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Creato il 30/05/2026, 12:13 · Aggiornato il 30/05/2026, 12:32

Capitolo 12: Capitolo finale

@bergadavideDavide
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Sarò perfetta proprio come la mia canzone

Firenze Rock Festival

Giugno 2028

Mancano dieci minuti.

Dieci minuti e salgo su quel palco a buttare fuori tutto quello che ho dentro. O forse a ritrovare chi sono davvero.

Il vociare della folla là fuori mi arriva come un’onda, un ronzio che mi fa vibrare le ossa. Cinquantamila persone, un mare di voci che si mescolano, risate, urla, frammenti di parole che rimbalzano nel Parco delle Cascine. È un caos vivo, un respiro gigante che mi schiaccia e mi esalta allo stesso tempo. Sono nel camerino, un buco di container che puzza di birra versata e sogni sudati, e quel rumore mi entra dentro, mi stringe lo stomaco. È come se ogni voce là fuori mi stesse chiamando, sfidando, aspettando di vedere se crollerò o se spaccherò tutto.

È qui che ho sempre voluto essere. Da quando strimpellavo in cameretta, da quando scrivevo testi su quaderni mezzi strappati sognando un palco così. La Visarno Arena, Firenze, è la nostra occasione, quella vera. La chance di far vedere al mondo chi sono i Radio Ethiopia, di urlare in faccia a cinquantamila sconosciuti che sappiamo fare sul serio. Sento il cuore che mi martella nel petto, le mani che tremano appena mentre mi allaccio gli anfibi. Non è paura. È adrenalina. È il fuoco di chi sa che sta per giocarsi tutto. Ogni nota, ogni parola, ogni respiro su quel palco sarà un pezzo di me, e non posso sbagliare. Non ora. Non qui.

Sono le sei di pomeriggio,e il sole di giugno spacca il cielo sopra Firenze. Mentre mi allaccio gli anfibi, tirando i lacci con forza, come se ogni nodo fosse un modo per tenere insieme i pezzi di me. Ripenso a quell'autunno di tre anni fa, quando ero bloccata. Incastrata in un dolore che non era solo nella testa, ma anche nel corpo. Francesco mi aveva lasciato un buco nel petto, un peso che mi schiacciava, mi toglieva l’aria. Ad ogni laccio, ripenso a tutte le notti passate a fissare il soffitto, alla rabbia che mi bruciava in gola, al pensiero che non sarei mai più stata viva, non davvero. Credevo che quel momento, quella panchina dove tutto era crollato, fosse la fine di tutto.

Un sorriso amaro mi scappa.

Che idiota ero!

Adesso sono qui, e non è più un peso quello che sento. È come se qualcuno avesse aperto una porta, permettendomi di andare oltre, e so che quel qualcuno sono io.

Ogni cicatrice, ogni notte insonne, mi ha portato qui, in questo momento.

Sono sbloccata, viva, e sono finalmente dove voglio essere. Non sto più scappando dal passato: ci sto camminando sopra, e ogni passo è mio.

Quel dolore non mi ha distrutta. Mi ha scavato dentro, mi ha svuotato, sì. Ma in quel vuoto, in quel silenzio dopo l’urlo, ho trovato me stessa.

Certo adesso non sono più la ragazza spensierata di allora.

E va bene così.

Oggi ringrazio ogni cicatrice, ogni pianto ogni bottiglia di birra lanciata contro il muro. Sono la mappa di tutto quello che ho passato, la prova che sono ancora qui, che ce l’ho fatta a camminare da sola.

Un colpo alla porta. È Jack. “Lucy, sei pronta? Tra dieci minuti tocca a noi.”

Mi alzo, mi guardo nello specchio rotto. L’iride verde dei miei occhi è finalmente libera dal rossore che l’ha accompagnato per tanto tempo. Ora brilla di una luce nuova, più sicura. Una luce dura, come se fossi pronta a spaccare il mondo.

Jack è lì, appoggiato allo stipite, la chitarra a tracolla e quel mezzo sorriso che sa di garage e birre condivise. “Lucy, la grinta che hai ora…È la stessa che avevi quando cantavi per tre ubriachi al pub,” dice piano. “Vai e faglielo vedere.”

“Sono pronta da sempre!” rispondo, con un sorriso che brucia.

Con un ultimo respiro, lascio che l’adrenalina mi spinga fuori dal camerino. Salgo sul palco, le luci mi accecano, i riflettori mi bruciano la pelle come se volessero marchiarmi. Alex è già dietro la sua batteria, le bacchette che tamburellano un ritmo nervoso, come nelle nostre prime prove in cantina. Alyce, con quel basso a tracolla più grande di lei, mi regala un sorriso che scalda e sprona insieme, un’occhiata che dice: “Siamo qui, insieme, contro tutto.” Siamo su un palco che credevamo impossibile.

Davanti a me, la Visarno Arena è uno spettacolo che mi toglie il fiato. Un mare di teste si allarga a perdita d’occhio, un caos vivo e pulsante. L’arena è ancora mezza vuota, con chiazze di prato che spuntano tra la folla, ma sento l’energia che ribolle, pronta a esplodere. Altri arrivano, un flusso continuo di figure con bicchieri di birra in mano, panini addentati, risate e chiacchiere che si mescolano in un brusio costante. Non ci considerano, non ancora. Per loro, siamo solo la band che scalda il palco, un rumore di fondo prima del grande show. Ma io li guardo e so: stasera si ricorderanno di noi. Non siamo qui per passare inosservati.

Partiamo con una cover, una botta per svegliarli, Celebrity Skin delle Hole. La folla risponde con un applauso fiacco, di cortesia. Non mi butto giù. Afferro il microfono, il metallo è freddo, solido.

“Ciao, Firenze,” dico, con la voce che non trema. “Noi siamo i Radio Ethiopia. E questa è la nostra storia.”

Attacchiamo con i nostri pezzi. I miei pezzi. Le parole che ho scritto nelle notti in bianco, non per piangere su un amore finito, ma per urlare che ce l’ho fatta a rialzarmi. Al terzo brano, durante un riff che mi spacca il petto, vedo le prime file accendersi. Un pugno alzato. Poi un altro. La folla inizia a saltare, il brusio si spegne, gli occhi si girano verso di noi. Sento il sudore scivolarmi lungo la schiena, il microfono che trema nella mia presa. Non sto più combattendo un ricordo. Sto vivendo. Sorrido a Jack, che mi guarda con orgoglio.

Mi sento invincibile.

Un’energia pazzesca sale dalla folla, mi prende, mi accende.

Sono felice come non lo sono mai stata. Chiudiamo il concerto con la canzone che io e Ronan abbiamo scritto insieme.

'Dimmi la verità’’, un pezzo che parla di crollare e rialzarsi. La folla esplode, un tripudio di urla e mani alzate che mi fa tremare. Ce l’abbiamo fatta.

Scendo dal palco, il cuore che ancora mi scoppia. Alzo lo sguardo e lo vedo, tra la band che salirà dopo. Ronan.

I suoi occhi trovano i miei, e il mondo si ferma. Un sorriso mi scappa, caldo, pieno di tutto quello che abbiamo passato. Non serve dirlo. Mi avvicino a lui, e gli batto il cinque, poi lo tiro da me e lo abbraccio forte, il suo odore familiare che mi scalda. “Non sapevo che eri qui,” dico, con una risata leggera.

Lui mi stringe, quel suo sorriso storto che non è cambiato. “Io sì che lo sapevo,” dice. “Volevo vederti spaccare. E cazzo, Lucy, hai spaccato. Sei un’altra.” Le sue parole mi colpiscono dritto, ma non c’è niente di aperto tra noi. Solo rispetto, e la certezza che siamo qui, ognuno per la sua strada.

Sto per andarmene, quando mi afferra il braccio, leggero ma deciso. Mi giro. “Ehi, Lucy,” dice, con un ghigno, “ci guardiamo gli Smashing Pumpkins stasera?” Così semplicemente senza preamboli, senza mezze intenzioni, così da lui.

Rido. “Ci sto,” dico, e so che non è solo un concerto. È un momento nostro, senza pesi, solo per esserci.

È notte fonda, l’aria fresca sa di erba e pioggia in arrivo. Sul palco, la voce di Billy Corgan è un lamento che spacca tutto. Tonight, Tonight. Sono in mezzo a migliaia di persone, ma per un attimo sono sola, persa nella musica. Chiudo gli occhi.

Quando li riapro, Ronan è lì, guarda il palco, solo come me. Non parliamo. Non serve. Ci scappa un sorriso, e quando la musica esplode, iniziamo a ballare. Non è romantico, non è niente di più. È solo noi, che ci muoviamo insieme, le mani che si sfiorano, il ritmo che ci prende. Balliamo sulle macerie di un dolore che ci ha uniti e che ora non ci appartiene più. Balliamo perché siamo vivi.

Mi fermo un attimo, sotto le stelle di Firenze, con la musica degli Smashing Pumpkins che ancora vibra nell’aria. Chiudo gli occhi e mi sembra di vedere tutta la strada che mi ha portato qui. Ogni passo, ogni inciampo, ogni mano che mi ha aiutato a rialzarmi. Ripenso a Francesco, a quell’amore che bruciava così forte da farmi quasi sparire. Non è più lo stesso, non è più un fuoco che mi consuma, ma è ancora lì, un pezzo del mio cuore. Come lui mi aveva detto quella sera alla Vernavola, quando mi guardava con gli occhi lucidi: “Sarai sempre parte del mio cuore, Lucia.” Aveva ragione. Certe cose non si dimenticano. Non si cancellano. Si superano, si trasformano, ma restano dentro di te, come pietre nel tuo cammino che non ti fanno più male, ma ti ricordano chi sei stata.

Ripenso alle persone che mi hanno spinto avanti. Gli amici, la band, Jack con il suo sguardo che mi dice “ce la puoi fare” senza bisogno di parole. E poi, con un nodo in gola, ripenso a Sofia. Quanto l’ho odiata, quanto ho voluto farla sparire dalla mia vita. Credevo fosse il mio ostacolo, la mia nemica. Invece, le sue parole, quelle che mi hanno ferito come coltelli, sono state l’ultima spinta. “Quel contratto è il segno, la prova che tu hai superato la tua prova. Hai trovato la tua strada, non nonostante quello che è successo, ma proprio grazie a quello.».” All’epoca volevo solo urlarle contro. Ora lo so: aveva ragione. Quelle parole mi hanno scosso, mi hanno costretto a guardarmi dentro, a tirar fuori la donna che sono adesso. Non la ringrazierò mai a voce, ma in questo momento, sotto questo cielo, so che anche lei è parte di questa strada.

Sono guarita, sì. Non perché il dolore è sparito, ma perché l’ho fatto mio. Sono libera, perché ogni passo, ogni lacrima, ogni cicatrice mi ha portato qui, su questo palco, in questo momento, a sentirmi viva come non mai.

Ho la mia band, la mia strada, il mio futuro. E in questo momento, sotto le stelle di Firenze, lo so: ce l’ho fatta

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