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Woolgathering. Lavorare la lana. Non avevo mai capito fino in fondo il titolo di quella poesia, in Seventh Heaven. Patti Smith parlava del vagare con la mente, del raccogliere frammenti di pensieri e sensazioni come se fossero fili di lana grezza, per poi tesserli, trasformarli in arte. Per mesi, dopo Francesco, i miei fili erano stati solo dolore e rabbia.
La sera prima, al Social Club, qualcosa dentro di me si era spezzato e, allo stesso tempo, aveva iniziato a ricomporsi. Sul palco, la mia voce tremava ancora delle ferite aperte, ma quando ho visto Francesco e Sole al bancone, mano nella mano, come se il mio mondo distrutto non fosse mai esistito, la rabbia mi ha travolta.
E poi Laura. L'ho vista con loro, ridere, abbracciarla. La mia migliore amica. Il colpo di grazia è stato quello. Sentire la sua mano sul mio braccio mentre cercavo di fuggire, un tocco che voleva fermarmi, trattarmi come una pazza. La rabbia mi ha fatto urlare, strappare il braccio dalla sua presa senza nemmeno guardarla.
Una furia cieca mi ha spinto a scendere dal palco e affrontarli. «Anni di noi, Francesco,» gli ho gridato, le parole come coltelli. «E tu li hai buttati via per lei, come se non contassi nulla.» A Sole, con il suo ciondolo verde e quel sorriso calmo che mi feriva più di ogni altra cosa, ho sputato tutto il mio disprezzo: «Non fargli del male come lui ha fatto a me.» Le lacrime mi hanno tradita, rigandomi il viso, ma mentre me ne andavo, i miei passi sull’asfalto avevano un suono diverso. Non era più solo dolore. Era un primo, fragile distacco. Per la prima volta, il peso di Francesco e Sole aveva iniziato a scivolarmi via, non del tutto, ma abbastanza da lasciarmi respirare. E in fondo, lui era stato anche bugiardo. L'estate prima al mio compleanno, mi aveva promesso che ci sarebbe sempre stato, pronto a prendermi ogni volta che rischiavo di cadere. Invece, in quel momento, aveva pensato solo a sé stesso, dimenticando completamente il tempo passato insieme e tutte le promesse fatte. Era per questo che ora, nella mia stanza, sentivo l’impulso di ricostruire, la mia vita.
Avevo raccolto ogni scheggia di quella rovina, ogni parola non detta, ogni promessa infranta, e le avevo lasciate aggrovigliate dentro di me, un cumulo informe e spinoso. Non sapevo come tesserle. Sapevo solo come sanguinare.
Il nastro adesivo era un pessimo cerotto per ferite ancora aperte. Lo sentivo tra le dita, ruvido e appiccicoso, mentre cercavo di riattaccare l’angolo strappato di un vecchio poster di Patti Smith. La sua faccia, giovane e sfrontata, mi fissava dal muro con un’intensità che ora, finalmente, riuscivo di nuovo a sostenere. La mia stanza mi assomigliava, proprio come me' era in ricostruzione. Dopo che Francesco mi aveva lasciata, mesi fa, dopo che il silenzio aveva preso il posto delle nostre vite intrecciate, ero crollata. La rabbia, il dolore, la sensazione di essere stata abbandonata... tutto era esploso in una furia cieca. Era stato allora che avevo strappato ogni poster dai muri, ogni immagine che mi ricordava chi ero, o chi pensavo di voler essere. Avevo persino scagliato contro la parete Seventh Heaven, il libro di poesie che mi aveva regalato. Quello era stato il colpo più duro, ricordo ancora la felicità quando lo avevo ricevuto la sera del mio compleanno al club. Ricordavo ancora la sensazione di essere capita profondamente ad un livello che nessuno poteva raggiungere, e tutto quello che ho fatto dopo l'ho avevo fatto solo per ricambiare quella profonda sensazione di appartenenza.
Mia madre, con la sua silenziosa e infinita pazienza, aveva raccolto i pezzi. Non aveva detto una parola. Aveva semplicemente messo da parte il libro e i poster strappati, aspettando che la tempesta passasse. E ora, lentamente, stavo ricostruendo. L'arrivo e la partenza di Rohan erano stati un'altra tempesta, diversa, che mi aveva scosso in un altro modo. Ma mi aveva lasciato qualcosa di inaspettato: la voglia di rimettere insieme i pezzi. Ogni pezzo di nastro adesivo era una piccola sutura sull’anima. Non stavo tornando a essere quella di prima. Stavo costruendo qualcosa di nuovo sulle rovine.
Sul comodino, accanto al taccuino con i versi di Dimmi la Verità, c’era una corda di chitarra spezzata, un regalo di Ronan. Sorrisi. Anche lui aveva trovato la sua strada, da qualche parte sotto la pioggia di Dublino. Pensai ad Alyce, a Jack, alla band che aveva creduto in me. La mia musica non era solo mia; era nostra, e quel contratto era anche per loro. Mi lasciai cadere sul letto, lo sguardo perso sul soffitto bianco. Dalla finestra, la nebbia di Pavia si insinuava, ma quella sera sembrava più leggera, come se la luce della città stesse tornando a filtrare. Dimmi i pensieri mi tornarono a lui, a Ronan in un misto di gratitudine e dolore. Era stato un catalizzatore, un’anima affine che mi aveva costretto a guardarmi allo specchio e a trovare le mie parole, la mia musica. Se n’era andato, tornando ai suoi fantasmi, e andava bene così. Il suo compito era finito. Ora toccava a me.
Fu in quel momento di quiete precaria che il telefono vibrò sul lenzuolo. Un numero sconosciuto, un prefisso internazionale. Per un istante, pensai di non rispondere. Ma qualcosa, un pizzico di curiosità, mi spinse a premere il tasto verde.
«Pronto?»
«Ciao, Lucia. Sono io, Sofia.»
Il suo nome mi colpì come una nota fuori posto, un ricordo amaro che ancora pizzicava. Il mio corpo si irrigidì, un groppo in gola. Cosa voleva? Rimettere il dito nella piaga? La sua voce era calma, limpida, come se fosse a due passi da me, non dall’altra parte del mondo.
«Sofy. Ciao,» risposi, la voce tagliente, più dura di quanto volessi. Una pausa. Sentivo il mio respiro, il suo silenzio. «È passato un po’. Qual è il motivo di questa chiamata?» dissi, secca, sperando di tagliare corto. Era l’ultima persona con cui volevo parlare.
«Sto tornando a Pavia,» disse Sofia, la voce morbida, con un tremore che tradiva un’emozione nascosta. «E voglio vederti per prima, Lucia. Papà mi ha detto della tua canzone, del contratto.»
Ma che sta dicendo questa? pensai, la sua voce che scivolava via come un’eco. Mi tornò in mente quella sera di anni fa, dopo una pizza con papà, quando camminavamo in centro e io le chiesi com’era meditare. «La tua musica, Lucia,» mi aveva detto, ridendo, «è il tuo modo di meditare. Cantare è come trovare la tua calma nel caos.» Parole semplici, ma che allora mi avevano colpita. Ora, però, il suo tono mi sembrava un’intrusione. Pavia. Di nuovo.
«Papà dice che stai bene, che stai facendo grandi cose,» continuò.
«Grandi cose, un cazzo!» sbottai, la rabbia che esplodeva. «Sofia, sono sopravvissuta. Ho passato un inferno per colpa del casino che avete creato tu, Francesco e Sole. Mi sono sentita sbagliata, “ordinaria”. Sole, con quel suo ciondolo verde e quel sorriso falso, mi ha detto che Francesco aveva bisogno di lei, non di me. E io ci ho creduto, per un momento. Ma ho smesso di giocare a quel gioco. Il contratto l’ho preso da sola, con le mie forze.»
«Lo so,» disse Sofia, la voce che si incrinava come se sentisse il mio dolore. «E ce l’hai fatta, Lucia. Non nonostante tutto quello che è successo, ma grazie a quello.»
Mi sta prendendo per il culo? pensai, la sua voce che si mescolava al ricordo di quella sera, al suo sorriso mentre parlava di musica e meditazione. Ma qualcosa mi tenne incollata al telefono.
«Ascolta,» continuò, più decisa. «Non sto dicendo che non abbia fatto male. Ma quel dolore, quel dolore, l’hai preso e l’hai trasformato in Dimmi la Verità. Ti ricordi cosa ti dissi quella sera dopo la pizza? Cantare è la tua meditazione. È così che hai trovato la forza, anche quando pensavi di non averne.»
«Forza?» ribattei, il sarcasmo che mascherava un’incertezza nuova. «Sai com’è sentirsi spezzati, Sofia?»
«Sì,» disse piano, quasi un sussurro. «Lo so. Ma la vita non ti dà mai un peso che non puoi portare. Tutto quello che hai passato – Francesco, Sole, me – era qualcosa che potevi affrontare. E l’hai fatto. Hai trasformato tutto in musica. Non ci sono vincitori o vinti, Lucia. Nessuno ha colpe. È solo la tua storia, e tu l’hai resa la tua canzone.»
Rimasi in silenzio, il telefono pesante nella mano. Le sue parole erano come una melodia che iniziavo a riconoscere. «E se non ci fosse un colpevole?» continuò. «Solo un’esperienza che ti ha fatto diventare chi sei ora?»
«Un’esperienza?» sbottai, ma la mia voce era meno dura, incrinata. «Bella schifezza di esperienza. Ne facevo a meno.»
Sofia rise piano, un suono caldo, quasi familiare. «Lo so. Ma guardati. Hai preso il tuo dolore e l’hai trasformato in una canzone. Quel contratto, quella canzone… è la prova che ce l’hai fatta. Per questo voglio vederti. Voglio vedere la Lucia che ha trasformato tutto questo in arte.»
Chiusi gli occhi, sfiorando il taccuino sul comodino, i versi di Dimmi la Verità ancora freschi. Le sue parole mi giravano in testa, non come una lezione, ma come un ricordo di quella sera, quando mi aveva detto che la mia voce era la mia forza. Forse non era una guru. Forse era solo mia sorella, che vedeva qualcosa in me che io stavo appena iniziando a capire.
Poi però dissi piano, al vuoto della stanza, “La mia sorellastra è davvero una cazzo di guru!”
E…scoppiai a ridere.
Risi così forte, di una risata liberatoria che partiva dalla pancia e scuoteva le pareti, che mia mamma, allarmata, corse in camera mia.
«Tutto bene?» mi chiese, la sua espressione un misto di preoccupazione e sorpresa.
Mi alzai di scatto dal letto e l’abbracciai, stringendola forte, come non facevo da mesi.
«Sì, mamma,» dissi, con la voce ancora incrinata dal riso, ma più chiara e forte di quanto non fosse da un’eternità. «Adesso sì. Va tutto bene.»
Guardai fuori dalla finestra, dove la nebbia di Pavia si diradava. Non ero più l’angelo della nebbia. Ero Lucia, e la mia canzone era pronta a squarciare il mondo.
In quel momento la porta della mia stanza si aprì ed entrò Antoine, il compagno di mia madre. Il suo sorriso si spense subito vedendoci abbracciate in quel modo, ma prima che potesse chiedere qualcosa, suonò il campanello.
“Vado io”, disse e sparì nel corridoio.
Tornò poco dopo con un’espressione perplessa. “Lucia, c’è una ragazza per te. Dice che si chiama Laura.”
Io e mia madre ci sciogliemmo dall’abbraccio e ci guardammo. Lei non sapeva nulla, ma nei miei occhi lesse un’ombra di dolore che tornava a galla, solo per un istante. Lo superai subito.
“Dille che arrivo subito,” dissi, con una calma che sorprese anche me.
Quando uscii, la trovai appoggiata allo stipite della porta, di spalle. Indossava jeans attillati e anfibi, una canottiera nera da cui spuntava il tatuaggio di una tigre colorata e un chiodo di pelle slacciato. I capelli viola erano legati in una coda alta e, quando si voltò, vidi che i suoi occhi neri erano arrossati.
“Ciao,” disse, la voce roca.
“Ciao,” risposi, fredda. “Parliamo alla panchina.”
Mi incamminai senza aspettarla, ma sentii i suoi passi dietro di me. Camminammo in silenzio, mute, come se le parole fossero pietre troppo pesanti da sollevare.
Arrivate alla panchina, i ricordi mi assalirono, scomposti, senza un filo logico. Il viso di Francesco, le sue parole che mi lasciavano, il freddo che mi era entrato nelle ossa. Mi sedetti, e lei rimase in piedi davanti a me.
«Sole era una mia compagna di liceo,» disse tutto d’un fiato. “Non la vedevo da anni. Non volevo farti soffrire, so quanto t'ha fatto male. La stavo solo salutando…” Abbassò lo sguardo, e vederla così, per la prima volta, mi strinse il cuore.
In quell'istante, capii quanto ero stata meschina. Laura aveva una sua vita, non era una mia proprietà.
“Non importa,” dissi, e la mia voce era finalmente sincera. “Sono io che devo chiederti scusa. Ti ho trattata di merda.”
Lei scosse la testa. “No, sono io che avrei dovuto parlarti, chiarire subito…”
Le parole non erano dolci, ma crude, vere. Ci alzammo e ci abbracciammo, un abbraccio goffo, quasi violento, che scioglieva la rabbia accumulata.
“Non azzardarti più ad allontanarti da me,” le sussurrai all’orecchio. "Hai capito, stronzetta?!"
Sentii la sua risata roca contro la mia spalla. “Anche tu, cogliona,” rispose lei.
Scoppiammo a ridere, finalmente libere.