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Creato il 30/05/2026, 12:13 · Aggiornato il 30/05/2026, 12:31

Capitolo 5: Capitolo 2 - Il Fango e la Voce

@bergadavideDavide
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Passarono due settimane durante le quali Pavia si trasformò nel nostro terreno fertile. Era, come un pantano denso, intessuto di nebbia che si aggrappava ai vestiti, birra a buon mercato dal sapore di metallo, sudore che evaporava dagli amplificatori, momenti pieni di parole taciute che si mutavano in canzoni. Quelle due settimane le ricordo come fuse in un’unica, interminabile sera. Un ciclo scandito da tre momenti sacri: la prova, il bar, la confessione.

Di giorno, io ero un fantasma in quella scenografia sbiadita, ospite nel caos metodico di Jack, nel suo appartamento al terzo piano di Viale 11 Febbraio. L’aria lì dentro era un accordo costante: tabacco, caffè freddo, legno vecchio. Dormivo su un letto pieghevole che gemeva come un’anima in pena, la mia chitarra in un angolo, muta testimone. Ma era il buio che accendeva la città e le nostre vite.

La nostra cattedrale era un antro umido, la sala prove, con pareti di pannelli fonoassorbenti come spugne grigie, impregnate di speranze e frustrazioni. La prima volta che li vidi suonare fu una rivelazione. Jack, curvo sulla sua Telecaster, scolpiva riff come un chirurgo: precisi, taglienti, senza una nota di troppo. Alex, dietro la batteria, si trasformava: il volto calmo si faceva maschera di concentrazione, ogni colpo una necessità. Alyce, i lunghi capelli scuri a coprirle il viso, non suonava il basso, lo domava, un cuore pulsante che dettava il ritmo emotivo del gruppo.

Ma era Lucia a incendiare la stanza. Quando afferrava il microfono, non cantava, squarciava il silenzio. La sua voce era carta vetrata su una ferita aperta. Durante le prove, il nostro rapporto era fatto di sguardi. Una sera, stavano lavorando su un mio vecchio pezzo originale, a cui jack aveva aggiunto un riff blues potente, e a cui Lucia aveva dato un'interpretazione piena di rabbia. La melodia era buona, ma girava a vuoto.

«Fermo, fermo,» dissi d'impulso. Tutti si bloccarono, guardandomi sorpresi. Non avevo mai interrotto una prova. «Jack, dopo il secondo ritornello, prova a tenere l'accordo di Mi per due battute in più, lascia che respiri. E Lucia... quando rientri, non urlare subito. Sussurralo. Fa che sia una minaccia, non una dichiarazione di guerra.»

Jack alzò un sopracciglio, ma annuì. Ripartirono. Fece come avevo detto, e in quelle due battute di silenzio si aprì un abisso. Poi Lucia rientrò, la voce un sibilo velenoso che mi fece venire i brividi. Funzionava. Alla fine del pezzo, Jack mi fece un cenno col capo. Alyce sorrise. E Lucia mi guardò per un secondo di troppo, un’espressione indecifrabile negli occhi.

Finite le prove, la solita routine riprendeva come al solito. La fame di alcol, di cibo, di vita. Le serate finivano quasi sempre al Social Club, dove il tanfo di alcol e sogni infranti era la nostra colonna sonora. Jack raccontava del suo contratto discografico sfumato per un soffio, un’ombra che gli velava ancora gli occhi. Alyce era l’ancora del gruppo, una studentessa di biologia che ci teneva con i piedi per terra, parlando di esami e del futuro con una concretezza che a noi mancava. Alex ascoltava, silenzioso e attento, intervenendo raramente con battute secche e fulminanti che ci facevano ridere per dieci minuti. Al suo fianco Alessia era la sua forza, una ragazza così pragmatica e costante da non sembrare vera, mai una parola fuori posto, mai un comportamento sopra le righe. Una donna da sposare.

Lucia, però, a volte era altrove. Beveva con un’urgenza che conoscevo fin troppo bene, una fame di oblio.

Una sera, in particolare, la vidi tracannare whiskey irlandese come acqua, dopo un brindisi rabbioso a chi ci aveva spezzato il cuore. Quella sera non eravamo soli. Con noi c'era Laura, la sua migliore amica, scesa apposta da Milano. Diceva che il suo ragazzo, Edoardo, era impegnato, ma la verità, come capii dopo, era che aveva sentito nell'aria qualcosa che non andava e non voleva lasciare Lucia da sola.

Laura era un cortocircuito visivo e verbale. Capelli tinti di un viola intenso, un anello a forma di teschio, e un enorme tatuaggio a colori di una tigre che le spuntava dalla canottiera dei Ramones, artigliando la pelle bianca della spalla. Non faceva parte del nostro mondo musicale, ma era la migliore amica di Lucia. Aveva vissuto con lei tutto il suo dramma e per lei c'era sempre quando c'è n'era bisogno. E non mi guardava di buon occhio. Me lo comunicava con ogni battuta sarcastica, con ogni sguardo di sbieco che mi lanciava da sopra il suo bicchiere.

«Allora, irlandese,» mi disse quella sera, mentre accendeva una sigaretta. «Quando ce la fai sentire una delle tue famose canzoni strappalacrime? O aspetti che Lucy sia abbastanza ubriaca da non poterti dire di no?»

Invece di tornare a casa, finimmo sui gradini freddi e umidi di Piazza del Duomo. Non era la piazza principale, quella della movida. Era un luogo secondario, quasi dimenticato la sera, illuminato solo dalla luce fioca che filtrava dai porticati deserti della pizzeria di fronte alla Cattedrale. C'era un silenzio innaturale, rotto solo dalle nostre voci e dal rumore lontano di un motorino. L'aria era ferma e pesante.

Lucia era accasciata contro la spalla della sua amica, la testa tra le mani. «Non ce la faccio più, Laura. Non ce la faccio,» la sentii mormorare, la voce impastata dall'alcol e dalla disperazione.

Laura, che le era seduta accanto, le mise un braccio attorno alle spalle, la sua voce solitamente tagliente ora più morbida. «Lo so, Lucy. Lo so. Ma non puoi continuare così. Non puoi spegnere tutto ogni sera.»

«E cosa dovrei fare? Accenderlo? Se lo accendo, brucia tutto,» rispose Lucia, con una risata che era quasi un singhiozzo. «Brucia tutto e rimango solo io, in mezzo alla cenere.»

Io ero seduto a qualche gradino di distanza, un testimone silenzioso di quell'intimità. D'un tratto, Lucia si alzò di scatto, barcollando. Si portò una mano alla bocca e corse verso un angolo buio della piazza, vicino alla statua equestre che sembrava osservare la scena con indifferenza. La sentii prima di vederla, i conati di vomito che rompevano il silenzio notturno.

Laura fu subito da lei, senza esitazione. Le tenne i capelli con un gesto quasi materno, rassegnato, mormorandole qualcosa all'orecchio che non riuscii a sentire. Io rimasi impietrito, incerto sul da farsi. Mi sentivo inutile, un pezzo di scenografia. Quando Lucia si rialzò, ansimante, Laura la sorresse. Poi il suo sguardo nero incrociò il mio nel buio. Era uno sguardo di fuoco, un misto di rabbia e sfida.

«Che cazzo te ne stai lì impalato?» sibilò. «Vieni qui.»

Mi avvicinai, sentendomi un intruso.

«Tieni,» disse, spingendomi Lucia tra le braccia. Il suo corpo era leggero, tremante, e odorava di whiskey e tristezza. «Accompagnala a casa. Io devo recuperare le sue cose al locale.»

Il suo tono non ammetteva repliche. Stava per andarsene, poi si fermò e mi puntò un dito contro. Il suo anello a forma di teschio brillò debolmente.

«Ascoltami bene, irlandese,» disse, la voce bassa e minacciosa. «L'hai vista. L'hai vista così. Questa è lei, quando il palco si spegne. Non è solo rock and roll e cazzate. Se le fai del male, se la usi per scrivere le tue canzoncine tristi e poi te ne vai, giuro su Dio che ti trovo e te ne pentirai amaramente. Lei non si merita altra merda. È chiaro?»

Annuii, senza riuscire a parlare.

«È chiaro?» ripeté, più forte, quasi un ringhio.

«Sì,» riuscii a dire.

Mi squadrò un'ultima volta, poi si girò e sparì sotto i porticati, lasciandomi solo con Lucia, il suo odore di alcol e vaniglia, e il peso della sua promessa.

Quella notte, e nelle sere che seguirono, vidi la crepa sotto la sua corazza. In quel terreno fertile, tra notti estreme e confessioni sussurrate, io e lei trovammo un piccolo, pericoloso rifugio. Le parlai dei Dublin Shakes, di Aoife, di Liam. Le mostravo la mappa delle mie rovine, sapendo che lei camminava tra le sue. E lei ascoltava, immobile, riconoscendo il suo paesaggio nel mio.

«Ecco perché non scrivi più come prima,» disse una sera, non una domanda, mentre eravamo seduti fuori dalla sala prove a fumare.

«È difficile scrivere canzoni d’amore quando non credi più alle parole,» ammisi, guardando la brace della mia sigaretta.

«Stronzate,» rispose, con una dolcezza inaspettata che mi spiazzò. «Le canzoni migliori nascono dalle ferite. Hai solo paura di sanguinare ancora sulla pagina. Hai paura che se scrivi di nuovo qualcosa di vero, quella verità ti divorerà.» Mi indicò con un cenno del capo. «Quella che abbiamo suonato l'altra sera non era una cover. Era una tua canzone, lo so perché me l'ha detto Jack. Ha un bel testo, ma è fredda. È scritta con la testa, non con questo.” Indicando il suo petto con un piccolo dito laccato di nero, “ Scrivi le tue parole, Ronan. Smetti di nasconderti dietro al dolore.» Nel dirlo le scappò una lacrima, che si affrettò ad asciugare con il dorso della mano destra. I suoi occhi si erano fatti lucidi, non di tristezza, ma per il peso delle sue stesse parole. Fui sorpreso dalla sua forza. Nessuno, in vita mia, mi aveva parlato in modo così diretto, così crudo, toccandomi il cuore tanto da vicino. Pensai che avrebbe riso di sé stessa come faceva di solito, e che poi alla fine avrebbe maledetto tutto e tutti quelli che ci avevano fatto del male. Invece, abbassò lo sguardo sul suo taccuino, le dita che sfioravano la copertina come una vecchia ferita. Il suo tono cambiò, la sua voce divenne un sussurro.

«E se non so da dove cominciare?» chiese. «Con le mie parole, intendo…»

«Comincia dalla sofferenza,» dissi. «È l’unica cosa vera che abbiamo.»

Quel rituale si ripeteva sera dopo sera, un fragile equilibrio costruito su confessioni sussurrate e pagine bianche. La nostra melma condivisa divenne un terreno quasi sicuro. Fino a un fatidico mercoledì, l'ultima sera di quelle due settimane. La serata finì come tante altre: con l'alcol che sfumava i contorni, e con quella la stanchezza che ci rendeva onesti.

Ma il giorno dopo, lo sentii. C'era qualcosa di diverso nell'aria.

Quel giovedì, Pavia era stata sommersa da una pioggia torrenziale, un diluvio che sembrava voler lavare via la città. L'aria era pesante, carica di elettricità, di attesa. Verso sera, mentre io e Jack stavamo per uscire e raggiungere gli altri in sala prove, il mio telefono squillò. Era un numero sconosciuto, un prefisso che non riconoscevo.

Di solito non rispondo. Lascio che il mondo esterno rimanga fuori, con i suoi fantasmi e le sue richieste. Ma quella sera, non so perché, la mano si mosse da sola. E risposi, quella telefonata in qualche modo cambiò tutto.

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