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← L'angelo della Nebbia

Creato il 30/05/2026, 12:13 · Aggiornato il 30/05/2026, 12:32

Capitolo 9: Capitolo 6 - La canzone

@bergadavideDavide
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Io e Edoardo rimanemmo soli, in un silenzio denso, con l'eco delle parole di Laura ancora sospeso tra noi. Lui riprese la sua birra, ma non bevve. Si limitò a farla roteare lentamente, lo sguardo perso nella schiuma. Io, invece, sentivo un freddo che non aveva niente a che fare con la temperatura della serata.

Mi avevano appena dato la mappa per navigare in un cuore minato. E mi avevano appena avvertito che ogni passo falso avrebbe potuto far saltare tutto in aria.

Guardai Edoardo, e in quel momento non vidi più il ragazzo spensierato che scherzava sulle patate bollite, ma un testimone silenzioso di una sofferenza che aveva osservato da troppo vicino. C'era un'intesa nuova tra noi, un'alleanza non dichiarata forgiata su una verità condivisa.

Dentro di me, i pezzi del puzzle si ricomponevano in un'immagine crudele e chiara. Non era una storia di buoni e cattivi. Era la storia di una ricerca. Francesco, tormentato e perso, aveva cercato una via d'uscita dal suo dolore. Aveva scelto se stesso, una scelta difficile e forse egoista, ma necessaria per la sua sopravvivenza. In questa storia, riflettei con un'amarezza che mi sorprese, l'unico vincitore era stato proprio Francesco, che aveva trovato la sua strada. E soprattutto il coraggio di seguirla. L’unica, vera sconfitta, era stata lei. Lucia. Colei che era rimasta indietro, a guardare il suo mondo andare in frantumi.

Proprio in quel momento, come evocate dai miei pensieri, le voci del resto del gruppo si avvicinararono. Mi voltai e li vidi tornare verso il nostro tavolo. L'energia del gruppo era tenuta insieme da Alyce, che con la sua giacca di pelle borchiata e il suo sorriso da rockstar teneva banco, raccontando qualcosa a Jack e Alex. Teneva Lucia sottobraccio, quasi a sorreggerla. Accanto a loro, Alessia, bellissima nel suo look bohémien, era abbracciata ad Alex e rideva di gusto, ignara della tempesta silenziosa che si agitava accanto a lei.

Ma quando il mio sguardo si posò su Lucia, il mondo intorno a lei svanì.

Indossava un vestitino leggero, color carta da zucchero, un tessuto semplice che le fasciava la figura, rivelando la linea dei fianchi e delle spalle con una grazia quasi involontaria. I sandali bassi, allacciati alla schiava, le lasciavano scoperte le caviglie sottili, facendola apparire ancora più fragile. Aveva raccolto i capelli in uno chignon disordinato, un gesto forse affrettato, da cui sfuggivano ciocche ribelli che le accarezzavano il collo. Era bellissima, oggettivamente. Ma era una bellezza priva di luce. Il viso era pallido, la tensione le induriva la linea della mascella e lo sguardo era perso nel vuoto, fisso su un punto indefinito oltre le nostre teste. Non era la regina del palco, non era la ragazza che rideva al mio fianco. Era una condannata che camminava verso il patibolo, consapevole della prova che la attendeva, e quel contrasto tra il suo aspetto magnifico e il suo umore cupo mi colpì dritto al cuore.

Laura la raggiunse, posandole un braccio attorno alle spalle con fare protettivo. “Lucy, vieni un attimo con me,” disse, il tono fermo come un accordo di basso, trascinandola lontano dal gruppo, lontano da me.

Ma prima che potesse fare due passi, Edoardo si alzò. Con un movimento rapido e deciso, le afferrò delicatamente il braccio, fermandola.

“No, Laura,” disse, la voce calma ma tagliente come una lama. “Lasciala stare. Ora vieni tu con me. Dobbiamo parlare.”

Laura si voltò, gli occhi che scintillavano di sorpresa e furia. “Cosa diavolo…?”

“Ho detto che dobbiamo parlare,” ripeté Edoardo, il suo sguardo non più quello dell’amico scherzoso, ma di un uomo che aveva preso una decisione irrevocabile. Senza darle il tempo di protestare, la trascinò via verso un angolo più appartato della piazza, lasciando il gruppo a bocca aperta.

Lucia rimase immobile per un istante, come una statua di cera colpita da un fulmine. Guardò la schiena di Edoardo e Laura che si allontanavano, poi si voltò verso di me. Il suo viso era un’adorabile maschera di confusione, gli occhi verdi che cercavano nei miei una risposta che non avevo. La tensione di prima si era spezzata, sostituita da un’espressione interrogativa, come se il mondo avesse improvvisamente smesso di avere senso.

“Cosa è successo?” mi chiese, la voce un sussurro fragile, come una nota che vibra prima di spegnersi.

La sua domanda, "Cosa è successo?", rimase sospesa tra noi, un sussurro fragile nell'aria fredda della piazza. Per un istante, fui tentato di mentire, di liquidare tutto con una scusa. Ma guardando i suoi occhi verdi, così pieni di una confusione sincera, capii che non potevo.

"Niente di che," nicchiai, la mia voce un suono debole. "Edoardo e Laura... discutono sempre, lo sai come sono."

La maschera di confusione sul volto di Lucia si frantumò, sostituita da una delusione tagliente. Fece un passo avanti, e la sua fragilità si trasformò in una furia fredda.

"Non prendermi per il culo, Ronan," sibilò, e la sua voce, anche se bassa, era carica di un'autorità che non le avevo mai sentito. Vidi che aveva capito. Aveva capito che la conversazione pesante che aveva interrotto era su di lei.

All'improvviso, sbatté una mano sul tavolino di metallo accanto a noi. Il suono secco e violento fece trasalire un paio di passanti. "Basta!" esclamò, la voce che si alzava, vibrante di rabbia. "Adesso mi racconti cosa cazzo è successo! E non provare a prendermi in giro. Ho visto la tua faccia, ho visto quella di Edoardo. So che stavate parlando di me. Voglio la verità."

Il suo sguardo era una sfida. Non c'era più traccia della ragazza insicura. Davanti a me c'era una donna che esigeva rispetto. E glielo dovevo.

Sospirai, un suono carico di tutta la stanchezza di quelle settimane. "Hai ragione. Scusami." Le raccontai tutto. Le dissi del mio bisogno di capire, di come il suo dolore fosse diventato il mio, e di come, in un tentativo maldestro e invadente, avessi chiesto a Edoardo e Laura di raccontarmi la sua storia con Francesco. Le confessai di essermi intromesso in qualcosa che non mi riguardava, spinto non dalla curiosità, ma da un disperato bisogno di trovare la nota giusta per la nostra canzone, per lei.

Mentre parlavo, la rabbia nei suoi occhi si attenuò, lasciando il posto a una stanchezza infinita. Quando finii, rimase in silenzio per un lungo momento.

"Quindi," disse, la voce piatta. "Hai fatto litigare i miei migliori amici per scoprire i miei segreti?!"

"Non era mia intenzione..."

"Ma è quello che hai fatto," mi interruppe. "Hai trasformato il mio dolore in un argomento da bar!"

"No," dissi, la voce ferma. "L'ho trasformato in una canzone. La nostra canzone. Ed è l'unica cosa che conta adesso."

Le mie parole rimasero sospese nell'aria fredda, ma invece di calmarla, le fecero scattare qualcosa dentro. Lucia mi fissò, e per un istante vidi i suoi occhi verdi riempirsi di un'incredulità gelida. Poi, una risata amara, secca, le sfuggì dalle labbra.

"L'unica cosa che conta?" ripeté, la voce un sibilo carico di disprezzo. "La nostra canzone? Questa è la tua canzone, Ronan. Nata dalla tua curiosità. Non hai capito niente!”

Si alzò di scatto, il suo corpo che vibrava di una rabbia a lungo repressa. "Sono stufa," sibilò, la voce che si alzava a ogni parola. "Sono stufa di essere l'ispirazione per poeti tormentati che devono salvare la ragazza col cuore spezzato. Prima Francesco con le sue fottute guru che dovevano 'interpretarmi', e adesso tu, che pensi di poter trasformare la mia vita in un cazzo di ritornello! Pensi che non lo veda? Pensi che non senta come parlate di me? Come se fossi un caso da studiare, un progetto da sistemare. Tutti con la vostra pietà, con i vostri sguardi di compassione!" Il suo suo sguardo vago su di tutti, e tutti si sentirono colpevoli.

Poi, fece un passo verso di me, il suo dito puntato contro il mio petto come un'arma. "Il mio dolore non è il tuo materiale creativo, irlandese! Non è una metafora che puoi usare per sentirti profondo o per scrivere una bella canzone. È MIO.” E mentre lo diceva sbatteva il palmo della sua mano contro il petto, “È l'unica cosa che mi è rimasta di tutta quella merda, e tu non hai nessun diritto di toccarlo, di analizzarlo, di trasformarlo in musica per sentirti un eroe."

Rimasi impietrito, le sue parole che mi colpivano come schiaffi. Aveva ragione. Aveva dannatamente ragione.

Senza aspettare una mia risposta, si voltò di scatto. La sua schiena era dritta, le spalle rigide. "Sono stanca di tutto questo. Sono stanca di essere compatita. Vado a casa."

E se ne andò, i suoi passi rapidi e decisi che rimbombavano sulla piazza silenziosa, lasciandomi lì, solo, con le rovine della mia presunta buona intenzione e il suono assordante della sua verità.

Jack, Alex e Alessia si avvicinarono in silenzio, i loro passi esitanti sull'asfalto. Una mano pesante e familiare si posò sulla mia spalla, stringendola leggermente. Era Jack.

"Troppo presto, Ronan," disse, la sua voce roca, stanca. "So che volevi fare la cosa giusta. E in fondo, lo sa anche lei. Ma è stato troppo presto. La ferita le brucia ancora troppo per potersi fidare."

Il suo sguardo seguì la direzione in cui Lucia era scomparsa. "Le passerà," continuò, più a se stesso che a me. "Ha solo bisogno di tempo. La tua canzone... le ha dato speranza. Ed è più di quello che noi siamo riusciti a fare per lei in tutti questi mesi. Dalle tempo."

Mentre parlava, vidi la figura minuta di Alyce staccarsi dal gruppo e correre nel buio, dietro a Lucia. La raggiunse, e anche da lontano vidi che l'abbracciava con tutta la forza che aveva. Lucia si fermò, e la sua schiena fu scossa da un tremito. Erano già lontane, ma non abbastanza da non sentire il suono del suo pianto disperato, soffocato tra le braccia dell'amica.

Quella conversazione fu il nostro ultimo litigio. E aprì le porte a un silenzio quasi più doloroso. Nei giorni successivi, la sala prove, che era stata il nostro santuario, si trasformò in un campo di battaglia neutrale, un territorio delicato dove ogni parola superflua era una potenziale mina.

L'armonia era sparita, sostituita da una tensione quasi fisica. I dialoghi erano assenti. Le uniche parole che ci scambiavamo io e Lucia erano versi di canzoni, cantati con una professionalità fredda che mascherava a malapena la tempesta sottostante. Se i nostri sguardi si incrociavano per errore sopra il manico di una chitarra o un foglio di appunti, erano lampi brevi, fugaci, carichi di tutto ciò che non potevamo dire. Lei distoglieva subito il suo, tornando a concentrarsi sulla musica con una ferocia che era quasi una barriera.

In questo limbo, Jack e Alyce diventarono il collante che teneva insieme i pezzi. Jack divenne il nostro regista, un mediatore stanco che parlava solo il linguaggio degli accordi e delle strutture. Era lui a fare da ponte: "Ronan, prova un arpeggio più semplice qui", e poi, senza guardarmi: "Lucia, riprendi da quel verso, per favore". Non ci faceva parlare tra di noi; ci faceva parlare attraverso la canzone. Alyce, invece, era il collante emotivo. Si muoveva tra di noi con una delicatezza inaspettata, offrendo una bottiglia d'acqua, facendo una battuta stupida che cadeva nel silenzio pesante, ma che serviva a rompere, anche solo per un istante, la tensione opprimente. La vedevo scambiare sguardi preoccupati con Alex, che dalla sua batteria osservava tutto, silenzioso e vigile.

Ma quando la musica iniziava, il mondo esterno svaniva. In quei tre, quattro minuti, la tensione si scioglieva in pura energia. Potevamo guardarci. La sua voce si intrecciava alla mia chitarra, e in quello spazio sacro, il dolore diventava arte, la rabbia diventava potenza. Il lavoro sulla canzone divenne il nostro unico rifugio, l'unica isola sicura dove potevamo essere onesti senza ferirci.

Finimmo il testo, limammo ogni nota. Era diventata una cosa bellissima e terribile, un gioiello nato dal fango. Era la nostra verità.

Una settimana dopo, l'ultima nota vibrò nell'aria e poi tacque. La canzone era finita. E in quel silenzio, capii con una chiarezza agghiacciante che, con essa, anche il mio tempo a Pavia lo era.

Ci trovammo in sala prove per l'ultima volta. Era vuota, silenziosa, illuminata solo dalla luce fioca che filtrava dalla grata sul soffitto. L'aria odorava di polvere e di elettricità spenta.

"Quindi te ne vai," disse lei. Non era una domanda. Era una constatazione.

Annuii. "Il mio visto scade," mentii. "E... mi manca la pioggia."

Lucia accennò un sorriso, uno dei più tristi che le avessi mai visto fare. "Capisco."

Ci sedemmo sugli amplificatori, come quella prima volta, ma ora il silenzio tra noi era diverso. Non era teso, era... pieno. Pieno di tutto quello che avevamo condiviso e di tutto quello che non avremmo mai detto.

"Il mio compito qui è finito, Lucia," dissi, e per la prima volta lo sentivo come una verità assoluta. "Sono venuto a Pavia per scappare dai miei fantasmi e ho finito per aiutare te a combattere i tuoi. Ma la mia musica è a Dublino. Le mie canzoni sono lì, sepolte sotto strati di whiskey e rimpianti. Devo andare a disotterrarle."

"E la mia musica è qui," rispose lei, la voce un sussurro. "Con la mia band. Con la mia storia."

Mi guardò, e nei suoi occhi c'era una gratitudine così profonda che mi fece male. "Devo dirti una cosa, Ronan. Come una specie di confessione, per ringraziarti."

La ascoltai, immobile.

"Qualche settimana fa," iniziò, "dopo il concerto al Rock'n'Roll, Marco, il manager, mi ha fatto un'offerta. Voleva creare una cover band degli Skunk Anansie. Solo io e Jack. Era la via d'uscita facile, capisci? Un contratto, date sicure, il sogno che credevo di volere. E per un attimo, ci ho pensato davvero. Avrei potuto cantare il dolore di qualcun altro, nascondermi dietro le parole di Skin e non affrontare mai le mie."

Fece una pausa, lo sguardo perso nel vuoto. "Ma poi sei arrivato tu. E mi hai costretta a guardarmi dentro, a scrivere la mia verità. Lavorare a quella canzone, a 'Dimmi la Verità'... mi ha salvato. Ho capito che non voglio più cantare il dolore degli altri. Voglio cantare il mio. Ho rifiutato l'offerta di Marco. O meglio, gli ho detto che se vuole i Radio Ethiopia, deve prendere tutto il pacchetto. E deve prendere le nostre canzoni."

Un sorriso, il primo, vero sorriso della serata, le illuminò il viso. "Gli è piaciuta da morire la demo, Ronan. Forse... forse ce la faremo davvero."

Rimasi in silenzio, assorbendo il peso e la bellezza della sua confessione. Aveva preso il dolore, la tentazione, la rabbia, e li aveva trasformati in una scelta di indipendenza. In pura forza. Mi alzai e le andai di fronte. Non c'era più attrazione tra noi, non in quel senso. C'era qualcosa di più profondo: il rispetto di due sopravvissuti.

"Tu non hai bisogno di Marco, né di nessun altro," dissi, la voce roca per l'emozione. "Ce l'hai sempre fatta da sola, Lucia."

Lei mi guardò, e in quel momento vidi qualcosa cambiare nei suoi occhi. La gratitudine si trasformò in una nuova, acuta consapevolezza. Era come se, dopo essersi liberata del suo peso, riuscisse finalmente a vedere me. Non l'irlandese, non il mentore, ma l'uomo che le stava di fronte con le sue stesse, identiche crepe nell'anima.

"Ronan," sussurrò, e la sua voce era diversa, carica di un'empatia che mi trafisse. "Io... ti vedo. Vedo la tua solitudine. La stessa che mi ha quasi divorata." Si avvicinò di un passo, e ora era lei a guardarmi come se fossi fatto di vetro. "Per tutto questo tempo ho pensato solo al mio dolore, alla mia rabbia. Ma tu... tu sei arrivato qui con un vuoto che ti portavi dentro da Dublino, e invece di riempirlo, hai usato i tuoi pezzi rotti per aiutare me a riparare i miei. Sei una persona straordinaria, lo capisci?"

Le lacrime iniziarono a bagnarle gli occhi, ma non erano più lacrime di rabbia. "Mi dispiace," continuò, la voce che si incrinava. "Mi dispiace per quello che ti ho detto in piazza, per averti accusato di usare il mio dolore. Non era vero. Tu l'hai solo capito. L'hai capito meglio di chiunque altro."

Mi prese il viso tra le mani, le sue dita fredde sulla mia pelle. "Anche tu ce la farai, Ronan. Troverai una brava ragazza, una che non avrà bisogno di essere salvata, ma che saprà vedere la luce che ti porti dentro. È ora di lasciarlo andare, il fantasma di Aoife. È ora che tu torni a essere felice."

L'abbracciai, un abbraccio forte, diverso da tutti gli altri. Non era più fraterno, non era più quello di due artisti. Era l'abbraccio di due anime che si erano riconosciute, curate e che ora, finalmente, si lasciavano andare. Sentii il suo respiro sulla mia spalla, un respiro finalmente calmo, libero.

"Ce la farai, Lucia," le sussurrai all'orecchio. "Sei un fottuto uragano."

"Anche tu, irlandese," rispose lei, con un sorriso nella voce. "Anche tu."

Quando uscii dalla sala prove e mi incamminai per l'ultima volta verso il castello, sotto la luce color miele di Pavia, non lasciavo indietro una ragazza col cuore spezzato.

Lasciavo un'artista. Una donna che aveva trovato la sua voce ed era pronta a conquistare il mondo. E sapevo che, quando mesi dopo avrebbe incontrato di nuovo il suo passato, non sarebbe più stata una sconfitta. Sarebbe stata una regina forte della sua arte, della sua musica, della sua indipendenza.

Il mio compito era finito. Era ora di tornare a casa, e scrivere la mia, di canzone.

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