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Il sogno
Mi svegliai di soprassalto, con un sussulto, il cuore che mi martellava nel petto. Ero sveglio, ma non riuscivo ad aprire gli occhi né a muovermi. Ero cosciente, ma il mio corpo non rispondeva ai miei comandi. L’immagine di un lago calmo e scintillante al tramonto era ancora vivida nella mia mente. Mi sentivo sospeso tra sogno e realtà, come reduce da un lungo viaggio.
Nel sogno appena vissuto ero seduto su una piccola barca, con la testa appoggiata sulle gambe di mia madre. L’acqua fresca lambiva lo scafo, mentre il sole scendeva lentamente all’orizzonte, tingendo il cielo di mille sfumature di rosa e arancio. Mia madre mi accarezzava i capelli, il suo sguardo pieno di amore e profonda comprensione. “Francesco, ascolta il tuo cuore” aveva sussurrato con voce calda e rassicurante. “Le risposte che cerchi sono dentro di te.” Al braccio, mia madre indossava lo stesso braccialetto di Sofia, con la stessa pietra azzurra che emanava una luce ancora più intensa di quella che vedevo di solito al braccio di Sofia.
Finalmente riuscii ad aprire gli occhi e mi guardai intorno. La stanza era immersa nell’oscurità, ma la sensazione di pace e serenità provata nel sogno persisteva. Ero ancora vestito, disteso sul letto intonso. Un’immagine mi trafisse come una spada: il braccialetto che mia madre indossava nel sogno era lo stesso di Sofia! Cosa significava? Dovevo assolutamente parlarne con lei, affrontarla una volta per tutte.
Nonostante fosse notte e il caldo fosse soffocante, fui preso da brividi di freddo. Guardai l’ora: erano le 3:40 del mattino. La luce fioca del lampione filtrava dalla finestra, proiettando lunghe ombre danzanti sulle pareti. Da quanto tempo ero tornato a casa?
Un fiume di ricordi mi travolse. Mi tornarono in mente le immagini della serata: la pizzeria, le parole di Lucia nel bagno mentre eravamo abbracciati, il locale con l’esortazione di Sofia (“Se quello che sta succedendo tra te e Lucia ti fa star bene, lasciati andare e non pensare troppo”), il concerto, la dedica davanti a tutti e la mia fuga dal Social Bistrot. Mi sentivo come un naufrago su un’isola deserta, circondato dall’acqua ma incapace di bere.
Ricordai il tocco leggero di Sofia sulla mia schiena, proprio all’altezza del cuore, che mi aveva infuso calore e fiducia, e il suo sguardo intenso. Ricordai il momento in cui, alzando la mano, era come se mi avesse liberato da un incantesimo. E poi la mia fuga precipitosa. Mi morsi il labbro, cercando di capire cosa mi avesse spinto a comportarmi in quel modo. Era stata paura? Insicurezza? O forse semplicemente non ero pronto per un impegno così grande? Eppure, la ragazza più bella e popolare della scuola aveva avuto il coraggio di dichiarare i suoi sentimenti proprio a me; era una cosa che avrebbe reso felice chiunque. Avrei dovuto essere al settimo cielo, felice per quello che finalmente mi stava succedendo, e invece avevo reagito come al solito, da codardo.
Immagini sfocate della serata mi balenarono davanti agli occhi:
Lucia che cantava per me, il calore del pubblico, il mio cuore che batteva all’impazzata. E poi, il vuoto che avevo sentito fuggendo. “Perché ho fatto così?” mi domandai ad alta voce, con la voce rauca e piena di autocommiserazione.
Non potevo più restare a letto, non sarei comunque riuscito a dormire. Presi impulsivamente il telefono dal comodino; lo schermo si illuminò mostrando una sfilza di chiamate e notifiche. Non potevo più restare immobile, dovevo agire. Ricordai le parole di Lucia (“di agire e di non pensare”) e quelle di mia madre nel sogno (“Quello che cerchi è dentro il tuo cuore, fidati!”).
La casa era immersa nel silenzio e nella quiete notturna, ma io ero un vulcano in piena attività. Decisi di uscire a fare un giro per schiarirmi le idee. Presi la bicicletta dal garage e uscii, spingendo sui pedali con forza, quasi a voler scacciare i pensieri che mi assillavano. Percorsi le strade deserte del quartiere, senza una meta precisa. L’aria fresca della notte mi sferzava il viso, ma non riuscivo a liberarmi del ricordo del sogno, delle parole di Sofia, dello sguardo di Lucia.
All’improvviso, quasi senza accorgermene, mi ritrovai sotto casa sua. Stavo per svoltare l’angolo quando sentii il rumore di un motore avvicinarsi. Era la BMW nera di Jack, con Laura e Lucia a bordo. Il mio cuore perse un battito. Cercai istintivamente un posto dove nascondermi, un angolo buio, l’ombra di un albero, ma era troppo tardi. La macchina si fermò proprio davanti al portone di Lucia. Jack e gli altri rimasero impietriti a fissarmi. C’era una nota di severità nei loro sguardi, un’ombra di disapprovazione. Vidi Lucia muoversi per aprire la portiera. Il suo sguardo era fisso su di me. Lucia scese dall’auto, lo sguardo stanco e gli occhi gonfi, segno che aveva pianto. Laura, la sua migliore amica, cercò di trattenerla, sia con la mano che con parole che non udii. Jack, con un gesto delicato, la fermò a sua volta, scuotendo la testa. Alla fine, Laura desistette, lottando con se stessa prima di arrendersi e lasciare andare Lucia.
Fu Jack, però, il primo a scendere dall’auto, lasciando il motore acceso. Io ero lì, a pochi metri da loro, come paralizzato. Lo vidi avvicinarsi a grandi passi, lo sguardo un misto di rabbia, ironia e un pizzico di sollievo. Si fermò a un palmo dal mio naso, fissandomi negli occhi. Con un movimento rapido, mi afferrò per un braccio e mi girò di scatto, mettendomi di spalle alla macchina e a Lucia.
Con il suo solito tono ironico, mi disse: «Ma bravo il mio Ciccio! Hai combinato un casino al locale prima, eh? Ma vedo che alla fine hai trovato le palle per farti vedere qui.»
Sentii il suo fiato caldo sul mio orecchio mentre parlava, la sua presa ferma sul mio braccio. Guardando nel vuoto, pensai che avrei voluto avere davvero quel coraggio, sapendo benissimo di essere lì per caso, o forse per volere del destino.
Jack mi diede una pacca sulla spalla e mi girò di nuovo verso Lucia con una spinta leggera ma decisa. «Forza, vai. Ti aspetta. Mi ha detto chiaramente che ti vuole! Solo… cerca di non fare altre cazzate, okay?»
Lucia e Laura erano scese dall’auto. Laura era un passo avanti a Lucia, quasi a proteggerla, e mi guardava con preoccupazione e disapprovazione. Lucia, invece, aveva gli occhi gonfi e arrossati, ma il suo sguardo era fisso su di me, carico di sentimenti contrastanti.
Appena Jack si allontanò per tornare alla macchina, Lucia si fece avanti, superando Laura con un movimento fluido ma determinato. Lanciò un’occhiata veloce all’amica, sussurrando appena: «Grazie» con la voce ancora incrinata dal pianto. «Ma da qui… devo fare da sola.»
Laura strinse le labbra, indecisa se intervenire o meno. Il suo sguardo saettò tra me e Lucia, poi si fermò su di me, con un avvertimento silenzioso negli occhi. Puntandomi un dito contro, sibilò con voce bassa e carica di avvertimento: «Ascolta bene, imbecille. Hai fatto soffrire la mia migliore amica. Se le fai del male un’altra volta, giuro su Dio che te ne pentirai amaramente. Non importa quanto tu sia confuso o spaventato, lei non si merita questo. Lei ti ha aperto il suo cuore, e tu… tu l’hai calpestato…»
Jack, vedendo Laura sul punto di esplodere, la raggiunse in un lampo e, senza lasciarla finire, le mise una mano sulla bocca con un’espressione esageratamente teatrale, interrompendola a metà frase. Il suo sguardo era serio, ma un angolo della bocca era incurvato in un mezzo sorriso. «Shhh! Amore mio, mio piccolo pitbull, respira. Ricorda quello che ci diciamo sempre: non diamo troppo peso agli imbecilli.»
Laura roteò gli occhi, ma un piccolo sorriso le comparve sulle labbra. Si voltò e, insieme a Jack, salì in auto, con le braccia conserte. Senza dire una parola, chiuse la portiera con uno scatto secco. Jack, prima di partire, mi lanciò un’ultima occhiata: un misto di severità e comprensione dipinto sul volto. Poi, con un sospiro, sfrecciò via nella notte, lasciandoci soli sotto la fioca luce del lampione.
Un silenzio denso calò tra noi, interrotto solo dal leggero fruscio delle foglie mosse dal vento. Sentivo il cuore battermi all’impazzata. Feci un passo incerto verso Lucia, aprendo la bocca per iniziare a spiegare. «Lucia, io…»
Lucia mi interruppe subito, alzando una mano con il palmo rivolto verso di me, in un gesto che mi fermò prima ancora che potessi cercare di scusarmi. Si fece avanti anche lei, fino a fermarsi a un solo passo da me, il suo sguardo fisso nei miei occhi. «Non mi interessa quello che è successo prima al Social Bistrot» disse con voce ferma, stringendo i pugni lungo i fianchi. «Voglio sapere perché sei qui adesso! Voglio sentirti dire perché, dopo essere scappato, sei qui davanti a me!» I suoi occhi, gonfi e arrossati, mi fissavano con intensità, in attesa di una risposta sincera. Il suo respiro era corto e veloce. Sembrava sul punto di prendermi a pugni, il che, a pensarci bene, forse me lo sarei anche meritato.
Sentii il cuore battere forte nel petto, un misto di paura e desiderio di dirle la verità. Abbassai lo sguardo per un istante, cercando le parole giuste, ma poi lo rialzai, incontrando di nuovo i suoi occhi. Erano pieni di una tale intensità che mi fecero tremare, ma notai anche un piccolo, quasi impercettibile, tremolio delle labbra. Forse non era così arrabbiata come sembrava? Forse stava solo cercando di trattenersi dal ridere della mia evidente goffaggine? Presi un respiro profondo e iniziai a parlare, con la voce incerta.
«Dopo… dopo essere scappato via dal Social Bistrot… è stato un disastro. Tipo, un vero e proprio disastro… Sono inciampato due volte e ho pure perso un calzino. Seriamente, un calzino! Non so dove sia finito» cercai di abbozzare un sorriso, sperando di alleggerire la tensione. «Comunque» continuai, «tra un capitombolo e l’altro, ho iniziato a pensare. Ho ripensato a tutto quello che era successo tra noi, a come mi facevi sentire… e poi… poi ho capito.» Feci una pausa, grattandomi la nuca in un gesto nervoso. «È stato come se un velo mi fosse caduto dagli occhi… Ho realizzato… ho realizzato che… che sei tutto quello che voglio.» La mia voce si fece più bassa, quasi un sussurro, mentre pronunciavo quelle parole. «Non lo so spiegare bene, è tutto così… confuso nella mia testa. Un po’ come quando cerchi di montare un mobile dell’Ikea senza le istruzioni. Ma sapevo solo che non potevo lasciare le cose com’erano! Dovevo vederti!» Mi fermai, con il fiato corto e il cuore che batteva all’impazzata.
La guardai negli occhi, cercando di capire la sua reazione. Il suo sguardo era ancora fisso su di me, ma notai un piccolo sorriso incresparle le labbra. Forse non era tutto perduto.
Cercai di decifrare la sua espressione. Per un po’ rimase seria, con lo sguardo fisso sul mio, e per un attimo temetti il peggio. Ma poi, all’improvviso, un piccolo singhiozzo le sfuggì dalle labbra, seguito da un altro, e poi da una risata vera e propria. Iniziò a ridere di gusto, portandosi una mano alla bocca per cercare di contenersi, ma senza successo. Le lacrime che prima le rigavano il viso ora si mescolavano alle risate.
La sua risata era contagiosa. Sentii la tensione che mi attanagliava svanire di colpo e un sorriso mi comparve spontaneamente sulle labbra. Adesso ridevamo entrambi come dei pazzi. Mi avvicinai a lei e la presi tra le braccia, stringendola forte. Lei ricambiò l’abbraccio, stringendosi a me e continuando a ridere, anche se le risate erano ora intervallate da qualche singhiozzo. Era un abbraccio tenero, liberatorio, come se entrambi avessimo bisogno di quel contatto per ritrovare un po’ di serenità.
Dopo qualche istante, le sue risate si placarono e ci staccammo leggermente, ma le mie mani rimasero sulle sue braccia. Lei mi guardò negli occhi, un dolce sorriso che le illuminava il viso ancora umido di lacrime. Poi, con un gesto delicato, mi prese il viso tra le mani e mi baciò. Fu un bacio leggero, un tocco gentile sulle labbra, ma carico di significato. Un bacio che diceva perdono, comprensione e, soprattutto, amore.
Le mie mani rimasero sulle sue braccia. Sussurrai, con voce incerta: «Quindi… adesso stiamo insieme?»
Lucia mi accarezzò una guancia, con un sorriso dolce, ma con gli occhi che imploravano riposo. «Adesso, sono così stanca che potrei dormire per un secolo!» rispose con voce appena udibile e con un’espressione che chiedeva pietà. «Ma… sì» disse poi, enfatizzando particolarmente il “sì”. Con un sorriso, i suoi occhi verdi brillavano nonostante la stanchezza. «Per ora, andiamo a dormire. Domani, se sopravvivo, ne parliamo meglio!»