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Finisce il concerto
Le luci del Social Bistrot si erano abbassate, creando un’atmosfera soffusa e raccolta. Il brusio della folla si era placato, lasciando spazio solo a qualche chiacchiera sommessa. Sul piccolo palco, illuminato da un unico faro caldo, c’erano Lucia e Jack seduto su di uno sgabello. Lui con la sua chitarra acustica, lei con il microfono stretto tra le mani. Il resto della band era momentaneamente fuori scena, lasciando i due protagonisti al centro dell’attenzione,
Lucia avvicinò le labbra al microfono e, con un sorriso dolce che le illuminava il viso, iniziò con voce calma. «Okay, ragazzi, questa prossima canzone… beh, diciamo che non è proprio nel mio repertorio. Jack mi ha praticamente costretta a impararla in tempo record.» Fece una smorfia scherzosa, lanciando un’occhiata complice a Jack, che ricambiò con un sorriso. «Però devo ammettere che, a dispetto dell’aria da duro che si dà, in realtà è un tenerone. E questa canzone, in fondo, gli si addice.»
Fece una breve pausa, come per raccogliere i pensieri. «È una canzone che parla di sogni, di speranze, di guardare il cielo e immaginare, chissà, magari di vedere passare gli Who.» Un leggero mormorio si diffuse tra il pubblico, qualcuno riconobbe il riferimento a Ligabue. «Quindi, ecco a voi… ‘Chissà se in cielo passano gli Who’!»
Alzando un braccio al cielo, Jack iniziò a pizzicare le corde della chitarra, un arpeggio delicato che introduceva la melodia.
La voce di Lucia si unì alla musica, dolce e malinconica, cantando Ligabue con una timbrica che ricordava sorprendentemente quella di Elisa. L’atmosfera nel locale era magica, quasi sospesa, e tutti i presenti erano ammaliati dalla performance della mia amica.
Anch’io ero rapito dalla sua voce. Ero solo, in piedi, proprio al centro del locale.
Laura era sotto il palco, rapita da ciò che stava facendo il suo ragazzo.
Edoardo invece, era rimasto al nostro tavolo, un po’ più indietro. Lucia creava un’atmosfera di profonda intimità, ogni parola della canzone sembrava sussurrata direttamente al cuore di ogni ascoltatore. Jack era immobile con gli occhi chiusi, completamente immerso nella musica.
Erano davvero un duo ben riuscito e molto potente!
Finì la canzone tra lo scroscio di approvazione di tutti i presenti, e anch’io battei forte le mani, incitando la mia amica. Nel frattempo il locale, se possibile, si era riempito ancora di più! Ero profondamente orgoglioso della mia amica e di ciò che stava facendo sul palco, non era la prima volta che la vedevo ma era la sua esibizione migliore.
Finì la canzone guardò il pubblico per ringraziare, poi mi cercò con gli occhi. Trovandomi da solo, fece una strana espressione che non seppi decifrare.
Pochi istanti dopo, il resto della band si unì a lei sul palco, e la musica riprese con ancora più forza, con altri brani rock magistralmente eseguiti. L’energia si diffuse tra il pubblico, che ballava al ritmo della musica. Lucia correva e saltava lungo tutto il palco, coinvolgendo i presenti prima, durante e dopo ogni canzone.
Il locale mi vorticava intorno in un turbine di corpi danzanti, urla e musica assordante, mentre restavo immobile con le mani in tasca. Le luci erano soffuse e l’odore di sudore misto a quello della birra riempiva l’aria. Una mano piccola e bollente, all’improvviso, mi toccò leggermente al centro della schiena, diffondendo un caldo che mi riempii il petto, infondendomi una strana sensazione di pace e conforto.
Nonostante il frastuono assordante del locale, un miscuglio di risate acute, bicchieri che tintinnavano e il battito incessante della musica, la sua voce melodiosa e il suo caratteristico profumo di sandalo mi arrivarono diritti e chiari. Disse “che fai qui tutto solo? Ti stai divertendo?” Era Sofia, ricomparsa come suo solito dal nulla, quasi materializzatasi tra la folla. Volsi uno sguardo nella sua direzione, un misto di sorpresa e stupore, cercando di decifrare l’espressione sul suo viso illuminato dalla luce stroboscopica.
La luce intermittente si rifletteva nei suoi occhi verdi, due smeraldi liquidi e magnetici che mi assorbivano al loro interno, vortici di luce verde in cui mi sentivo perduto, come se fossero fusi in un liquido incandescente, pulsante di vita propria.
«Finora si» risposi un po’ incerto, passandomi una mano tra capelli, «Stavo… ascoltando la musica.»
Le comparve sul volto quel suo sorriso di chi sa molto di più di quel che dice, che stavo imparando a conoscere, ma che comunque mi ammaliava sempre. «Si vede» disse con una nota di ironia nella voce.
«Dove eri finita?» gridai, a pochi centimetri dal suo viso, sentendomi la voce roca per lo sforzo.
«Ho accompagnato i miei due amici alla macchina» rispose lei, e la sua voce, come un sussurro proveniente da un altro mondo, mi giunse nitida e inequivocabile, facendomi correre un brivido lungo la schiena. «Sono reduci da un volo di molte ore dal Messico, per stasera li ospito a casa mia» come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Io, invece, mi sentii improvvisamente a disagio, senza sapere bene il perché. Se stavano a casa sua per la notte, che ci faceva ancora al locale? Poi mi guardò dritto negli occhi, con una serietà che non le avevo mai visto.
«Tra breve avrai bisogno di essere molto forte. Io sarò qui al tuo fianco, se avrai bisogno del mio aiuto.» Il suo sguardo intenso, in contrasto con la calma irreale della sua voce, il movimento quasi ipnotico dei suoi occhi e il loro potere magnetico che mi teneva intrappolato, mi mise addosso un senso di profonda inquietudine, ma allo stesso tempo una strana sensazione di conforto.
Pensai, era per quello strano motivo che era rientrata al club?
Sofia rimase lì, al mio fianco, in silenzio, mentre la musica continuava a pulsare intorno a noi. Poi, le luci si affievolirono leggermente e un applauso scrosciante accolse Lucia che si avvicinava al centro del palco, stanca e visibilmente sudata. Aveva un sorriso radioso che le illuminava il volto.
«Grazie a tutti per essere qui stasera!» esordì con la sua voce cristallina. «È una serata molto speciale per me… è il mio compleanno!» Un altro boato di applausi e auguri si levò dalla folla. Lucia sorrise ancora, visibilmente emozionata. «E per questa occasione, abbiamo deciso di fare una piccola eccezione alla nostra scaletta. Di solito non suoniamo molta musica italiana, ma questa sera… visto che ne abbiamo suonate già due, perché non suonarne una terza. Questa sera, la nostra ultima canzone, la voglio dedicare a qualcuno di molto importante per me.» Mentre pronunciava queste parole, il suo sguardo si posò su di me, un’intensità che mi fece mancare un battito. I suoi occhi brillavano sotto le luci del palco, e per un attimo mi sembrò di essere solo io e lei in tutta quella stanza. Un leggero rossore le colorò le guance, e distolse lo sguardo per un istante, per poi riportarlo su di me con una dolcezza disarmante. Prese un respiro profondo, e con una punta di incertezza nella voce, quasi un sussurro che però risuonò chiaro in tutto il locale, disse: «Questa canzone… è dedicata a te, Francesco.»
Un mormorio si diffuse tra il pubblico, alcuni si voltarono a guardarmi, con un sorriso complice o con semplice curiosità. Io rimasi immobile, colto alla sprovvista, il cuore che batteva all’impazzata.
«Con questa canzone… voglio esprimere quello che provo per te, che non riesco a dire a parole quando ti ho difronte» concluse, con un sorriso appena accennato, rivolto ancora una volta a me.
Proprio in quel momento, mentre le prime note di “Il Primo Battito” di Jovanotti iniziavano a diffondersi nell’aria, sentii una piccola mano calda appoggiarsi sulla mia schiena, tra le scapole. Era Sofia. Quel tocco leggero, ma allo stesso tempo carico di significato, mi diede una strana sensazione di conforto e di incoraggiamento. Era come se mi stesse dicendo: “Forza, Francesco. Ascolta.” Non so come quel veloce gesto di Sofia mi calmò, e lei quasi accorgendosene tolse la mano dalla mia schiena, e tutto questo senza guardarmi e senza proferire nessuna parola. La sua presenza al mio fianco era simile a quella che si può provare in un parco, stando vicini a una sequoia. Era forte, silenziosa e confortante, seppur al guardare la sua esile figura, uno poteva pensare esattamente il contrario.
Riconobbi subito la melodia, e un’ondata di ricordi mi investì. Qualche ora prima, da Giulio, in pizzeria, mentre si rifaceva la coda davanti allo specchio, stava provando la canzone e me la stava anticipando. Questo pensiero mi attraversò la mente, riportandomi a un momento di intimità condivisa.
Mentre Lucia cantava la sua voce era colma di emozione, e i miei occhi rimasero incollati a lei. Cantava guardandomi, a tratti, come a voler condividere ogni singola parola di quella canzone. Ogni verso sembrava essere rivolto a me, un messaggio sussurrato attraverso la musica. “Vediamo cosa ci riserva questa sera / Che è cominciata con un desiderio / Di vivere le cose che verranno / Connessi col respiro e senza troppo affanno / Prendendo esempio da quelli che sanno / Da quelli che non parlano, ma fanno” Cantava, e il mio cuore batteva all’unisono con la batteria.
II suo sorriso timido, le sue guance rosse… quel suo sguardo intenso mentre cantava per me, e la mano calda di Sofia sulla mia schiena, capii all’improvviso. Non era solo amicizia, quello che provava. Era qualcosa di più. Qualcosa che sperava potesse diventare qualcosa di ancora più grande.
E, mentre la musica avvolgeva il locale e il suo sguardo continuava a cercarmi tra la folla, un’emozione nuova, potente, iniziò a farsi strada anche nel mio cuore. Ma quell’emozione, così intensa e inaspettata, si trasformò presto in qualcosa di quasi insostenibile. Il respiro si fece corto, affannoso. Era come se l’aria nella stanza fosse improvvisamente diventata rarefatta, il cuore batteva all’impazzata, una voglia irrefrenabile di scappare mi assali.
Volevo uscire da lì, fuggire da quello sguardo, da quella musica, da quella dichiarazione così esplicita. Volevo sparire. Era troppo, troppo intenso, troppo tutto. Non ero pronto per una cosa del genere!
Mi risuonarono all’improvviso le parole dette poco prima da Sofia “Devi essere forte, Francesco.” Quelle parole, che avrebbero dovuto infondermi coraggio, ora mi pesavano addosso come un macigno.
Forte. Come potevo essere forte in una situazione del genere? Come potevo rimanere lì, impassibile, sotto gli occhi di tutti, mentre Lucia mi dedicava una canzone, dichiarando i suoi sentimenti davanti a chiunque? Con la sua voce che già risuonava nell’aria?
Sentii la mano calda di Sofia appoggiarsi di nuovo sulla mia schiena, un gesto di conforto che cercava di ancorarmi a quel momento. “Resta qui” sembrava dire quel tocco silenzioso. Ma la spinta a fuggire era quasi fisica, una forza che mi tirava verso l’uscita. Nonostante il suo conforto, nonostante le sue parole, non ce la facevo. La pressione era insostenibile. La consapevolezza di essere al centro dell’attenzione, di essere il destinatario di quella canzone, di quella dichiarazione pubblica davanti a tutti i nostri amici, con la voce di Lucia che continuava a cantare per me, era semplicemente troppo. Mi sforzai di rimanere immobile, di non cedere all’impulso di correre via, ma era una lotta impari.
Guardai di nuovo Lucia sul palco. I suoi occhi erano ancora fissi su di me, e nel suo sguardo lessi una miscela di speranza e di vulnerabilità che mi trafisse. Per un istante, il desiderio di fuggire vacillò. Ma la sensazione di essere completamente esposto, sotto gli occhi di tutti, con la voce di Lucia che mi avvolgeva, era troppo forte. “Troppo per me, devo andarmene”, pensai. Dovevo uscire da lì.
E proprio in quel momento, Sofia sollevò la mano dalla mia schiena. Quel gesto, apparentemente così insignificante, fu come una liberazione. Come se quel contatto mi avesse trattenuto fino a quel momento, e ora che era venuto meno, non ci fosse più nulla a impedirmi di fuggire.
Non ce la feci più. Con un movimento rapido e quasi involontario, mi girai e mi diressi a passo svelto verso l’uscita. Sentivo gli occhi di tutti puntati addosso, ma non mi importava. Volevo solo andarmene. Volevo solo sparire,
Mentre fuggivo, proprio quando stavo spingendo la porta del locale per uscire, sentii un tonfo sordo provenire dall’interno del locale. Era il microfono. Lo riconobbi all’istante. Il silenzio che seguì fu assordante, interrotto solo da qualche mormorio confuso.
Lucia non aveva nemmeno finito la canzone e mi stava rincorrendo.
Mi voltai appena, per controllare se avevo ragione, con il cuore che batteva all’impazzata, e la vidi.
Lucia mi stava venendo incontro, con un’espressione di sincera preoccupazione e comprensione. Non c’era traccia di delusione nei suoi occhi. Capiva. Capiva il mio stato d’animo, la mia incapacità di gestire quel momento. Era per questo che mi era corsa incontro, per offrirmi il suo sostegno.
Non mi fermai. Non potevo. Continuai a camminare, sempre più velocemente, allontanandomi dal locale, dalla musica, da Lucia. Dalla verità che non ero pronto ad affrontare.