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Quella notte, i Radio Ethiopia avevano conquistato Wembley. Non era un sogno sbiadito, era vivido, reale, un assalto sonoro che faceva tremare le fondamenta dello stadio. La folla era un oceano di mani alzate e volti sudati, un mostro da novantamila teste che ruggiva il nostro nome. Eravamo noi, sul quel palco immenso, a dominare la scena. Jack sputava riff taglienti dalla sua chitarra, Alyce era una furia sensuale al basso e Alex, dietro la batteria, era il cuore pulsante di un terremoto. E poi c'ero io. Non cantavo cover. Cantavo le mie parole, la mia rabbia, la mia rinascita. Il suono era potente, viscerale, un rock che graffiava l'anima, con la grinta degli Halestorm e il cuore spezzato che solo io potevo metterci. Non ricordavo i testi, non ricordavo le melodie, ma ricordavo la sensazione: una liberazione totale, un potere che mi scorreva nelle vene, la certezza assoluta di essere esattamente dove dovevo essere.
Poi aprii gli occhi.
Il boato di Wembley si dissolse nel silenzio pesante della mia stanza. La luce del mattino, impietosa, filtrava dalla persiana, illuminando le rovine del mio piccolo mondo. La mia stanza era un santuario in ricostruzione. Sulla parete, il poster di Patti Smith mi fissava con il suo sguardo fiero, ma l'angolo che avevo strappato in un impeto di rabbia era ancora lì, tenuto su da un pezzo di nastro adesivo che sembrava un pessimo cerotto su una ferita aperta. Accanto alla scrivania, appoggiato al muro, c'era Seventh Heaven, il libro di poesie che avevo scagliato contro la parete mesi fa, dopo che Francesco mi aveva lasciata. Lo avevo raccolto, ma non avevo ancora avuto il coraggio di rimetterlo a posto.
Un bellissimo umore, l'eco di quell'energia pazzesca, mi fece sorridere. Per un istante, mi sentii invincibile come nel sogno. Poi, la realtà mi colpì come un pugno.
Ronan non c'era. Era tornato in Irlanda, ai suoi fantasmi e alla sua pioggia. Mi aveva aiutata, mi aveva dato gli strumenti per scrivere la mia canzone, ma ora ero di nuovo sola. Sola con le mie rovine e il fantasma di Francesco. Non l'avevo superata. Nonostante Ronan, nonostante la musica, il pensiero di lui era ancora una voragine.
Io lo so che non sono solo, anche quando sono solo, cantava Jovanotti. Ma io, in quel momento, mi sentivo di nuovo sprofondata in quel fango, fino al collo.
Mi alzai, trascinando i piedi sul pavimento freddo, e andai in bagno. Lo specchio mi restituì un'immagine che ormai conoscevo fin troppo bene. Mi lavai i denti con gesti meccanici, poi mi sciacquai il viso e mi guardai. I miei occhi. L'iride verde era ancora lì, testarda, ma era perennemente assediata da un alone rosso, la mappa sbiadita delle lacrime versate per settimane, un promemoria costante del pianto che non mi abbandonava mai del tutto.
Decisi in quel momento. Basta nascondersi. Sarei andata a trovare mio padre al bar. Era un po' che non lo vedevo, che evitavo di incontrarlo. Non avevo ancora avuto il coraggio di affrontarlo dopo la rottura. Ricordavo ancora le sue parole a Francesco, quella volta al bar: "Lucia è una brava ragazza. Spero che tu lo sappia". E io, come una stupida, avevo garantito per lui. Che umiliazione.
Tornai in camera e mi fermai di nuovo davanti allo specchio. I capelli. Erano cresciuti, la linea netta del caschetto si era ammorbidita, arrivando a lambirmi le spalle. Sarebbero piaciuti di nuovo a Francesco, così?
Il pensiero fu una scossa elettrica. Chiusi gli occhi e mi vidi di nuovo lì, quella sera, nel parco della Vernavola. Il freddo della panchina, la luce malata del lampione. La sua voce, calma e terribile, mentre smontava il nostro mondo, pezzo dopo pezzo.
“Sto dicendo, Lucia, che il nostro percorso insieme... è arrivato a un punto... dove le nostre strade... potrebbero separarsi.”
Le lacrime iniziarono a scendere, silenziose e calde. Le solite, maledette lacrime. Mi accasciai sul letto, stringendo il cuscino, soffocando un singhiozzo.
Driin. Driin.
Il suono del telefono fu così inaspettato che sussultai. Allungai una mano tremante e risposi senza guardare chi fosse.
«Pronto?»
«Lucy! L'ho sentita! L'ho sentita!»
La voce di Laura era un'esplosione di euforia pura, così forte che dovetti allontanare il telefono dall'orecchio.
«Sentita cosa, Laura?» chiesi, cercando di rendere la mia voce meno tremante.
«La demo! La demo di "Dimmi la Verità"! Jack me l'ha appena mandata! È una bomba atomica, Lucy! Una cazzo di bomba! La tua voce... mio Dio, la tua voce!»
Sorrisi amaramente. La nostra canzone. Nata dal dolore, cresciuta nella rabbia.
«Sono contenta che ti piaccia» mormorai.
Laura si fermò, la sua euforia che si smorzava di colpo.
«Ehi... che voce hai? Stai bene?»
Le parole mi uscirono prima che potessi fermarle, un fiume in piena di stanchezza e dolore.
«No, Laury. Non sto bene per niente. Adesso vado al bar da mio padre... ho bisogno di vederlo.»
Feci una pausa, sentendo un nodo stringersi in gola. «Ho bisogno di te.»
«Ancora il ricordo di quello stronzo!»
La voce di Laura, dall'altra parte del telefono, si fece improvvisamente più dura, ma era una durezza protettiva, compassionevole.
«Lucy, ascoltami. Non pensare a quello sfigato senza palle! Non ne vale la pena.»
'Sfigato senza palle un corno...' ripetei nella mia testa,in un'eco amara. 'Se solo avesse attraversato lei la tempesta di merda che gli era caduta addosso per tutta la vita... Ehi, ma che cazzo sto facendo? Adesso lo difendo pure?!'
La rabbia mi incendiò le vene, una furia cieca contro di lui, contro di me, contro il mondo. Picchiai forte una mano sul comodino. La abat-jour di porcellana bianca vacillò per un istante, poi cadde a terra con un rumore secco, esplodendo in mille pezzi.
Perfetto! Altre schegge da raccogliere…
Il rumore sordo della rottura fece correre mia madre in camera. Entrò senza bussare, il viso contratto dalla preoccupazione. Sapeva che non c'era nulla di a posto. Sapeva che il suo amore, per quanto immenso, non poteva fare nulla per estirpare il mio dolore. Erano settimane che mi girava intorno in silenzio, una presenza costante e rassicurante, sostenendomi con piccoli gesti, aspettando che la tempesta passasse. E ora, guardava le schegge sul pavimento, e poi me, e nei suoi occhi vidi tutto il suo impotente, immenso amore.
«Ci vediamo al bar, Laura,» dissi al telefono, la voce rotta. «Devo... devo uscire di qui.»
Chiusi la chiamata prima che potesse aggiungere altro.
Mia madre era ancora sulla soglia, il suo sguardo una carezza silenziosa e impotente. Non disse nulla mentre mi alzavo e iniziavo a raccogliere le schegge più grandi della lampada, evitando il suo sguardo.
«Lucia...» mormorò.
«Non fa niente, mamma. Era vecchia» mentii, la voce piatta.
Mi preparai in fretta, alla rinfusa. Aprii l'armadio e afferrai le prime cose che trovai: un paio di jeans consumati, una felpa nera. Non feci colazione. L'idea del cibo mi nauseava. Mentre mi infilavo le scarpe vicino all'ingresso, li vidi in cucina. Mia madre, Manuela, era ai fornelli, ma non stava cucinando. Fissava una tazza di caffè con lo sguardo perso, le spalle curve sotto il peso di una preoccupazione che non sapeva come esprimere. Accanto a lei c'era Antoine, il padre di Sofia. Era un uomo alto, con i capelli ormai color caffè latte e due occhi buoni e stanchi. Un altro martire silenzioso, abbandonato dalla figlia senza mai una parola sui suoi continui viaggi. Lo conoscevo da quando avevo dodici anni; amava mia madre con una devozione tranquilla ed era stato un buon padre adottivo per me. Gli avevo sempre voluto bene.
«Tesoro, non mangi nulla?» chiese Manuela, la sua voce incrinata.
«Non ho fame.»
«Ma almeno un caffè, Lucia. Non puoi uscire così» intervenne Antoine, con il suo tono pacato che di solito mi calmava, ma che ora mi irritava.
Dovevo uscire da quella casa. L'amore che mi circondava mi opprimeva. La loro luce, il loro calore silenzioso, la loro composta preoccupazione si scontravano violentemente con il buio e il freddo che sentivo nel cuore. Loro erano il giorno, io ero sprofondata in una notte senza fine, e la loro presenza non faceva che rendere la mia oscurità ancora più evidente, ancora più insopportabile.
«Devo andare,» dissi, la voce più dura di quanto volessi. «Laura mi aspetta.»
Afferrai la giacca e, senza voltarmi, uscii, chiudendo la porta dietro di me, non avevo preso nemmeno l'ombrello. L’idea di rientrare e di rivedere i loro volti era troppo forte, decisi che andava bene così. Lasciandomi alle spalle il loro amore impotente e le schegge di porcellana sul pavimento della mia camera, e dopo essermi riparata la testa con il cappuccio della felpa degli Avenged Sevenfold, mi incamminai sotto la pioggia leggera..
La fermata dell'autobus era a pochi minuti, davanti al parcheggio della Vernavola. L'attesa fu breve, un limbo di pochi minuti in cui mi sentii invisibile. L'autobus arrivò sferragliando, le porte che si aprivano con un sibilo stanco. Salii e trovai un posto vicino al finestrino, il mio rifugio abituale. Intorno a me, il mondo era assurdamente, offensivamente vivo. Un gruppo di ragazzi universitari rideva a crepapelle per una battuta che non sentii, le loro voci un'esplosione di energia che mi fece male. Una coppia si scambiava baci leggeri, le loro dita intrecciate. Tutti sembravano avere un posto, una direzione, una gioia.
Io appoggiai la fronte contro il vetro freddo. Guardai fuori, ma non vedevo più le strade di Pavia, i palazzi, la gente. Vedevo solo il mio riflesso, un'ombra trasparente sovrapposta al mondo che scorreva via. E in quel momento, mi sentii sciogliere. Non ero più Lucia. Ero come la pioggia. Liquida e fredda che si stendeva sul vetro, senza forma, invisibile per mondo esterno, che non la notava nemmeno, che la valutava solo come un fastidio.
La frenata brusca dell'autobus mi scosse. La mia fermata. Scesi con gesti automatici, il corpo che si muoveva per inerzia mentre l'anima era ancora incollata a quel finestrino. La camminata verso il bar di papà fu un pellegrinaggio attraverso un territorio straniero. Corso Garibaldi brulicava di vita, ma i suoni mi arrivavano ovattati, distanti. Ogni passo era pesante. Mio padre non sapeva che stavo arrivando. Non sapeva che la sua bambina, quella per cui aveva garantito, stava venendo da lui con le ali spezzate e il cuore pieno di schegge.
Mi fermai davanti all'insegna familiare, "Bar Italia". Presi un respiro profondo, l'odore di caffè e cornetti che mi colpì come un ricordo di un'altra vita, una vita più semplice. E poi, spinsi la porta.
Il Bar Italia era un porto sicuro, un'isola di familiarità nel caos della mia vita. Le vetrine brillavano anche sotto il cielo grigio, e l'aroma di caffè macinato e brioche calde mi avvolse come un vecchio abbraccio. Papà era dietro al bancone, intento a chiacchierare con due signori anziani seduti sugli sgabelli, due clienti abituali che conoscevo da sempre. La sua risata riempiva il locale, un suono caldo, rassicurante.
Poi mi vide.
La risata gli morì in gola. Il suo sorriso si spense. Lo vidi ammutolire, gli occhi fissi su di me, sul mio viso, sui miei occhi rossi. Senza dire una parola, si scusò con i clienti, aggirò il bancone e mi venne incontro.
Non chiese nulla. Non c'era bisogno.
Mi corse incontro e mi strinse in un abbraccio forte, disperato. Sentii l'umido del suo camice, macchiato di caffè, premere contro la mia guancia e la pesantezza delle sue mani grandi e ruvide sulla mia schiena, che mi stringevano come se avesse paura che potessi dissolvermi. Mi aggrappai a lui, il mio unico scoglio in quella tempesta. Quando si allontanò leggermente per guardarmi negli occhi, il suo viso era una maschera di dolore e amore infinito.
«Bambina mia...» sussurrò, la sua voce un suono spezzato che non gli avevo mai sentito.
Non riuscii a sostenere il suo sguardo. Lo abbracciai di nuovo, più forte di prima, nascondendo il viso contro il suo petto, incapace di parlare, incapace di fare altro che piangere a dirotto, finalmente al sicuro.
«Piccola, sei pelle e ossa!» esclamò, con un'ottimismo che solo lui poteva avere in una situazione del genere.
Sentii le sue dita ruvide ma delicate asciugarmi le lacrime, poi mi spinse dolcemente verso il bancone, facendomi sedere sullo sgabello tra Claudio e Stefano. I due signori anziani mi guardarono in silenzio, i loro volti pieni di una muta comprensione che valeva più di mille parole.
Mio padre era già tornato dietro al suo regno di tazzine e profumo di caffè.
«Parliamo dopo, adesso mangia» disse, con un tono che non ammetteva repliche. «Tua madre mi ha detto che non hai fatto colazione.»
Allora si sono sentiti dopo che sono uscita di casa? Mia mamma era sempre così...
Un sorriso amaro mi increspò le labbra. Papà non aveva smesso di parlare, ma la sua voce mi arrivava come un ronzio lontano. Io non lo sentivo più, persa nel mio vuoto.
«Mangia, ecco la tua brioche preferita, crema e cioccolato» disse, posandomela davanti. «Mi ricordo quando eri piccola che dovevo toglier...»
Si ammutolì, vedendo la mia espressione. Un'altra ondata di dolore minacciava di travolgermi. Non voglio piangere. Non ancora! Ricacciai indietro le lacrime con tutta la forza che avevo, fissando la brioche come se fosse la cosa più difficile del mondo da affrontare.
Il campanello sopra la porta del bar trillò, annunciando un nuovo arrivo, ma non alzai lo sguardo. Sentii dei passi decisi avvicinarsi al bancone.
«Mario, che le offri? Un amaro? Vedo che la stai tirando su a brioche e lacrime.»
La voce inconfondibile di Laura, roca e sfacciata, tagliò l'aria pesante del locale. Alzai la testa e la vidi. I suoi capelli erano tinti di un viola intenso e ribelle. Indossava una maglietta nera attillata, pantaloni di pelle e anfibi. Come sempre, l'enorme e colorato tatuaggio della tigre le faceva capolino dalla spalla. Era la tempesta perfetta per la mia innaturale quiete.
Papà accennò un sorriso stanco. «Cerco di fare il possibile, Laura. Ha bisogno di mangiare qualcosa.»
Lei non lo lasciò finire. Mi raggiunse con due falcate, ignorando i signori Claudio e Stefano che la guardarono con un misto di sorpresa e ammirazione. Si fermò davanti a me e, senza dire una parola, mi avvolse in un abbraccio. Non era come quello disperato di mio padre. Era un abbraccio solido, forte. Una stretta che diceva: "sono qui, non ti lascio cadere".
Mentre stavo mangiando a piccoli e faticosi bocconi la brioche, lei mi strinse ancora di più.
«Forza, principessa della musica,» mi sussurrò all'orecchio, la sua voce rauca un'ancora. «Ci sono io. Facciamo una colazione veloce, poi mi accompagni che devo andare ad aprire il negozio?»
Fece una piccola pausa, stringendomi una spalla. «È uscito il nuovo disco degli Halestorm. Lo ascoltiamo assieme?»
I due giorni successivi furono un limbo di professionalità forzata. La sala prove, che un tempo era il nostro rifugio, divenne un territorio neutrale carico di tensione. Con Jack, Alex e Alyce si parlava solo di musica, di attacchi, di arrangiamenti. Si lavorava sodo, la musica era l'unica cosa che mi teneva a galla, un'ancora a cui aggrapparmi per non affogare nel silenzio che mi portavo dentro. L'assenza di Ronan si faceva sentire, ma ormai era lontano. Era stato una cura temporanea, una distrazione. Ora la ferita originale, quella che portava il nome di Francesco, era tornata a sanguinare.
Poi arrivò il sabato e il concerto a Social Club.
Ero sola nelle quinte, in una saletta spoglia accanto ai bagni. Ero nervosa e Laura non era ancora arrivata; di solito è a lei che mi appoggio in questi momenti. Mi aveva scritto un messaggio per dirmi che era in ritardo, quella sera era andata in treno a Milano da Edoardo. Rilessi il suo messaggio, accompagnato da un'emoticon, quella con la faccina arrabbiata: ‘Scusa Lucy, sono a Milano da Edo, e lui ha deciso proprio stasera di restare in ufficio per delle pratiche arretrate...’. Mentre leggevo, si fece largo dentro di me una strana sensazione, come se quella sera fosse una specie di capolinea, ma in un modo che non potevo ancora immaginare.
Le voci del pubblico arrivavano ovattate dietro le quinte, un mormorio indistinto che mi stringeva lo stomaco in una morsa. Jack, Alex e Alyce erano già sul palco, sentivo i loro passi, un accordo di chitarra di prova. Io ero immobile, paralizzata nel buio. Non avevo voglia di salire. Ogni fibra del mio essere urlava di scappare, di nascondermi. Il dolore era una nausea fisica, un acido che mi risaliva la gola. Ma dovevo farlo. Per la band. Per me.
Feci un respiro profondo, che mi bruciò i polmoni, e uscii dal buio.
Le luci mi accecarono per un istante. Quando i miei occhi si abituarono, li vidi. E il fiato mi si spezzò nel petto. Erano lì, al bancone, come in un quadretto perfetto e disgustoso. C’era Francesco, e accanto a lui Edoardo, il suo migliore amico, che parlottavano come se niente fosse. E poi c’era lei, Sole. E con lei, il colpo di grazia. Laura. La mia Laura, la mia ancora, la mia roccia, era lì con loro. E non solo era con loro. Stava ridendo. La vidi abbracciare Sole, un gesto intimo, complice. Un abbraccio che mi gridava in faccia: “Il tuo dolore non conta”. Come se non sapesse. Come se non le importasse. Quello fu peggio di una coltellata. Mi sentii tradita da tutti. Sola, su un palco illuminato davanti a un mondo che mi aveva appena pugnalato alle spalle.
La rabbia mi offuscò la vista, una nebbia rossa che quasi mi fece sbagliare l’attacco. Ma poi cantai. Iniziammo con “Ironic”, e ogni parola era un proiettile di sarcasmo amaro sparato nella loro direzione. La mia voce era forte, più forte del dolore. Non c’era tristezza, solo una forza disperata che mi arrivava dritta dalle viscere.
Jack lanciò l'attacco del pezzo successivo, il nostro cavallo di battaglia: "Because of You" degli Skunk Anansie. Il mio sguardo corse di nuovo verso il bancone. Francesco teneva la mano di Sole, le loro dita intrecciate in una promessa silenziosa che mi escludeva. Il suo volto era una maschera tesa, quasi sofferente, come se la mia voce fosse un ricordo doloroso. Sole, al suo fianco, era l'immagine della calma, il suo sguardo posato su di lui con una serenità che era un insulto. Edoardo, accanto a loro, aveva perso il sorriso; mi guardava con un'espressione quasi supplichevole, un misto di colpa e impotenza. E mentre cantavo, la mente mi tradì. Un flash. Francesco al nostro primo concerto, in un pub puzzolente di periferia, i suoi occhi che brillavano d'orgoglio. Un altro. Lui che mi urlava "Sei la più grande!" da sotto il palco di un festival estivo, la sua voce che superava il frastuono. Mi aveva sempre supportata, sempre spinta a credere in me stessa. Ogni concerto, ogni prova, lui c'era. Adesso era lì, ma era un universo lontano, separato da me dal corpo di un'altra donna. La distanza tra noi era un abisso incolmabile, e ogni nota di quella canzone scavava ancora più a fondo quel vuoto.
Senza una pausa, Alex martellò un nuovo ritmo e Jack fece urlare la chitarra. Attaccammo "You Still Got Me” di Beth Hart. La rabbia di prima si trasformò in qualcos'altro, un dolore crudo, viscerale, che mi squarciava la gola. Non era una voce. Era una ferita. Distolsi lo sguardo da loro, da quel quadretto disgustoso, e lo puntai sulla folla. Vidi i loro volti. Non erano più una massa indistinta. Erano ragazzi con gli occhi lucidi, ragazze che cantavano le parole con me, le mani alzate non per un rito rock, ma come a dire "ti capiamo". Il mio dolore non era più solo mio, era diventato il loro, e la loro energia mi tornava indietro come un'onda calda, tenendomi a galla. Mi voltai verso la band, la mia unica, vera famiglia. Alyce era una furia sensuale al basso, i capelli neri che le coprivano il viso mentre le sue dita danzavano sulle corde, un cuore pulsante di energia. Dietro di lei, Alex era una macchina, un terremoto controllato che era le fondamenta del nostro suono, il suo volto calmo trasformato in una maschera di passione a ogni colpo. E poi Jack. Era curvo sulla sua Telecaster, preciso, tagliente, ogni nota un proiettile sparato con un'intenzione perfetta. Era il mio migliore amico, l'ancora che mi aveva tenuto salda in mezzo alla tempesta, colui che aveva creduto in me quando io stessa avevo smesso di farlo. Il bene che gli volevo era un macigno nel petto, un punto fermo in mezzo al caos.
Poi le luci si abbassarono, concentrandosi solo su di me. Era il momento. Mi avvicinai al microfono, cercando il suo sguardo tra la folla. Lo trovai. I suoi occhi erano fissi su di me, un’espressione indecifrabile che mi fece solo più male.
«Chiudiamo il concerto con questa canzone,» dissi, la voce ferma, anche se dentro tremavo. «A volte il dolore è così insopportabile che squarcia il petto, ma da quello squarcio non escono solo sangue e lacrime, a volte anche luce. Ringrazio Roan per avermi aiutato a scrivere questo pezzo originale, lui adesso è tornato nella sua Dublino a rincorrere i suoi fantasmi. Grazie, irlandese! Ecco a voi, il nostro nuovo inedito, 'Dimmi la Verità'.»
L'arpeggio di Jack aprì il pezzo, una dolcezza che era solo un inganno. Un attimo dopo la batteria esplose e la mia voce con lei, potente, roca, riempiendo ogni angolo di quel locale maledetto. I miei occhi cercarono i suoi, e li trovarono.
“Ho dato tutto, non ho lasciato nulla indietro
Mettevi i tuoi sogni prima dei miei
Ho provato a rimpicciolirmi in modo da poter farti brillare
Lo chiamavi amore, ma hai oltrepassato il limite”
Lo vidi irrigidirsi. La sua mano, che fino a un attimo prima stringeva quella di Sole, si allentò. Lei se ne accorse e gli lanciò un'occhiata interrogativa, ma lui non la degnò di uno sguardo. I suoi occhi erano solo per me, sbarrati, colpevoli. Bene. Doveva fare male. Doveva capire quanto mi aveva fatto a pezzi.
“Per Amarti mi stavo perdendo
Pezzo per pezzo, troppo cieca per vedere
Sono scomparsa per tenerti intero
Ho sacrificato il mio cuore per nutrire la tua anima”
Cantavo e vedevo il suo volto sbiancare. Accanto a lui, Edoardo aveva abbassato la testa, incapace di sostenere la scena, mentre Sole ora mi fissava con aperta ostilità. Ma non importava. La mia voce era un bisturi e stavo incidendo la verità sulla loro pelle. Vederlo soffrire mi provocava una fitta di dolore al petto, un'eco del nostro amore, ma anche una feroce, amara soddisfazione. Era giusto così.
“Non ti odio, ma ora vedo
Per Amarti mi stavo perdendo
Ho indossato il tuo silenzio come un profumo
Riempito ogni crepa per darvi spazio
Non hai mai chiesto ma io ti ho comunque dato tutta me stessa
Ho costruito il mio valore nell'essere coraggiosa”
La sua espressione era cambiata. Non era più solo colpa, ora c'era sgomento, come se stesse realizzando solo in quel momento la profondità del baratro in cui mi aveva spinto. Le mie parole erano immagini, e sapevo che anche lui stava rivedendo le sere passate in silenzio, i miei tentativi di riempire vuoti che non erano miei. Lo stavo costringendo a guardare il riflesso del mostro che era stato.
“Per Amarti mi stavo perdendo
Era come annegare lentamente, ero troppo orgogliosa per fuggire
Ho resistito, sperando che il nostro amore risolvesse tutto
Ma le radici non prosperano quando non c'è terreno sotto
Non ti biasimo, ma ho dovuto andarmene”
Un lampo di rabbia attraversò i suoi occhi, una difesa inutile contro l'assalto della mia verità. Ma fu un attimo. Subito dopo, solo una desolazione profonda. Anche Laura, accanto a loro, sembrava aver capito. Il suo sorriso era svanito, sostituito da un'espressione di puro orrore. Mi stava guardando come se mi vedesse per la prima volta. Forse era davvero così.
“Per Amarti mi stavo perdendo
A volte l'amore significa lasciar andare
Anche se è l'ultima cosa che sai
Per Amarti mi stavo perdendo
Ora lo so e adesso combatto per essere libera”
L'ultima parte della canzone non era più un'accusa. Era una dichiarazione. La mia. Non cantavo più per lui, ma per me. Per la donna che stavo diventando sulle ceneri di quella che aveva cercato di distruggere.
“Sto imparando a stare da sola
Per risistemare i pezzi rotti della mia anima
Mi manchi ancora, ma adesso so
Che per Amarti mi stavo perdendo”
La canzone si chiuse su un'ultima nota distorta di Jack, un lamento che rimase sospeso nell'aria. Per un istante, ci fu un silenzio carico di una tensione quasi insopportabile.
Poi vi di sole con gli occhi rossi trascinare fuori dal locale Francesco, e il pubblico esplose in un'ovazione che mi scosse fin dentro le ossa.
Ma io non la sentivo. Vedevo solo loro due che si alzavano. Stavano uscendo. Insieme. No. Non potevo permetterlo. Non potevo lasciarli andare via così, nella loro bolla di pace costruita sulle mie rovine.
Scesi dal palco di corsa, ignorando i complimenti di Jack e Alyce, con l'unico obiettivo di fuggire da lì. Ma la mia fuga si interruppe bruscamente al bancone. Laura era lì, con Edoardo. Mi vide e si mosse verso di me, un'espressione confusa sul volto.
«Lucia che…»
Ignorai la sua voce, superandola senza degnarla di uno sguardo. Un istante dopo, sentii la sua mano afferrarmi il braccio da dietro, un tocco che mi bruciò la pelle, un ultimo, insopportabile tradimento.
Senza nemmeno voltarmi, strappai il braccio dalla sua presa con una violenza che sorprese anche me.
«NON AZZARDARTI!» sibilai, la mia voce un urlo soffocato dalla rabbia.
La sentii bloccarsi dietro di me, ammutolita. Non mi voltai. Continuai a camminare a grandi falcate, fino a inghiottire la notte.
Li raggiunsi nel parcheggio di Viale Sardegna, accanto a una Mini verde che non avevo mai visto. Il Naviglio scorreva placido, indifferente alla tempesta che avevo dentro.
«Francesco!»
La mia voce era un suono estraneo, più tagliente di quanto volessi. Lui si voltò, e vidi la sorpresa, forse la colpa, nel suo sguardo. Sole gli strinse la mano, un gesto silenzioso di supporto che mi fece solo infuriare di più.
«Non pensavi di andartene senza nemmeno salutarmi, vero?»
Lui si schiarì la gola, cercando pateticamente di mantenere la calma, come se non gli avessi appena vomitato addosso il nostro dolore in una canzone. «Lucia, non volevo disturbarti. Sei stata incredibile stasera. Davvero.»
“Incredibile?” ripetei, la voce che tremava di rabbia contenuta. Che coraggio. «Risparmiati i complimenti, Francesco. Non sono venuta qui per quelli.» Feci un passo avanti, sentendo il bisogno fisico di affrontarlo, di puntargli un dito contro. «Sai cosa mi brucia? Sei sparito. Dopo tutto quello che abbiamo vissuto, mi hai lasciata sola, come se non contassi nulla.» Il mio sguardo si spostò su di lei, la causa e il simbolo del mio dolore. «E tu… tu, che ti sei infilata nella sua vita come se io non fossi mai esistita. Pensi che sia facile guardarti qui, con lui, come se tutto fosse perfetto?»
Il cuore mi martellava nel petto. Sentii la sua voce, ferma e calma, un insulto alla mia tempesta interiore. «Lucia, non ho mai voluto farti del male. Quello che è successo tra noi è stato doloroso per me quanto per te. Ma non potevo continuare a fingere. Non era giusto, né per te né per me.»
«Fingere?» sbottai, le mani che tremavano per lo sforzo di non urlare. «Tu chiami fingere quello che abbiamo vissuto? Anni, Francesco! Anni di noi due, di sogni, di momenti che pensavo fossero veri. E ora sei qui con lei, e io sono quella che deve raccogliere i pezzi!» La voce mi si incrinò, ma ricacciai indietro le lacrime, alzando il mento in un gesto di sfida. Non gli avrei dato quella soddisfazione.
Fu lei a farsi avanti, la sua voce era un concentrato di calma irritante, di una comprensione che non le avevo chiesto. «Lucia, capisco il tuo dolore. Non voglio cancellare quello che hai vissuto con Francesco. Siamo qui perché lui tiene a te, non per ferirti.»
Lui tiene a me? La sua frase fu come benzina sul fuoco. La fissai, sentendo il respiro farsi corto. «Non voglio la tua comprensione,» sibilai, la voce bassa e carica di veleno. «E non voglio le vostre belle parole. Non sono pronta a fingere che vada tutto bene, che possiamo essere amici. Non vi perdono. Non ancora. Forse mai.»
Un silenzio pesante calò tra noi, rotto solo dal mormorio lontano del Naviglio. Volevo solo andarmene, ma lui parlò di nuovo, e le sue parole furono l'ultimo, inutile tentativo di mettere una pezza su una ferita aperta. «Lucia, non ti chiedo di perdonarmi. Ma sappi che non smetterò mai di rispettare quello che siamo stati. Sei stata una parte enorme della mia vita.»
Lo guardai, e per la prima volta quella sera la rabbia lasciò il posto a una stanchezza infinita. Le sue parole erano vuote, un epitaffio scritto per pulirsi la coscienza. «Vai avanti con la tua vita, Francesco. Io farò lo stesso.» Poi mi voltai verso di lei, le mie ultime parole furono una pugnalata e una preghiera. «E tu… non fargli del male. Non come lui ne ha fatto con me!»
Una singola, rabbiosa lacrima mi tradì, rigandomi il volto. L'asciugai col dorso della mano, con un gesto secco, furioso.
Senza aggiungere altro, mi girai e me ne andai, lasciandoli lì, nel loro presente perfetto costruito sulle rovine del mio passato. Il suono dei miei passi sull'asfalto era l'ultima nota di una melodia spezzata.