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L’area Vul
19 Luglio
Il telefono squillò con insistenza, strappandomi da un sonno che sembrava più un’anestesia totale. La luce del sole, già alta, filtrava prepotente attraverso le persiane, costringendomi a socchiudere gli occhi ancora abituati al buio. Mi girai nel letto, afferrando il cellulare dal comodino, e sbuffai nel vedere il nome di Edoardo sullo schermo. Erano quasi le undici del mattino, e la fuga dal Social Bistrot sembrava così lontana, anche se il ricordo era ancora vivido nonostante l’epilogo della notte.
Risposi con una voce impastata di sonno e di fastidio. «Edo… dimmi…»
La voce di Edoardo, dall’altra parte del telefono, era carica di un’energia che nel mio sonno veglia trovai irritante. «Fra’! Finalmente! Credevo che fossi morto! Insomma, non ti sei fatto sentire per ore! Novità? Tutto bene? Lucy ti ha perdonato alla fine?» ll tono era un misto di curiosità e di presa in giro, e mi ritrovai a stringere il cellulare involontariamente.
«Tutto bene un cavolo, Edo» dissi, mentre mi stiracchiavo con una smorfia. «E comunque, a parte che non ti sei fatto sentire nemmeno tu, per tutta la notte, eravamo andati alla festa insieme, ti ricordo!» dissi indispettito, cercando malamente, di nascondere un po’ di risentimento. «Comunque, sì, con Lucia ho risolto, alla fine» conclusi con un sorrisetto soddisfatto, tra le labbra.
La risposta di Edoardo fu immediata. «Eh!? Come risolto? In che senso!? Devi subito, dirmi tutto, avete deciso di sposarvi, subito?» rispose, con un tono leggermente più basso, come se si fosse reso conto di aver esagerato.
«Comunque… t’ho scritto almeno ventisette mila messaggi!»
Mi ricordai era la prima volta che guardavo il telefono da ore, stanotte non avevo avuto il coraggio di affrontarlo. E in effetti c’erano moltissime notifiche. Sospirai, passandomi una mano sugli occhi e mettendo a fuoco la situazione, e nicchiando sul fatto che non avevo visto tutti i suoi messaggi. «Non esagerare! Semplicemente, ci siamo visti sotto casa sua a tarda notte, abbiamo parlato, abbiamo fatto pace e… ci siamo baciati.» Conclusi, cercando di minimizzare l’evento.
«Quindi, sparisci nel nulla, la lasci li, poi vai a casa sua a tarda notte e finite per… baciarvi? Non ha nessun senso! Sembra una scena presa da una soap opera di bassa lega! Non ti sembra un po’ strano?»
«Edo!» esclamai, con un tono improvvisamente sulla difensiva. «Non sono come te, poi ero davvero distrutto dal sonno e dalla tensione e anche Lucia non era da meno, ci siamo solo baciati e poi siamo andati a dormire! Ma tu che fine hai fatto? Ti sei dissolto nel nulla!»
Con un tono, che era un misto di ironia e risentimento, Edoardo fece una pausa, come per cercare le parole giuste. «Beh, in realtà… sono rimasto un po’ al Social Bistrot, sai com’è» confessò, con un pizzico di imbarazzo nella voce. «Ho conosciuto una tipa, carina… e poi, beh, è successo che… Comunque Lucia era un po’ giù di morale, e noi siamo dovuti rimanere a consolarla!»
Alzai un sopracciglio, non sapendo se ridere o arrabbiarmi. «Ah, certo… Capisco… Un classico, “ero a consolare la festeggiata” mentre ti fai i fatti tuoi. E non ti sei fatto sentire per tutto questo tempo, mentre io ero in preda alla follia, e poi mi chiami per sentire se va tutto bene?!» Senza volerlo la mia voce era carica di sarcasmo. «Complimenti, amico.»
«Dai Fra’, non esagerare! Non è come sembra, era davvero triste, credimi! Ricordati che era pur sempre il suo compleanno! E poi... beh, la mia serata è stata… diciamo… interessante» aggiunse Edoardo, con un tono di voce malizioso. «Ma dai, non fare il musone! Magari, più tardi, ci facciamo un giro insieme e ti racconto tutto per bene.»
«Magari» risposi, ma poi ripensandoci, aggiunsi, «Per il momento, ho bisogno di farmi una doccia e poi di uscire a fare un po’ di movimento, per riordinare le idee. Ho fatto un sogno strano… e mi sento un po’ confuso» spiegai, cercando di sviare la conversazione.
«Uno strano sogno? Di’ la verità! Non è che hai sognato Sofia?» rispose Edoardo con un tono malizioso, tornando alla carica.
«Edoardo, smettila!» esclamai, esasperato. «Non c’entra Sofia. Ero… ero su una barca… con mia madre» la mia voce si fece più bassa, quasi sussurrata.
«Ok, ok, ho capito… Ma non è che pensi che questa cosa c’entri con quello che ti sta succedendo con Lucia?» La voce di Edoardo aveva perso la sua vena ironica e sembrava sincera, ma era comunque piena di curiosità. «Poi tua madre, cazzo! Roba forte Fra’!»
«Non lo so Edo, mi sento un po’ confuso» dissi con voce smarrita, ma un po più tranquilla.
«Va bene Fra, ti lascio fare, ci sentiamo più tardi, o magari usciamo stasera e mi racconti tutto… ma per bene!» Edoardo chiuse la telefonata con una risata.
Dopo aver chiuso con Edo mi sentivo ancora più confuso di prima. La doccia non era servita a lavare via il torpore del sonno né il turbine di pensieri che mi si affollavano nella mente. In un lampo ero vestito e pronto per la corsetta, un paio di pantaloncini e una vecchia maglietta, e uscìi di casa con l’obiettivo di fare un po’ di movimento, di sfogare la rabbia e di trovare una risposta alle mille domande che avevo in testa. Di nonno Gianni neanche l’ombra… boh chissà dov’era, non era solito dirmi dove andasse, affari suoi pensai. Presi la bici e, con una spinta vigorosa sui pedali, mi allontanai dalla via, pedalando velocemente verso il centro della città.
Le strade a quell’ora del tardo mattino erano relativamente tranquille. Non sapevo nemmeno dove andare, cercavo un posto con molta gente e mi venne in mente il Vul come una rivelazione, inaspettata, non ci andavo mai.
Rimasi con lo sguardo fisso sulla ruota anteriore, come se quella fosse l’unica cosa che contasse, non dovevo pensare, dovevo solo pedalare. Era il mio modo di smaltire la rabbia, la frustrazione e la confusione, e poi… sarei dovuto tornare alla realtà, mi aspettava Lucia! Adesso stavamo insieme, beh almeno lo speravo, non era stata proprio chiara al riguardo.
Un grosso sorriso mi riempì il volto! Molto velocemente arrivai, quasi senza accorgermene, all’Area Vul. Il sole splendeva alto nel cielo, illuminando il Ticino che scorreva placido sotto il ponte dell’Impero.
Nonostante fosse quasi mezzogiorno e si moriva dal caldo, alcune persone erano già sparse lungo la riva del fiume a prendere il sole sulle stuoie, qualche runner solitario, alcuni gruppi di amici che si preparavano per un pic-nic e qualche persona intenta nella lettura di un libro, seduta sotto l’ombra di qualche albero.
L’aria profumava di erba tagliata, ma il sottofondo della città non era mai del tutto assente. II rumore delle auto e qualche chiacchiera si mescolavano alla musica che proveniva da una cassa, poco distante, dove un gruppo di ragazze e ragazzi stavano allegramente festeggiando l’inizio del weekend.
Attaccai la bici a un albero, un po’ lontano dal resto del parco, feci un leggero stretching e poi iniziai a correre giù per la discesa che portava verso il fiume. La sensazione dell’aria sul viso e il ritmo della corsa sul terreno morbido mi aiutarono a liberare un po’ la mente dal groviglio di pensieri. Corsi una decina di minuti poi, completamente senza fiato, mi fermai per riprendermi e, guardandomi intorno, notai un’ombra sotto un grande salice piangente.
Una figura era seduta a gambe incrociate, in una posizione di meditazione. Con un sussulto, capii chi era.
Sofia indossava un lungo vestito di lino bianco che le arrivava alle caviglie. Con i capelli, raccolti in una treccia morbida che le cadeva sulla spalla. Erano mossi da una leggera brezza. Aveva gli occhi chiusi e il viso rivolto verso il sole, ed emanava una calma e una serenità che la faceva sembrare parte integrante della natura. Accanto a lei, a terra, c’era il suo solito braccialetto nero con la pietra azzurra, che brillava di una luce discreta.
Il mio cuore improvvisamente, si mise a battere forte nel petto.
Mi avvicinai lentamente indeciso se interromperla o meno, ma era come se una forza invisibile mi attirasse verso di lei. Vedendola così assorta nella sua pratica, mi ricordai il perché la trovavo tanto affascinante. La calma, la concentrazione e la quiete di Sofia, in contrasto con il caos che mai abbandonava la mia testa perennemente inquieta, la rendevano per me una creatura inspiegabile.
Mi avvicinai con l’intento di farmi notare, ma Sofia non accennava a muoversi, e restava immobile nella sua posizione, così feci un piccolo colpo di tosse.
«Francesco» disse Sofia con la sua voce melodiosa, all’improvviso, «che sorpresa incontrarti qui. E proprio quando stavo per terminare la mia meditazione. Come stai?» il suo sorriso era calmo e sereno, un faro di pace in mezzo alla confusione che mi avvolgeva in quella afosa mattinata.
Dopo un attimo di smarrimento, risposi con un sorriso incerto. «Beh, diciamo che sono un po’ confuso, ma sto cercando di mettere ordine nei miei pensieri. E tu? Cosa ci fai qui?»
Sofia fece un cenno con la testa verso il fiume, come a indicare la bellezza del luogo. «Mi piace venire qui, quando ho bisogno di tranquillità. Il contatto con la natura mi aiuta a ritrovare me stessa. Ma, a quanto pare, non sono la sola oggi, ad aver bisogno di trovare tranquillità.» Il suo sguardo tornò a posarsi su di me con il suo incantesimo. Il verde smeraldo dei suoi occhi come al solito vorticava come metallo fuso. Come fosse un varco dimensionale, che si apriva su di una distesa di un’intensità che mi metteva a disagio e allo stesso tempo mi attraeva. «Ma dimmi, cosa ti turba?»
Presi un respiro per un istante, indeciso se confidarmi o meno. Ma la calma che emanava Sofia, e quei suoi dannati occhi, crearono immediatamente un collegamento empatico e una strana sensazione di fiducia che mi spinsero a parlare. «E… è complicato. Ieri sera sono successe un sacco di cose… Lucia mi ha dedicato una canzone… e poi io sono scappato… ma lo sai, eri al mio fianco in quel dramma che stavo vivendo.» Ero in imbarazzo. «Beh, dramma… per qualcun altro sarebbe stato il paradiso…» parlavo contorcendomi le dita delle mani.
Sofia annuì lentamente, senza interrompermi. «Capisco. A volte, le emozioni possono sopraffarci. Ma fuggire non è mai la risposta. Le risposte, sai, sono sempre dentro di noi.»
La fissai, di stucco. Era quella frase! La stessa che mia madre aveva pronunciato nel sogno. Un brivido mi percorse la schiena, un misto di inquietudine e stupore. «Sofia» iniziai, con la voce spezzata, «avevo bisogno di parlarti, in realtà. Da quando ti conosco... quando sono con te, succedono cose assurde» abbassai lo sguardo, sentendo il mio imbarazzo crescere. «Poi... stanotte ho fatto un sogno strano, dove c’era mia madre.» Un senso di urgenza mi pervadeva, una voglia irrefrenabile di condividere quel peso. La sua presenza emanava una quiete confortante, come un’oasi nel mio eterno turbinio emotivo. Mi sentivo cosi stranamente a mio agio con lei che mi lasciai andare. «E al braccio aveva il tuo braccialetto… quello che mi ha colpito subito, la prima volta che ti ho vista!» Presi un respiro profondo, liberatorio. «Ecco, I’ho detto, finalmente!» Una risata nervosa mi sfuggì. «E poi… ecco, perché dici sempre cose… così strane?» Mi senti improvvisamente goffo e impacciato.
Sofia rispose con un sorriso dolce, e alzò una mano, mostrando il suo braccialetto nero con la pietra azzurra. «Questo, intendi?» chiese, indicandolo con un cenno del capo. «Te ne volevo parlare già da un po’, è più di un semplice ornamento. È un talismano, simbolo di un percorso spirituale. E come ti ho già raccontato, mi è stato donato cinque anni fa.»
Conoscevo la storia, me l’aveva raccontata il giorno prima, ma la sentivo come se fosse la prima volta. «Non capisco» risposi, alzando un sopracciglio, confuso e incuriosito.
Sofia prese un respiro profondo, fissandomi con intensità, mentre si infilava il braccialetto al polso destro.
«Ieri, al McDonald’s, non ti ho raccontato tutta la storia» iniziò, con un tono di voce più serio. «Quando ero in India, durante il Kumbh Mela, il Bodhisattva di Maharaj Nisargadatta mi disse che un giorno avrei dovuto consegnare questo braccialetto a un ragazzo nella mia città natale. Un ragazzo segnato dalla sofferenza per la perdita della madre da bambino ma che, allo stesso tempo, doveva essere pronto ad accogliere la verità. Mi disse che avrei dovuto incontrarlo e darglielo, e che quando l’avesse indossato, avrebbe trovato la via per la sua personale realizzazione.»
Io la ascoltavo in silenzio, rapito dalle sue parole. Sentivo un brivido percorrermi la schiena, una strana sensazione di familiarità con la storia del braccialetto e con tutto quello che aveva a che fare con Sofia. E la cosa più sconvolgente era che, quelle parole assurde, dette da chiunque altro, le avrei liquidate come farneticazioni. Ma nella sua bocca, suonavano di una normalità disarmante, quasi spaventosa.
Sofia continuò. «All’inizio non capivo bene il senso di tutto questo, poi tornata a casa, mia sorella Lucia, mi parlò spesso di un suo amico, un certo Francesco, che le era molto caro. Mi raccontava sempre di quanto fosse speciale e sensibile, e di come avesse sofferto per la perdita della sua mamma. Ma, sai, non pensavo che fossi proprio tu… quel Francesco» concluse con un sorriso dolce e malinconico.
Guardai Sofia negli occhi e mi sentii perduto. Era come se le tessere di un puzzle stessero andando al loro posto. Era tutto così incredibile…
Sofia, notando la mia confusione, aggiunse: «Vedi, Francesco? II destino a volte ci mette di fronte a eventi che sembrano casuali, ma che in realtà sono parte di un disegno più grande. Io ancora non so perché questo braccialetto» alzò il braccio e lo fece dondolare davanti ai miei occhi attoniti, «era anche al braccio di tua madre durante il tuo sogno, ma forse c’è un motivo. Forse quel sogno è un segnale. Forse sono qui per aiutarti a trovare le tue risposte, a capire meglio te stesso. Se vuoi, posso offrirti la mia guida, il mio aiuto.» Finì la frase appoggiando dolcemente le sue mani giunte al petto e chiudendo gli occhi.
Ero irrimediabilmente attratto dal suo mistero e dalla sua saggezza. Le parole di Sofia mi risuonavano dentro, e per la prima volta in molto tempo senti un barlume di speranza. «Perché lo faresti?» chiesi, con un filo di voce.
Sofia mi sorrise, il suo sguardo carico di una comprensione infinita. «Perché credo in te, Francesco. E perché sento che questo è il mio compito, il mio dovere. Accetti la mia offerta?» La voce di Sofia, carica di una quiete che mi scompigliava l’anima, era ancora sospesa nell’aria quando il mio cellulare vibrò, interrompendo bruscamente l’incantesimo.
Il nome di Lucia illuminò lo schermo e una scarica di ansia mi attraversò, come un brivido di gelo in piena estate. Era come se la realtà bussasse alla porta del mio rifugio improvvisato con insistenza, ma anche una grandissima felicità. Non vedevo l’ora di sentire la sua voce! Risposi con una goffaggine che mi fece venire voglia di darmi uno schiaffo. «Ehi… ciao Lucia, tutto a posto?»
Tutto a posto!? Ma che uscita era?? La mia voce suonava più stridula del solito, una prova evidente di quanto fossi in subbuglio in quel momento.
«Ciao Francesco...» La sua voce era ancora impastata dal sonno, segno che si era appena svegliata. «Stavo pensando, che ne dici di pranzare insieme? Così parliamo con calma della serata di ieri.» Fece una piccola pausa, prima di aggiungere, «Ho una mezza idea su dove andare, ci incontriamo lì, fra un po’?»
Sarei andato anche in capo al modo! «Certo! È un’idea geniale, Lucia!» risposi, con un tono forse fin troppo accondiscendente, che mi fece vergognare all’istante. «Non ho ancora mangiato, e poi… non vedo l’ora di vederti! Fammi sapere dove ci incontriamo.»
«Perfetto! Allora ti mando le coordinate su Whatsapp, ci vediamo lì, tra una mezz’oretta, ti va bene? Non vedo l’ora, anche io Ciccio!» schioccò un bacio e chiuse la chiamata, lasciandomi in balia di un vortice di panico e sollievo.
Non sapevo davvero come avrei potuto gestire l’incontro, nascondere il groviglio di emozioni e pensieri che mi attanagliano il cuore e la mente. All’improvviso morivo dalla voglia di stare con lei! E poi mi aveva chiamato ‘Ciccio’! Dovevo fermare questa escalation sul mio soprannome!
Mi girai verso Sofia, cercando di apparire il più naturale possibile, ma mi sentivo come se stessi camminando su delle mine. «Era… era Lucia» sussurrai, come se mi stessi giustificando. «Mi ha chiesto di pranzare insieme e… beh, devo andare, mi aspetta» conclusi trattenendo chissà perché il respiro.
Sofia, non fece una piega, un sorriso raggiante le incurvò le labbra carnose, quel suo solito sorriso che avevo visto molte volte.
«Certo, Francesco» rispose semplicemente, con una tranquillità che mi fece sentire ancora più impacciato. «Ci vediamo, allora. In bocca al lupo. Metticela tutta, faccio il tifo per te! Come sempre!» mi appoggiò quella sua minuscola mano bollente al petto, ormai era diventato un rito quando mi parlava.
Mi allontanai da Sofia a passo svelto, inciampando in un sasso invisibile. Con un movimento goffo e maldestro, afferrai la mia bici, e, con una pedalata incerta, lasciai l’area del Vul alle mie spalle, abbandonando a malincuore un mondo di misteri e di emozioni. Il cuore batteva a mille, le tempie pulsavano, e la mia fronte era madida di sudore, nonostante la leggera brezza. Il caldo in quel momento era diventato insopportabile, ed ero ufficialmente diventato il re della goffaggine. L’incontro con Lucia era imminente e non vedevo l’ora di stringerla tra le braccia e sentire la sua voce. Non vedevo l’ora di affrontare la verità, beh, almeno speravo di essere pronto!