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← L'angelo della Nebbia

Creato il 30/05/2026, 12:13 · Aggiornato il 30/05/2026, 12:31

Capitolo 4: Capitolo 1 - Chiunque sia stato

@bergadavideDavide
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Fuggire da Dublino mi sembrava una cura, o almeno un anestetico. Lasciare i pub dove ancora sentivo l’eco della voce di Aoife, i vicoli dove ogni passo mi ricordava Liam e il suo tradimento, era una necessità. Non stavo cercando redenzione, non ancora. Ma forse, senza ammetterlo, cercavo un motivo per suonare di nuovo la chitarra con qualcosa che somigliasse alla speranza. Ho preso un volo low-cost, con la custodia della chitarra come unico bagaglio e il peso di troppe notti insonni nelle ossa. Pavia mi aspettava, con la sua promessa di silenzio e di inizi incerti, e Jack mi aspettava con una pinta e una band che, forse, poteva ricordarmi chi ero stato.

"C'è una band che devi sentire, la mia band, ci chiamiamo i Radio Ethiopia…" mi aveva detto al telefono, la sua voce un misto di eccitazione e preoccupazione. "E poi, c'è lei la nostra cantante... È un talento puro, Ronan. Ha un fuoco addosso... ma di quelli che bruciano. Capisci cosa intendo?"

Sì, capivo fin troppo bene. E così, con il sapore di quella cenere ancora in bocca, spinsi la pesante porta di legno del Social Club.

L'impatto fu immediato. Un'ondata di calore, odore di birra versata, legno umido e l'inconfondibile profumo di elettricità che emana dagli amplificatori. Il locale era un covo accogliente e vissuto, le pareti scure tappezzate di locandine sbiadite che urlavano i nomi di mille battaglie rock. Il pavimento era appiccicoso in quel modo familiare che si trova solo nei posti dove la gente balla davvero. Un brusio denso di chiacchiere e risate riempiva l'aria, rotto solo dal tintinnio dei bicchieri e da una vecchia canzone dei Clash che usciva a basso volume dagli altoparlanti. Trovai Jack appoggiato al bancone, esattamente come me lo ricordavo: una camicia a quadri, la collana da marine e un'aria da chi è padrone del mondo, anche se il mondo in questione è un piccolo locale di provincia.

"Ronan, amico mio!" esclamò, stringendomi in un abbraccio che sapeva di birra e fratellanza. "Alla fine sei venuto. Temevo che i fantasmi di Dublino ti avessero incatenato al bancone di qualche pub."

"I fantasmi pagano da bere, Jack. È un'offerta difficile da rifiutare," risposi, accettando la pinta che mi stava porgendo. "Allora, questa band..."

"Prima le presentazioni." Fece un cenno verso un ragazzo alto e silenzioso, con la maglietta di una band metal, e una ragazza minuta con i capelli neri raccolti in due codine. "Loro sono Alex, il nostro metronomo umano, e Alyce, che fa cantare il basso come pochi."

Alex mi strinse la mano con una forza tranquilla, Alyce mi fece un occhiolino malizioso. "L'irlandese. Jack ci ha parlato di te," disse con un accento inglese tagliente.

"Tutto vero, purtroppo," scherzai. "E la cantante? Quella col fuoco?"

Jack sorrise, un sorriso che non raggiunse gli occhi. Indicò con un cenno del capo un angolo più appartato del locale, vicino all'ingresso. Due ragazze parlavano fitto, le teste chine l'una verso l'altra in un mondo a parte. Una aveva i capelli di un viola elettrico e un'aria da battaglia.

"Quella coi capelli viola è la mia ex," disse Jack, con una scrollata di spalle che non nascondeva del tutto una vecchia cicatrice.

Un largo sorriso mi attraversò il viso. Annuii lentamente. "Le band sono famiglie disfunzionali, Jack. Lo sappiamo bene."

Lui ricambiò il sorriso, un lampo di comprensione tra noi. "Già. E quella accanto a lei... è Lucia. La cantante." Il suo tono si fece più serio. "Come ti ho detto, ha un fuoco addosso. Ma sta bruciando da entrambi i lati. Sii gentile."

Seguii il suo sguardo. Era di spalle, ma potei vedere i capelli castani, lunghi e selvaggi, e la linea decisa della sua schiena fasciata da una maglietta dei Ramones. Anche da lontano, percepivo un'energia inquieta, un'elettricità contenuta a stento.

Quando le luci del palco si abbassarono, mi feci largo tra la folla. Jack e gli altri presero posizione, ma lei non c'era. L'attesa si fece elettrica. Poi, un singolo faro la illuminò mentre saliva sul palco. E capii. Era bellissima, in un modo che faceva male. Gambe lunghe fasciate da jeans strappati, una maglietta consumata, e quei capelli castani che le cadevano sulle spalle come un'onda selvaggia. Ma erano gli occhi a rapirti. Verdi, fieri e pieni di una tristezza così profonda da sembrare rabbia.

Si sedette su uno sgabello, al centro del palco. Un silenzio innaturale calò nel locale. La band non attaccò con un riff potente. Invece, le dita di Jack sfiorarono la chitarra, producendo le prime, delicate e malinconiche note di "My Immortal" degli Evanescence.

E poi lei aprì la bocca.

Non era una voce. Era una ferita.

Iniziò con un sussurro spezzato, una vulnerabilità così nuda da mettere a disagio. Non stava interpretando una canzone, stava confessando la sua anima. Il locale era immobile, ogni respiro trattenuto. Era un rito collettivo, e lei era la sacerdotessa del suo stesso strazio. Mentre la melodia cresceva, la sua voce si apriva, un crescendo di dolore che non diventava mai un urlo, ma rimaneva un lamento straziante, pieno di una bellezza quasi insopportabile. Era magnifica. E si stava facendo a pezzi, nota dopo nota, davanti a tutti noi.

Quando l'ultima nota si spense, nessuno applaudì per un lungo istante. Poi, l'applauso scrosciò, caldo e rispettoso.

Ma non era finita. Jack scambiò uno sguardo con Alex, un colpo secco di bacchette squarciò il silenzio e la band esplose in un pezzo rock potente e viscerale. Lucia si alzò di scatto dallo sgabello, la fragilità sostituita da una furia elettrica. Ora non era più la sacerdotessa del dolore, era una guerriera. Si aggrappava al microfono come a un'arma, la sua voce graffiava l'aria, trasformando la tristezza in rabbia pura. Era un'altra persona. Aoife cantava per la gloria, per gli applausi. Lei, invece, cantava per non morire dentro.

Ma…non avevo ancora visto nulla, pensai, sentendo una scossa di anticipazione mentre la band restava immobile nel silenzio carico di elettricità. Jack si avvicinò al microfono, dominando il palco con una nuova, cupa solennità. Lucia teneva lo sguardo fisso a terra, il petto che si alzava e abbassava velocemente.

"Questo pezzo è un omaggio a una cantante immensa e tormentata," disse Jack con voce roca, "una riedizione che Slash ha fatto di un pezzo storico del Blues, Stormy Monday!".

L'attacco fu un fulmine. La chitarra di Jack iniziò a piangere, ogni nota piegata fino al limite, un blues viscerale che sanguinava dalle sue dita con una precisione chirurgica degna di Slash. Era un virtuosismo tecnico, ma carico di un'anima antica. Poi entrò lei. Lucia si aggrappò al microfono come a un'ancora, iniziando con un sussurro spezzato. Ma quel sussurro divenne un graffio, poi un grido roco e potente. La sua voce era carta vetrata su una ferita. Da musicista, sapevo quanto fosse proibitivo quel pezzo, ma lei lo stava vivendo. Conoscevo la storia di Beth Hart, e vedevo la sua stessa battaglia dipinta sul volto di Lucia. L'urlo finale fu così straziante che il locale trattenenne il respiro. Quando si spense, crollò in ginocchio, svuotata. Jack le fu accanto: "Fate un grande applauso alla nostra straordinaria Lucia!".

Il concerto proseguì su questa doppia anima: ballate strazianti che lasciavano il pubblico senza fiato e sfuriate rock che lo costringevano a muoversi, a sudare, a sentirsi vivo. Per un'ora, Lucia tenne il palco in pugno, alternando miele e vetro rotto, carezze e schiaffi, senza mai una nota fuori posto.

Dopo l'ultima sfuriata rock, la band si prese una breve pausa, lasciando il pubblico nell'eco adrenalinico degli applausi. Jack si avvicinò al microfono, scambiando la chitarra elettrica con un'acustica.

"Grazie," disse, la voce roca. "Vogliamo chiudere con qualcosa di diverso. Una canzone per chi sa cosa significa avere il cuore pesante, ma non smettere mai di camminare."

Alex e Alyce lasciarono il palco, lasciando la scena a lui e a Lucia. Lei si sedette su uno sgabello al centro del palco, sotto un'unica luce calda. Sembrava improvvisamente più esposta, più fragile. Partirono le prime note di "Fango" di Jovanotti, un arpeggio semplice ma carico di significato. La voce di Jack era ruvida, terrena. Poi entrò quella di Lucia, non più un grido di rabbia, ma un canto quasi spezzato, che si intrecciava alla sua in un'armonia struggente.

Quando cantarono insieme il ritornello, "Io lo so che non sono solo, anche quando sono solo", sentii un brivido percorremi la schiena. Quelle parole... erano le mie. Erano le sue. Erano il riassunto silenzioso di tutto quello che avevo visto nei suoi occhi quella sera.

Quando l'ultima nota vibrò nell'aria, sul locale calò un silenzio denso, quasi sacro. Non era il silenzio dell'attesa, ma quello della commozione. Qualcuno tirò su col naso. Poi, un singolo applauso ruppe l'incantesimo, seguito da un'ovazione che non era fragorosa, ma profonda e sentita, un tributo al coraggio di aver messo a nudo un'anima sul palco.

Quando l'ultimo accordo risuonò e le luci si riaccesero, la vidi scendere dal palco, lo sguardo perso nel vuoto, come se avesse lasciato ogni singola goccia di energia sotto quei fari. Sembrava fragile, esausta.

Mi feci largo tra la folla e raggiunsi Jack vicino al palco, battendogli una mano sulla spalla. "Amico, devo dirtelo," esclamai, cercando di superare il brusio. "Su Stormy Monday sei stato spaventoso. Ho chiuso gli occhi per un istante e ho sentito Slash. Avevi lo stesso suono, lo stesso morso sulle note. Non è da tutti." Jack si asciugò il sudore dalla fronte, un sorriso stanco ma soddisfatto. "Grazie, Ronan. Apprezzo molto. Ma hai visto lei? È Lucia che ci mette l'anima. È lei il nostro fuoco."

Proprio in quel momento, Jack la intercettò mentre scendeva dal palco, il suo passo incerto come se il mondo sotto i suoi piedi fosse ancora vibrante del ritmo della band. La guidò verso di me, un braccio appoggiato con delicatezza sulla sua spalla, come se stesse accompagnando una tempesta pronta a esplodere. La guardai avvicinarsi, e il tempo sembrò rallentare. Era bellissima, in un modo che feriva, come una canzone che ami e che non puoi smettere di ascoltare. Giovane, con i capelli castani leggermente umidi di sudore che le cadevano in ciocche selvagge sulle spalle, la maglietta dei Pink Floyd nera e sudata e così aderente al corpo, da sembrare una seconda pelle. Camminava barcollando, con quell’andatura incerta di chi ha bevuto troppo ma non abbastanza da dimenticare. Conoscevo quella sbronza perenne, quella nebbia alcolica che ti tiene sospeso tra il dolore e l’oblio. L’avevo vissuta troppe volte nei pub di Dublino, con il whiskey che bruciava la gola e il vuoto che non se ne andava mai.

Quando si fermò davanti a me, i suoi occhi verdi mi colpirono come un pugno. Erano ancora umidi, non solo di sudore ma di qualcosa di più profondo, come se il palco avesse strappato via ogni difesa, lasciandola nuda e vulnerabile. In quegli occhi vidi me stesso: lo stesso vuoto che mi portavo dentro da quando i Dublin Shakes erano diventati cenere, lo stesso dolore che si aggrappa alle ossa e non ti lascia andare. Era come guardarsi in uno specchio rotto, dove ogni frammento riflette una ferita diversa.

“Lucia,” disse Jack, la voce morbida, quasi cauta, come se temesse di spezzare qualcosa di fragile. “Questo è Ronan, l’amico di Dublino di cui ti parlavo. Ronan, lei è Lucia.”

Le tesi la mano, un gesto istintivo, ma lei non la prese. Si limitò a fissarmi, i suoi occhi persi in un altro mondo, come se stesse ancora cantando My Immortal nella sua testa. Da vicino, il vuoto che la abitava era quasi tangibile, una presenza che conoscevo fin troppo bene. Non era solo stanchezza, non era solo l’alcol. Era il peso di chi ha amato troppo e ha perso tutto.

Mi voltai verso il barista, rompendo il silenzio che si era creato tra noi. “Due birre rosse, per favore. Lisce.”

Jack inarcò un sopracciglio, sorpreso, ma non disse nulla. Forse aveva capito che non era il momento per domande. Quando il barista fece scivolare i bicchieri sul bancone, ne porsi uno a Lucia. Le sue dita fredde sfiorarono le mie, un contatto breve ma elettrico, come il primo accordo di una canzone che non sai ancora dove ti porterà. Bevemmo in silenzio, un brindisi muto ai demoni che la musica non riusciva a scacciare, ai ricordi che ci inseguivano come ombre. Il sapore della birra era amaro, ma familiare, un’ancora in quel momento sospeso.

Mi chinai verso di lei, abbastanza vicino da sentire l’odore di birra mescolato al suo profumo dolce, un misto di vaniglia e ribellione. “Canti il dolore come se lo conoscessi da sempre,” dissi, la voce bassa, quasi un sussurro.

Lei alzò lo sguardo, e per la prima volta i suoi occhi sembrarono mettere a fuoco il presente, come se le mie parole l’avessero tirata fuori dal suo abisso. Annuì lentamente, un gesto che sembrava pesare. “A volte la musica è l’unico modo per non annegare,” rispose, la voce rauca, come se ogni parola fosse una confessione.

Annuii a mia volta, sentendo un’intesa che non aveva bisogno di spiegazioni. Era come se ci fossimo riconosciuti, due naufraghi che si incontrano su un’isola deserta. “Chiunque sia stato,” dissi, la voce più roca di quanto mi aspettassi, “deve averti fatto davvero un male cane!".

Non rispose subito. La sua mano, piccola e con le unghie laccate di nero, mangiucchiate e trascurate, sbatté sul tavolo con un colpo secco, come se volesse scacciare un pensiero. Poi, senza guardarmi, scoppiò in una risata selvaggia, buttando la testa all’indietro e stringendosi la pancia con l’altra mano. Era una risata da pazza, di quelle che nascono dal dolore e si trasformano in sfida. “Sì, cazzo… ci hai proprio preso, irlandese!” disse, con un accento che tradiva una ferita ancora aperta. Mi guardò finalmente, e nei suoi occhi c’era un misto di sarcasmo e verità, come se mi stesse sfidando a vedere oltre la sua armatura.

Sorrisi, un sorriso amaro che conoscevo bene. Altra birra, altro silenzio. Ma in quel momento, tra il tintinnio dei bicchieri e il brusio del locale, sentii qualcosa muoversi dentro di me. Non era speranza, non ancora. Era solo un accordo, un primo, fragile accordo.

Ma poi, dal nulla, mi sorprese. Allungò la mano, tenendola a mezz’aria, tremante, come se quel gesto le costasse un coraggio che non era sicura di avere. Chinò la testa di lato, i capelli che le scivolarono sul viso, e con un filo di voce, quasi un sussurro, chiese: “Come hai detto di chiamarti?”

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