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← L'angelo della Nebbia

Creato il 30/05/2026, 12:13 · Aggiornato il 30/05/2026, 12:31

Capitolo 6: Capitolo 3 - Il Rumore del vetro rotto

@bergadavideDavide
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
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Il giovedì è un limbo. Non ha ancora l’odore della promessa del weekend, ma ha già perso il sapore stantio e rassegnato della settimana lavorativa. È un’attesa, una crepa nel tempo, uno spazio vuoto che chiede di essere riempito. E quel giovedì sera, la pioggia che sferzava Pavia sembrava voler lavare via ogni cosa, ma finiva solo per annegare la città in una malinconia ancora più densa e appiccicosa, come la nebbia che avevo imparato a conoscere.

Ero a casa di Jack, sprofondato nel suo divano che odorava di tabacco, caffè freddo e legno vecchio. Non ero sceso con gli altri in sala prove, incatenato a una telefonata che veniva da un altro mondo, da un’altra vita che credevo di essermi lasciato alle spalle. Un produttore irlandese, un certo Finn O’Connell con una voce lenta e noiosa, melliflua condita di promesse pericolose. Mi disse che aveva ascoltato per caso una vecchia demo dei Dublin Shakes. Parlava con un’energia febbrile di “raw power”, di un suono che a Dublino avrebbero divorato. Parlava di un contratto, di uno studio di registrazione affacciato sul Liffey, di un biglietto aereo.

Mentre le sue parole disegnavano un futuro possibile, una via di fuga dorata dal mio presente fatto di letti pieghevoli e fantasmi, la mia testa era altrove. O meglio, era da un’altra persona. Ogni sua offerta, ogni sua lode alla mia voce passata, mi faceva pensare a quella che, probabilmente, in quello stesso istante stava incendiando cantina umida, dove con la sua band stava provando qualche pezzo degli Skunk.

«Ti mando i dettagli domani, ragazzo. Pensaci. È il treno che passa una volta sola,» concluse, prima di riattaccare.

Il silenzio nell'appartamento di Jack divenne assordante, rotto solo dal ticchettio della pioggia contro i vetri. Il treno che passa una volta sola. Ma se stai già viaggiando su un altro binario? Se quel treno ti sta portando in una direzione che non vuoi o non puoi più prendere? Il successo, l’Irlanda… sembrava tutto così vuoto, un’eco di un sogno che non era più mio. La musica che volevo fare ora aveva un altro volto, un’altra voce. E quella voce era Lucia.

Presi il telefono, le dita che si muovevano quasi da sole. Scrissi un messaggio al gruppo, poi lo cancellai. Era una notizia troppo grande, troppo personale. Dovevo prima parlarne con Jack.

Scrissi a lui: “Ho finito. Dove siete? Ho notizie assurde.”

La sua risposta arrivò quasi subito, pragmatica e diretta come sempre. “Noi qui abbiamo finito, gli altri sono andati a casa e io ho da fare, Lucia ha detto che ti aspetta chiudete voi. Mi raccomando fai il bravo.”

Rilessi quel messaggio due, tre volte. “Io ho da fare”. Conoscevo quel codice. Era il modo gentile di Jack per dire che stava rientrando nel suo mondo, quello parallelo alla band, fatto di giri che non capivo fino in fondo, di persone e situazioni che preferiva tenere per sé. Era il suo modo di tirare giù una saracinesca, di dire: “la mia serata finisce qui, non disturbarmi”. Era uno dei suoi tanti silenzi eloquenti, un promemoria del fatto che, per quanto fossimo una band, ognuno aveva il suo abisso personale in cui navigare da solo.

E poi, quella frase: “Mi raccomando fai il bravo”. Una frase innocua, una pacca sulla spalla virtuale che quella sera suonava diversa. Non era solo il consiglio di un amico. C’era dentro tutta la consapevolezza di ciò che stava nascendo tra me e Lucia, un’elettricità che ormai saturava l’aria della sala prove. Era il suo modo di dire: “So cosa sta succedendo. So come siete fatti entrambi. Non mandate tutto a puttane”.

Quell’avvertimento, invece di frenarmi, mi diede una spinta. Presi un paio di birre artigianali dal suo frigo, fredde e pesanti come le mie intenzioni. Un’offerta di pace, forse, o più probabilmente una scusa per riempire il silenzio che sapevo avremmo trovato. La pioggia mi accompagnò fino al portone del capannone, un ritmo costante che sembrava il battito di un cuore ansioso. Ogni passo verso quella porta era un passo verso un territorio inesplorato e pericoloso.

Quando aprii la porta della sala prove, l'aria umida mi avvolse, impregnata dell'odore di speranze, frustrazioni e sudore che si erano attaccate a quei pannelli fonoassorbenti come muffa. Sembrava tutto immobile, gli strumenti silenziosi come animali addormentati, le custodie delle chitarre appoggiate ai muri come bare. Per un attimo, nel silenzio quasi assoluto, pensai che se ne fosse già andata, che l'avvertimento di Jack fosse arrivato troppo tardi.

Poi, la sentii.

Non era la musica. Era solo la sua voce.

Veniva dal fondo della stanza. Mi avvicinai senza fare rumore, come un ladro. Lucia era lì, al centro dello spazio vuoto, di spalle. Indossava delle grandi cuffie nere che le isolavano la testa dal mondo, gli occhi chiusi, con la destra appoggiata all'orecchio sinistro mentre con la sinistra teneva in mano il suo cellulare. La maglietta oversize di Patti Smith le cadeva morbida sui fianchi, nascondendo gli shorts di jeans, lasciando scoperte le gambe nude fino alle solite Adidas bianche, consumate e sporche di vita.

Era completamente immobile, tranne per un leggero ondeggiare, come se fosse in balia di una corrente invisibile. Cantava “You Still Got Me” di Beth Hart, e la sua voce, senza base, senza filtri, era un nervo scoperto. Non era un’esibizione, non era neanche una prova. Era un esorcismo. Ogni nota era una confessione sussurrata nel buio della stanza, un pezzo della sua anima che sanguinava nell'aria, crudo e bellissimo. Cantava di essere ancora prigioniera di qualcuno, e lo faceva con una tale disperazione da farmi sentire un intruso, un profanatore di un momento sacro. La canzone parlava di trovare conforto e speranza nell'amore incrollabile di una persona cara durante un momento di profonda tristezza e vulnerabilità.

Rimasi immobile, nascosto nell’ombra vicino a un amplificatore, incapace di muovermi, quasi incapace di respirare. Stava mettendo tutto il suo dolore, tutta la sua rabbia repressa in quella melodia. Era la stessa rabbia che le faceva lanciare bottiglie contro i muri, ma qui era distillata, trasformata in qualcosa di potente e straziante. Vidi una lacrima solitaria scivolarle lungo la tempia e perdersi tra i capelli. In quel momento, capii che non stava solo cantando una canzone. Stava combattendo una battaglia.

Quando l’ultima, tremante nota si spense nel silenzio, Lucia rimase ferma ancora per un lungo istante, il petto che si alzava e si abbassava velocemente. Poi, come se avesse percepito la mia presenza nell'aria immobile, aprì gli occhi di scatto e si tolse le cuffie, voltandosi.

Il suo sguardo mi trovò nell'ombra. Sobbalzò, sorpresa e vulnerabile.

«Rohan. Da quanto sei lì?» chiese, con un filo di imbarazzo nella voce, come se l'avessi sorpresa nuda.

Mi feci avanti, uscendo dalla penombra. «Abbastanza,» risposi, la mia voce più roca del solito. «Da capire che hai appena fatto a pezzi quella canzone per poi rimetterla insieme ancora più bella e ancora più rotta di prima.»

Accennò un sorriso tirato, asciugandosi la guancia con un gesto rapido e quasi rabbioso. «È colpa di Jack. Mi ha fatto scoprire questa donna, ora non riesco a smettere. È come una droga.»

I suoi occhi erano ancora umidi, un verde profondo e fragile, come vetro sul punto di frantumarsi.

«Ho portato da bere,» dissi, sollevando il sacchetto di carta. «Ho pensato che ne avremmo avuto bisogno.»

«Hai pensato bene,» mormorò lei.

Ci sedemmo sul divano logoro, a una distanza che era intima e sicura allo stesso tempo. Le porsi una delle birre, la bottiglia fredda e umida di condensa. Le nostre dita si sfiorarono per un istante, una scossa quasi impercettibile. La pioggia fuori scandiva i nostri silenzi, un metronomo per la tensione che si accumulava tra noi.

«Stavi piangendo,» affermai, senza chiederlo. Non era un’accusa, ma una constatazione. Un modo per dirle: “ti ho vista”.

Lei bevve un lungo sorso, fissando l'etichetta della bottiglia come se contenesse una verità nascosta. «A volte è più facile cantare quello che non riesci a dire. Lo sai, le canzoni non mentono.»

«Le canzoni non mentono,» ripetei, pensando alle mie, a quelle che non riuscivo più a scrivere. «Ma le persone sì...» mi morsi la lingua, e i miei occhi corsero lungo la linea delle sue gambe accavallate, fino al bianco delle sue scarpe.

Mi guardò, e in quel momento il ponte tra di noi divenne solido, tangibile. Le sue parole aprirono una porta, e io, spinto da un impulso stupido e irresistibile, decisi di attraversarla. Vedendola così a pezzi, così onesta nella sua sofferenza, commisi l’errore di volerla salvare, di volerle mostrare che capivo. Pensai che condividendo il mio caos, avrei potuto aiutarla a ordinare il suo. Pensai che mostrandole le mie cicatrici, lei avrebbe trovato il coraggio di curare le sue.

Ma la verità era un'altra, e il mio cuore lo sapeva, però avevo troppa paura di soffrire. Per esorcizzare quella paura, decisi di raccontare una storia.

«C’è una persona che mi ha aiutato a capirlo,» cominciai, la voce bassa, quasi un sussurro, come se stessi camminando su un filo sospeso sopra un abisso. Le parole mi uscivano lente, pesanti, come se stessi confessando un segreto che non ero sicuro di voler condividere. «… lei mi ha aiutato a capire come… usare i pezzi rotti. Si chiama Sofia, la mia insegnante di meditazione a Galway. Diceva che ogni canzone, ogni ferita, è una lezione. Un modo per trovare un senso nel disastro.»

Pronunciare quel nome fu come lanciare un fiammifero in una pozza di benzina. L’aria nella sala prove si gelò all’istante, il silenzio divenne un muro di ghiaccio che ci separò. La mano di Lucia, che stringeva la bottiglia di birra, si irrigidì a mezz’aria, le dita contratte intorno al vetro umido di condensa, le nocche che sbiancavano come se stesse cercando di ancorarsi a qualcosa di reale. Smise quasi di respirare, il petto fermo, il corpo pietrificato come se il tempo stesso si fosse inceppato. Poi, con una lentezza che mi fece gelare il sangue, alzò la testa e mi fissò. Nei suoi occhi verdi, solitamente così vivi e ribelli, passò un’ombra antica, un’oscurità tagliente come una lama nascosta sotto la superficie di un lago tranquillo. Era uno sguardo che non avevo mai visto, un misto di furia e dolore così crudo che sembrava sanguinare.

«Sofia?» sibilò, la voce un rasoio intriso di un veleno che non le avevo mai sentito. Ogni sillaba era un colpo, un’accusa che non capivo. «Hai detto… Sofia?» Il suo viso, un attimo prima morbido e vulnerabile mentre parlavamo sul divano logoro, si trasformò in una maschera di rabbia pura, le labbra strette in una linea dura, gli occhi accesi di una luce febbrile, quasi selvaggia, come se quel nome avesse aperto una porta su un inferno che teneva chiuso a chiave.

La sua reazione mi colpì come un pugno allo stomaco. Rimasi inchiodato al divano, la mia birra dimenticata in mano, il freddo del vetro che mi mordeva il palmo come un rimprovero. Ero un pugile suonato, stordito da un gancio che non avevo visto arrivare. Il cuore mi martellava nel petto, la mente un vortice di confusione. Cosa avevo detto? Cosa avevo fatto? «Sì… era di passaggio a Dublino in quel periodo,» balbettai, la voce incerta, cercando disperatamente di afferrare il motivo di quel terremoto. «Perché? La conosci?»

Una risata amara le sfuggì dalla gola, ma non era una risata. Era il suono di qualcosa che si spezza, un crepitio secco e privo di gioia, come rami calpestati in un bosco morto. Si sistemò i capelli che le erano caduti davanti al viso, un gesto nervoso, quasi rabbioso, le dita che tremavano mentre li scostava come se volesse strapparsi di dosso quel momento. «Sofia…» mormorò, gli occhi fissi su un punto lontano, oltre il muro di mattoni della sala prove, oltre me, come se vedesse un’ombra che solo lei poteva riconoscere. «Sai chi si chiama Sofia?» La sua voce tremava, carica di un dolore così puro che sembrava sanguinare nell’aria. «Una che mi ha strappato tutto, Ronan. Una che mi ha lasciato in pezzi, come se fossi niente. Un nome che è una ferita che non smette mai di bruciare.»

Si alzò di scatto, barcollando appena, le gambe nude che tremavano sotto la maglietta oversize di Patti Smith, che le scivolava morbida sui fianchi. Il fragile ponte che avevamo costruito tra le nostre solitudini, fatto di sguardi rubati e confessioni sussurrate, si stava sgretolando, mattone dopo mattone, e io potevo solo guardare, impotente. «Non è una cazzo di guru,» sibilò, ogni parola una scheggia di vetro lanciata contro di me. «È un nome che mi brucia ancora, che mi fa a pezzi ogni volta che lo sento.» Si portò una mano al petto, le dita che si chiudevano a pugno come se volesse trattenere qualcosa che le stava sfuggendo, il respiro corto, affannato, come se stesse lottando per non annegare in quel dolore.

Rimasi paralizzato, la mente un vortice di pensieri spezzati. Avevo evocato un demone con una sola parola, un nome che per me era solo un ricordo lontano, una figura sfocata di un passato che non contava più. Ma per lei, “Sofia” era una chiave che apriva un abisso, un nome che portava con sé un’eco di tradimento e rovina. L’intimità che avevamo condiviso, la fiducia che stavamo costruendo, tutto si frantumò in quel momento, come un vetro fragile caduto su un pavimento di cemento. «Lucia, io… non capisco,» riuscii a dire, ma le parole suonavano vuote, inutili, come un tentativo di spegnere un incendio con un soffio.

«Tu non capisci niente!» gridò, la voce incrinata da una rabbia che si mescolava a lacrime trattenute, gli occhi lucidi e feroci che mi trapassavano come pugnali. Con un gesto secco, strinse la bottiglia di birra, quella che le avevo passato, quella che le nostre dita avevano sfiorato in un momento che ora sembrava appartenere a un’altra vita. Le nocche sbiancarono per la forza con cui la stringeva, il vetro che sembrava sul punto di cedere sotto la sua furia. Poi, con un urlo che era più un singhiozzo di rabbia soffocata, la scagliò con tutta la sua forza contro il muro di mattoni della sala prove.

Il vetro esplose in una pioggia di frammenti scuri, un’esplosione che risuonò come un punto fermo, definitivo, che fece vibrare i pannelli fonoassorbenti. I pezzi caddero sul pavimento, mescolandosi alla polvere e al caos della stanza, come i resti di qualcosa che non potevamo più riparare. Lucia rimase lì, ansimante, il petto che si alzava e si abbassava velocemente, i pugni stretti lungo i fianchi come se stesse trattenendo il bisogno di colpire ancora, di distruggere tutto ciò che le stava intorno. Il suo sguardo era una miscela ustionante di rabbia e tradimento, un fuoco che bruciava senza consumarsi. Lentamente, alzò una mano tremante e puntò il dito verso la porta.

«VATTENE,» sibilò, la voce rotta ma carica di un’autorità che non le avevo mai sentito, una forza che sembrava venire da un luogo profondo e intoccabile, dentro di lei. «VATTENE E LASCIAMI SOLA.»

Ogni parola era una pugnalata. Non c'era più niente da dire. Sconfitto, mi alzai e, senza voltarmi, uscii dalla sala prove, lasciandola padrona del nostro campo di battaglia in rovina. Mentre chiudevo la porta alle mie spalle, sentii un suono sordo, quello del suo corpo che si lasciava cadere sul divano, seguito dall'inizio di un pianto disperato, un pianto che non cercava consolazione, ma solo di espellere il veleno che le avevo versato dentro.

Camminavo sotto la pioggia battente di Pavia, senza nemmeno accorgermi di essere fradicio, visto che avevo lasciato l'ombrello in sala prove. Ogni goccia fredda sulla mia pelle era una penitenza. Il suono del suo pianto mi seguiva, più forte del rumore della pioggia, più assordante del vetro infranto.

Eravamo tornati nel nostro fango, ma ora era pieno di schegge taglienti. E io avevo appena capito che la via di fuga che cercavo disperatamente non era a Dublino, su un palco illuminato. Era seduta di fronte a me, su un divano logoro. E l’avevo appena distrutta.

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