idiota, come al solito, ma dovevo sapere. «Noi due stiamo… insieme? Giusto?» riuscii finalmente a dire.
Lei mi guardò per un istante, con i suoi occhi che sembravano leggermi dentro, senza dire una parola. Il silenzio si fece pesante. Poi, improvvisamente, Lucia scoppiò a ridere, sdraiandosi letteralmente sul tavolo.
Non smettevo di guardarla, pensando a quanto fossi fortunato ad averla nella mia vita.
Poi mi guardò, con gli occhi ancora lucidi per le risate. «A quanto pare, sì. Se lo vuoi, ovviamente!» E mi baciò, stringendomi la mano.
Il cuore, a quel bacio, rischiò di scoppiarmi nel petto.
Era tutto così semplice, così naturale. Non c’era bisogno di discorsi lunghi e complicati. «Avevo bisogno di chiedertelo» sussurrai, con la voce che tremava per l’emozione, con il viso ancora a pochi centimetri dal suo. Poi, realizzando la situazione, esclamai: «Finalmente!» alzando le braccia al cielo come Pantani alla vittoria del Tour de France.
Lucia rise ancora, e mi diede un altro bacio sulla guancia. Era tutto perfetto, semplice eppure incredibile.
Un dubbio mi assalì improvvisamente, bloccandomi e facendomi sentire di nuovo a disagio. Mi rivolsi a lei con il cuore che batteva forte. «Lucia» iniziai, con la voce che tremava leggermente, “«ma… lo sai, vero, che non ho mai avuto una ragazza?»
I suoi occhi si posarono su di me, confusi e divertiti. «Certo che lo so» rispose, «perché me lo chiedi?»
Mi passai una mano tra i capelli, nervoso, cercando di trovare le parole giuste. «Cioè…» balbettai.
Lei mi osservò attentamente, poi accennò un sorriso. «Ok, e quindi? Cosa stai cercando di dirmi?»
Mi sentii ancora più stupido di prima. «Non lo so…» ammisi. «Cioè, tu sei… la più bella della scuola! E… e adesso sei la mia ragazza! La mia prima ragazza!» dissi, sentendo le parole morirmi in bocca per l’eccitazione. Non riuscivo a esprimere a parole quello che provavo in quel momento.
Lucia mi guardò con i suoi occhi verdi che brillavano, poi, all’improvviso, scoppiò a ridere. «Ma dai, Francesco, non esagerare! La più bella… e Claudia? Dove la metti?» disse con un tono scherzoso.
Al sentire quel nome, il mio viso si contrasse in un’espressione di disgusto, e Lucia commentò: «Bravo, risposta esatta!» Poi aggiunse, con un tono più dolce e un sorriso che mi fece accelerare il battito cardiaco, «Ma cosa ti passa per la testa? Perché devi essere sempre così drammatico?» Mi diede una leggera pacca sul braccio. «Devi solo essere te stesso. Altrimenti non ti avrei detto di sì, dopo il casino che hai combinato ieri sera, giusto? E comunque…» concluse, facendomi l’occhiolino e prendendo il suo libro con noncuranza, «…anch’io da ieri ho il mio primo ragazzo!»
Non ero ancora del tutto convinto. «Non lo so, è che mi confronto con Edoardo, che ne ha avute tipo seicento!»
Lucia alzò gli occhi al cielo, come se avessi detto una sciocchezza colossale. «Edoardo? E chi se ne importa di Edoardo? E poi, seicento? Quello… è fortunato se ne ha una ogni tanto! Dai, non fare lo scemo!» Poi mi prese la mano e la strinse. «Guarda, a me piaci tu! Con i tuoi casini, le tue paure, la tua goffaggine e anche con la tua totale inesperienza in queste cose» concluse con un sorriso che mi sciolse. «Che poi sono inesperta pure io!» rise e mi diede un altro bacio, questa volta sulla bocca. Fu incredibile! Poi tornò tranquillamente a leggere il libro.
A quel punto, le alzai dolcemente il mento con una mano, guardandola negli occhi a pochi centimetri di distanza. «Ah, comunque, prima anche tu, come il dinamico duo Laura e Jack, mi hai chiamato ‘Ciccio’! Che non succeda più, sennò inizio a chiamarti Lucy! Ok?» dissi con finta aria arrabbiata.
«Ok, Ciccio!» rispose lei con un sorriso a trentadue denti, le labbra incurvate in un modo che mi fece venire subito voglia di baciarla. «E comunque, da dove vieni? Puzzi da far schifo!»
Mi incupii per un attimo, pensando che fino a un quarto d’ora prima ero con sua sorella Sofia ad ascoltare i suoi discorsi sul destino e sulla spiritualità. Poi la abbracciai forte. «Ah, puzzo, eh?»
Lei cercò di divincolarsi. «Certo che puzzi! Sembra che hai corso una maratona nel fango!»
Mentre la stringevo, il pensiero di Sofia mi attraversò la mente come un lampo. Il suo viso sereno, i suoi occhi verdi, le sue parole sul destino e sul braccialetto. Per un attimo, mi sentii come se stessi vivendo due vite parallele: una con Sofia, fatta di mistero e spiritualità, e una con Lucia, fatta di risate, abbracci e quotidianità.
Senza una ragione precisa, decisi di non raccontarle dell’incontro. Forse era paura di ferirla, o forse semplicemente non mi sentivo ancora pronto ad affrontare quel discorso. Ma la verità era che, mentre stringevo Lucia tra le mie braccia, una parte di me si sentiva in colpa.
Proprio mentre eravamo abbracciati, suo padre uscì dal bar. Mi guardò con un’espressione severa. «Che stai facendo alla mia bambina?»